Il guardaroba insaguinato

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Il guardaroba insaguinato

Messaggio Da freg53 il Ven 24 Mag 2013, 13:51

Il disastro di DhaKa,uno dei più gravi incidenti industriali della storia,parla pure italiano.La Benetton era uno dei clienti della New Wave Style.Non era uno dei clienti più grossi ,ma pochi giorni prima del disastro aveva ricevuto una consegna di circa 185 mila camicie di cotone.Ogni camicia sarà stata pagata al massimo un euro e poi rivenduta nei mercati europei magari a 50 euro.Profitti colossali che alimentano la moda a buon mercato.Oltre alla Benetton si rifornivano in Bangladesh anche la multinazionale svedese H M e la statunitense Walmart.Nel giro di pochi anni il Bangladesh è diventato il terzo maggiore esportatore di abbigliamento dopo Cina e Italia.Nel 2012 il valore delle esportazioni nel settore ha raggiunto i 20 miliardi di dollari,il 25 per cento in più rispetto al 2010.Purtroppo questa crescita esponenziale è avvenuta a scapito della sicurezza.L'industria dell'abbigliamento del Bangladesh ha offerto l'opportunità a migliaia di donne del paese di uscire dalla miseria più assoluta.Il segreto sta tutto nei salari bassi,la paga media per gli operai è di 47 dollari contro i 235 di quelli cinesi e i cento di quelli vietnamiti.Dopo il disastro del 24 aprile alcune aziende europee che fanno affari con il Bangladesh ,Benetton,HM,Carrefour ed altre,si sono impegnate a firmare un accordo sulla sicurezza nelle fabbriche.Basterà?,probabilmente no ma intanto ci sono voluti 1.200 morti per attenzionare il problema.Intanto noi europei continuiamo ad indossare le nostre belle linde camicie.

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freg53

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Re: Il guardaroba insaguinato

Messaggio Da Shaka_Zulu il Ven 24 Mag 2013, 15:02

La perfetta dimostrazione di come NON doveva essere fatta la globalizzazione.
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Shaka_Zulu

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Re: Il guardaroba insaguinato

Messaggio Da Guya il Ven 24 Mag 2013, 15:17

Interessante da leggere...

Non stiamo parlando di un filo di lana, di cotone o il più tecnologico Resistex® Carbon, e tantomeno del celeberrimo filo di Arianna anche se, in effetti, trattiamo due storie impervie e parallele che hanno visto i marchi di questi due importanti retailer dell’abbigliamento impegnati a difendere la propria reputazione su diversi fronti.
Ambiti differenti, scenari geografici e valoriali totalmente diversi, unico elemento in comune il settore di business e, negli ultimi tempi, la gestione di un’importante attività di crisis management.
Tra i due casi ci sono parecchi distinguo da fare e, a mio modo di vedere, una lezione comune da imparare, ma vediamo prima i fatti.

Per quanto riguarda Abercrombie la cronaca racconta della pubblicazione di un libro “The New Rules of Retail” che ha reso volutamente pubblica l’ostilità dell’AD Mike Jeffries nei confronti delle persone grasse, in termini più fair sovrappeso. Un amministratore delegato perciò che delimita il target dell’utilizzatore ideale del proprio brand, “discriminando” di fatto le persone meritevoli di indossare Abercrombie e quindi esserne un fan in base alla prestanza fisica. Siamo negli Stati Uniti d’America, culla della democrazia orizzontale, patria del consumerismo fin esagerato, Paese in cui i social media sono oramai un canale di comunicazione always on, con una penetrazione pressoché capillare.
Davanti ad uno scenario come questo, poteva la dichiarazione di Mike Jeffries passare inosservata? Domanda retorica ovviamente, Abercrombie si è trovato davanti ad uno tzunami di protesta e denuncia user generated capace di togliere voce e credibilità a qualsiasi tentativo di difesa. Tra le tante iniziative di insurrezione capaci di polarizzare l’indignazione contro la brand identity di Abercrombie vale la pena raccontare quelle che hanno colpito duro al fianco reputazionale della multinazionale americana dal punto di vista del tone of voice.
Abercrombie è stata costretta a confrontarsi con una petizione pubblicata su Change.org (piattaforma con oltre 20 milioni di membri in tutto il mondo che permette a chiunque di lanciare e promuovere una campagna per realizzare un cambiamento) da parte del diciottenne Benjamin O’Keefe. Una “semplice” raccolta di firme virtuale, per costringere Mike Jeffries a scusarsi per le dichiarazioni offensive e per chiedere all’azienda di produrre capi di abbigliamento anche della taglia large ed extra large, che ha raccolto oltre 69.000 adesioni, incendiando il dibattito pubblico e aggravando ulteriormente la situazione di crisis per il marchio. Perché la magnitudo del crisis è enormemente cresciuta? Perché il diciottenne Benjamin O’Keefe non era un normale detrattore della marca, ma un acceleratore mediatico del “caso umano” che ci può essere dietro ad ogni situazione critica considerando che, in passato, aveva sofferto di problemi di anoressia, e che, associazioni di primo piano negli Stati Uniti nella lotta ai disordini alimentari, come la “National Eating Disorders Association”, hanno dato il proprio endorsement alla campagna.

Parallelamente a questa iniziativa, Greg Karber, scrittore di Los Angeles disturbato dalle opinioni di Jeffries e ancor di più dal fatto che i capi fallati venissero bruciati piuttosto che dati in beneficenza, ha dato vita al progetto #FitchTheHomeless. Munito di una telecamera è andato in cerca di abiti Abercrombie nei negozi di usato e, dopo averli recuperati, li ha donati ai barboni della città. Nel video postato su Youtube, lo scrittore ha invitato gli utenti a fare lo stesso, pregandoli di condividere lo sforzo sui social. L’iniziativa ha superato ogni aspettativa: oltre 7 milioni di visualizzazioni su Youtube, con l’hastagh #FitchTheHomeless che settimana scorsa, tra il 14 e il 16 maggio, ha ricevuto oltre 30.000 mentions. Un’operazione indubbiamente vincente per il promotore e, all’opposto, estremamente dannosa per la reputazione del brand, proprio per la capacità di scardinare l’associazione, tanto cara al CEO Mike Jeffries, tra Abercrombie e l’idea di coolness.
Da poche ore la crisi sembra sulla via di risoluzione, grazie ad un pur poco repentino cambio di rotta di Abercrombie & Fitch che, il 24 maggio, emetterà i dati relativi all’andamento del primo quadrimestre e che ha incontrato i suoi principali detrattori (Cali Linstrom, Benjamin O’Keefe, Darryl Roberts e Lynn Grefe). L’azienda ha emesso una dichiarazione ufficiale di scuse che recitava testualmente “Ci auguriamo di poter continuare questo dialogo e l’adozione di misure concrete per dimostrare il nostro impegno anti-bullismo in aggiunta al nostro supporto continuo verso politiche che favoriscano la diversità e dell’inclusione. Vogliamo ribadire che siamo sinceramente dispiaciuti e ci scusiamo per qualsiasi offesa è derivata dai commenti che abbiamo fatto in passato, che sono contrari a questi valori”. Tutto qui? Un incontro e una dichiarazione di intenti? Dopo uno tzunami di questa portata? Mi auguro di no, ma siamo ancora in piena gestione della crisi, e resto in attesa dei prossimi next step.

Per quanto riguarda Benetton, la cronaca racconta del ritrovamento di una camicia di colore scuro con l’etichetta dell’azienda di Treviso tra i resti del tragico crollo di una palazzina in Bangladesh, una foto notizia dell’ Associated Press compromettente, capace da sola di attraversare e trovare spazio nella vasta scala dei media internazionali on line, on air, on kiosk. Confusione, incredulità, pressione mediatica, tempi aziendali lunghi per la verifica di una filiera inevitabilmente lunga, prime dichiarazioni avventate per tirarsi fuori dalla mischia, pausa di riflessione per definire una strategia e una via di uscita importante.
C’è molto in questo caso B, ci sono quasi tutti gli elementi in grado di attirare gruppi di pressione, le più disparate contro la marca la sua credibilità. Dal punto di vista del crisis management non una nuvola passeggera, ma un caso che insegna e da cui mi attendo ancora di poter imparare.
L’episodio, dopo qualche passo falso iniziale, infatti ha consentito a Benetton di adottare politiche del lavoro più responsabili, attraverso la sottoscrizione di un protocollo a tutela della sicurezza dei lavoratori bengalesi, e di mettere in atto una strategia di comunicazione che ha premiato la reputazione aziendale. Come racconta Repubblica del 14 maggio, infatti, Benetton si è fatta promotrice di un accordo internazionale, in compagnia di altri big dell’abbigliamento come Zara, H&M, Mark&Spencer, (che ha anche ricevuto il plauso di Deborah Lucchetti, Coordinatrice della Campagna Abiti Puliti), che obbligherà un ispettore capo indipendente a vigilare sul rispetto delle norme di sicurezza negli stabilimenti tessili e imporrà alle fabbriche di modernizzare i propri impianti. Interessanti le reazioni postate, ad esempio, su Twitter, ma ancor più interessante il fatto che una crisi possa far nascere una miglioria comportamentale, un nuovo KPI aziendale, un obiettivo che probabilmente nessuno si sarebbe aspettato di raggiungere a fronte della gestione di una crisi a livello di comunicazione.
Ma che, invece, è la risposta più significativa che può dare una marca che vuole dimostrare di essere capace di ascoltare prima di comunicare: è semplicemente una questione di credibilità. Qui sta la differenza, abissale per ora, nella risposta delle due marche a due situazioni difficili: Benetton ha sottoscritto un impegno che prevederà investimenti a fronte di una crisi innescata da un infausto incidente, Abercrombie&Fitch sembrerebbe essersela cavata con una dichiarazione di intenti davanti ad una crisi autoprodotta da una strategia di marketing aggressiva.

Senza stilare giudizi definitivi l’impressione è che, in Benetton, abbiano chiara la via di uscita come la ebbe Nike ai tempi della crisi sui palloni cuciti da minori in alcune “fabbriche” di fornitori del sud est asiatico. Su Abercrombie&Fitch nutro ancora dei dubbi sul fatto che abbiano capito che in questi casi è necessario, e specularmente utile, evidenziare di avere sviluppato e introiettato una “nuova sensibilità”. Solo supposizioni le mie, è evidente, ma forse, basta dare un occhio alla comunicazione non verbale che troneggia sui relativi siti corporate delle due aziende (Abercrombie.com / Benettongroup.com) per decretare, un parziale, Italia batte USA 2-0, anche perché proprio oggi Benetton ha aggiunto alla prima meritevole sottoscrizione del Fire and Building Safety Accord una nuova iniziativa questa volta a diretto sostegno dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime del crollo del Rana Plaza Building a Dacca, in Bangladesh. Insieme a BRAC, recentemente riconosciuta come la prima ONG al mondo, Benetton svilupperà un programma a lungo termine principalmente focalizzato sulle famiglie che hanno perso la loro unica fonte di reddito in seguito alla disgrazia, e che prevede inoltre diverse forme di supporto, tra le quali interventi di assistenza psicologica e di riabilitazione per le vittime rimaste ferite e corsi di formazione per i lavoratori. Non c’è due senza tre, chapeau.

http://www.linkiesta.it/blogs/behind-reputation/benetton-e-abercrombie-2-casi-di-reputazione-sul-filo-0#ixzz2UDulv0z1


intanto i Centri sociali del padovano...

Blockupy Benetton è l’iniziativa messa in campo oggi dai militanti del Cso Pedro di Padova, impegnati a boicottare la multinazionale veneta dell’abbigliamento che nelle ultime settimane sarebbe stata, secondo alcune inchieste effettuate dalla stampa internazionale, coinvolta nel disastro del crollo della palazzina di Dacca, in Bangladesh.

Gli attivisti dello spazio occupato Pedro si sono incontrati oggi di fronte a uno dei negozi Benetton della città, quello situato in via Emanuele Filiberto ed hanno srotolato uno striscione multicolor sul quale campeggiava la scritta “Blockupy Benetton. United colors against benetton”. I presenti indossavano ognuno un passamontagna colorato e sulla vetrina del punto vendita sono stati attaccati fotogrammi della strage di Dacca.

I militanti hanno poi sanzionato il negozio dell’impresa trevigiana gettando della vernice rossa sulle vetrate. Il punto vendita è rimasto chiuso per oltre un’ora e in molti tra i passanti si sono imbattuti nell’atto di denuncia.
(ANSA)


Venezia, assalto negozio Benetton campo San Bortolo 23 maggio 2013

Azione cordinata tra gli store Benetton del Veneto. Almeno quelli di Venezia e Padova. Gli attivisti dei centri sociali (per la parte lagunare quelli del Rivolta di Marghera e del Morion in centro storico, per il capoluogo euganeo quelli del Pedro) questo pomeriggio hanno preso d'assalto le vetrine dei negozi del gruppo di Ponzano Veneto per "vendicare", secondo loro, i morti del palazzo di Dacca, in Bangladesh.“

A causa del crollo dell'enorme edificio, infatti, morirono centinaia di persone. Per i manifestanti, gran parte dei lavoratori impiegati in quei piani lavoravano nel settore tessile. "Sono stati trovati tra le macerie capico con etichetta Benetton", spiega Tommaso Cacciari, uno degli attivisti della protesta. Le cronache immediatamente successive alla tragedia hanno raccontato di condizioni di sfruttamento estremo.

I giovani, quindi, una ventina, hanno raggiunto campo San Bartolomio per poi lanciare l'assalto allo store. Imbrattandone le vetrine con della vernice rossa a simboleggiare il sangue e appiccicando su di esse immagini del recupero dei feriti di Dacca. Tutt'intorno alcune "macerie". I passamontagna colorati (che seguono la moda lanciata dalle Pussy Riot) a Padova hanno dato vita allo slogan, condiviso anche in laguna, "Blockupy Benetton: United Colors Against Benetton".
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