Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

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Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Condor il Lun 03 Giu 2013, 11:13

Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

di Antonella Olivieri 9 agosto 2012

Fare impresa in Italia richiede una gran dose di buona volontà.
L'indagine dell'ufficio studi Mediobanca su 2032 società, le maggiori
realtà industriali della Penisola, non solo conferma un quadro dove si
fatica a risalire la china dalla crisi, ma evidenzia anche come lo
scorso anno il "rendimento" dell'attività non sia stato in grado di
compensare il costo del capitale impiegato. Infatti il Roi, il
rendimento netto del capitale realizzato nel 2011 dall'insieme delle
aziende considerate, è stato pari al 5,8%, insufficiente cioè a coprire
il costo di mezzi propri e debito che è risultato pari al 7,2%. Di
fatto, dedicandosi all'attività produttiva, lo scorso anno è come se si
fosse distrutta ricchezza per 1,4 punti percentuali.
Salvo i patemi sulla sorte dell'euro, sarebbe stato più comodo e più
remunerativo vivere di rendita: puntare sui BTp decennali avrebbe
consentito di spuntare un rendimento superiore di 1,5 punti percentuali
rispetto al "Roe netto" – il rendimento dei mezzi propri, decurtato di
un'aliquota virtuale del 12,5% – delle aziende italiane che mediamente
nel 2011 è stato pari al 2,8%. Un risultato sconsolante al quale si sottrae solo il macro
comparto del made in Italy - i settori dell'alimentare, del mobile e
delle piastrelle, della meccanica e degli elettrodomestici, della
moda-abbigliamento - che nel complesso vanta un Roe superiore di 6 punti
percentuali al rendimento dei Buoni del Tesoro. Per dimensioni, se la
cavano meglio le medie aziende (+1,4 punti di differenziale), mentre per
le grandi è una vera debacle (-10,9 punti il differenziale di
rendimento). Non a caso i grandi gruppi hanno ormai dislocato oltre la
metà della produzione all'estero.

"Matematicamente" il risultato è frutto di un aumentato costo del
debito – passato in un anno dal 5,6% al 6% – e dell'impennata dei
rendimenti dei titoli pubblici (dal 3,4% al 4,9% sulla scadenza
decennale). Ma la situazione è frutto di un contesto che ha visto,
rispetto al 2007 (l'ultimo anno prima della crisi innescata dalla
finanza), una caduta di produttività dell'ordine del 9,6%, non
compensata dalla dinamica dei prezzi, cresciuti nel frattempo solo del
4,5%. Il valore del prodotto per addetto è così calato del 5,7% e,
considerato che nel periodo il costo del lavoro (inteso come complesso
degli oneri che gravano sulle aziende) è cresciuto del 7,8%, la perdita
di competitività complessiva, dal 2007 al 2011, è stata di 12,5 punti.

Se l'impresa non produce ricchezza, il "sistema" si impoverisce.
Rispetto al 2007 l'occupazione nelle 2mila e passa aziende considerate è
diminuita del 4,9%: cancellati 68mila posti di lavoro, quanti gli
abitanti di una città come Imola. A soffrire a questo riguardo più la
manifattura (-5,5% gli addetti) del terziario (-3,1%) e, a sorpresa, più
il pubblico (-8,6%) del privato (-4,1%). Se l'impresa non produce
ricchezza anche gli investimenti frenano: -5,3% sul 2010, -20,2% sul
2007.

Il problema è il mercato domestico, perchè se le 2023 imprese
italiane censite da Mediobanca possono vantare comunque nel 2011 un
ampliamento del giro d'affari del 9,2% rispetto all'anno prima, il
merito è dell'export che è cresciuto del 18,3%, a un passo più che
triplo rispetto all'incremento dei ricavi di casa, salito lo scorso anno
del 5,5%. Rispetto al 2008, anno di punta, il fatturato domestico è
ancora sotto del 4,6%, l'export è sopra del 7,6%. E comunque,
l'espansione del giro d'affari non è servita ad alzare i guadagni. Il
margine operativo netto è anzi calato del 4,5% nel 2011, restando al di
sotto del 25,6% rispetto ai livelli che aveva raggiunto al top del 2007.
E l'incidenza del risultato corrente sul fatturato, 5,8% in media, è
sprofondata al minimo del decennio. Giù lo scorso anno anche gli utili
netti: -65% a causa anche di pesanti oneri straordinari.

La crisi ha pesato anche sulla struttura finanziaria delle aziende
che si è indebolita: il rapporto tra debito e patrimonio netto è
peggiorato da 1,7 a 1,8 volte. A dispetto del luogo comune, nel 2011 a
finanziare la gran parte dell'incremento del debito – 4,6 miliardi su
5,8 miliardi - sono state, nonostante tutto, di nuovo le banche.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-08-08/italia-rende-unimpresa-225528.shtml?uuid=AbKJGhLG



_________________________________________________________________________

Ricordate quando scrivevo, in tempi non sospetti: prepariamoci a vivere in una Italia vista come nelle cartoline in bianco e nero?
Bene, anzi male! Mai come questa volta sono d'accordo con lo studio della CGIL che pronostica il raggiungimento del numero di occupati in Italia del 2007, non prima del 2070.
Un dato vero, se si pensa che la nostra popolazione tende all'invecchiamento e secondo approfonditi studi l'uomo fino ai 50anni ha propensione alla alla spesa, ovvero al consumo di beni.
Una spontanea domanda logica da porsi è: in Italia chi dovrà consumare in un futuro prossimo i beni prodotti dall'industria? Le soluzioni a che il sistema non entri ulteriormente in stallo ci sarebbero pure, non sono certo da ricercare in un volontario suicidio di massa degli anziani! Sicuramente l'analisi dei problemi conosciuti ci porta verso altre soluzioni. A voi le proposte.









Ultima modifica di Condor il Lun 03 Giu 2013, 13:49, modificato 1 volta
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da rikkitikkitavi il Lun 03 Giu 2013, 11:22

è da ancora prima dei tempi del caf che le aziende preferiscono investire in bot e cct (oggi btp) piuttosto che in processi e tecnologie.

e d'altra parte trent'anni fa quale investimento poteva garantire rendimenti a due cifre, per giunta esentasse?
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Ospite il Lun 03 Giu 2013, 12:14

il rendimento netto del capitale realizzato nel 2011 dall'insieme delle aziende considerate, è stato pari al 5,8%, insufficiente cioè a coprire il costo di mezzi propri e debito che è risultato pari al 7,2%. Di fatto, dedicandosi all'attività produttiva, lo scorso anno è come se si fosse distrutta ricchezza per 1,4 punti percentuali.
Salvo i patemi sulla sorte dell'euro, sarebbe stato più comodo e più remunerativo vivere di rendita
Con le peculiarità ed i numeri italiane, questa è la situazione in cui da decenni si trova tutto il mondo "occidentale" con escusione di alcune "nicchie" (produzioni ad alto tasso tecnologico, o svolte condizioni di sostanziale monopolio, ecc.) ed in cui abbastanza rapidamente si troveranno anche i paesi "emergenti" man mano che la sostituzione del lavoro umano con le macchine andrà avanti.

Non a caso negli scorsi decenni si è avuto l'enorme sviluppo della finanziarizzazione dell'economia: vivere di rendita è oggettivamente più remunerativo, come lo è affrontare il rischio da speculazione finanziaria piuttosto che quello da impresa: l'esplosione della bolla di tale "soluzione" e l'impossibile superamento della contraddizione prima rilevata spiega l'attuale condizione di crisi ed incertezza.

Ma riporta di attualità, con urgenza, la questione rivoluzionaria del passaggio da un sistema che promuove lo sviluppo produttivo al fine di fare denaro ed utilizzarlo per promuovere ulteriore sviluppo e ulteriore denaro e così via in un processo a spirale senza sbocchi, ad un sistema che sia finalizzato alla produzione per la soddisfazione dei bisogni dell'intera umanità; cosa che già le attuali capacità produttive consentirebbero col solo sacrificio dei consumi "opulenti".

Quanto prima la politica - e segnatamente la sinistra, storicamente nata dall'analisi delle contraddizioni capitalistiche - si deciderà a confrontarsi con tale problema nelle sue attuali caratteristiche e ad individuare la possibile strategia per detto passaggio, tanto meglio sarà giacchè in alternativa sono a rischio la democrazia e, al limite, la sopravvivenza stessa della civile umanità.

Putroppo, allo stato pare che altro non si concepisca, anche a sinistra, se non velletarie e stanche riproposizioni di ricette già rivelatesi insufficienti e l'ambizione di gestire "al meglio" l'esistente, in attesa del miracolo della "ripresa" (che è un po' come fare la respirazione bocca a bocca ad un malato terminale nella speranza che guarisca).

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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da cireno il Lun 03 Giu 2013, 12:36

Come si può fare impresa oggi in Italia? Un dipendente costa non meno, e parlo di gente a basso salario, di 30mila euro anno, con la stessa spesa in Croazia assumi 5 dipendenti e in Serbia otto. E non è che Croazia e Serbia siano così lontane.
E' più comodo, facile e con minor rischi, fare lo speculatore finanziario. Oppure agrario. Oppure artistico. Per esempio, ci sono finanziatori per operazioni che investono opere d'arte. Spiegazione.
L'Italia è un paese bloccato dalla paura di fare assegni. Nessuno vuole esporsi, quindi si sono trovate le scappatoie: si paga all'estero. E per pagare all'estero devi avere i soldi all'estero, e questo è quello che fanno "gli speculatori": hai bisogno di centomila euro per acquistare un'opera d'erta per la quale hai già il cliente? di un milione? di tre milioni? Ecco qua, pagamento su banca XX in nazione XY. Il realizzo della vendita dovrà essere fatto sulla stessa banca oppure, anche in Italia ma solo se per contanti. Un'operazione del genere costa pressapoco due mesi di tempo. Costo? Fingiamo un milione? 50mila euro di costo, cioè il 5% in tre mesi, cioè il 20% anno. E sai quanti usano questa strada? tanti.
Se lo Stato fosse governato da gente che sa quello che fa queste cose non ci sarebbero.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Shaka_Zulu il Lun 03 Giu 2013, 15:21

In Italia si fanno fuori le persone che conoscono l'industria come Prodi o Bersani e sono mandati avanti venditori di pozioni magiche come Grillo e Berlusconi.
Non possiamo meravigliarci che le cose siano come sono.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da rikkitikkitavi il Lun 03 Giu 2013, 19:45

cireno ha scritto:Come si può fare impresa oggi in Italia? Un dipendente costa non meno, e parlo di gente a basso salario, di 30mila euro anno, con la stessa spesa in Croazia assumi 5 dipendenti e in Serbia otto. E non è che Croazia e Serbia siano così lontane.
E' più comodo, facile e con minor rischi, fare lo speculatore finanziario. Oppure agrario. Oppure artistico. Per esempio, ci sono finanziatori per operazioni che investono opere d'arte. Spiegazione.
L'Italia è un paese bloccato dalla paura di fare assegni. Nessuno vuole esporsi, quindi si sono trovate le scappatoie: si paga all'estero. E per pagare all'estero devi avere i soldi all'estero, e questo è quello che fanno "gli speculatori": hai bisogno di centomila euro per acquistare un'opera d'erta per la quale hai già il cliente? di un milione? di tre milioni? Ecco qua, pagamento su banca XX in nazione XY. Il realizzo della vendita dovrà essere fatto sulla stessa banca oppure, anche in Italia ma solo se per contanti. Un'operazione del genere costa pressapoco due mesi di tempo. Costo? Fingiamo un milione? 50mila euro di costo, cioè il 5% in tre mesi, cioè il 20% anno. E sai quanti usano questa strada? tanti.
Se lo Stato fosse governato da gente che sa quello che fa queste cose non ci sarebbero.

e come è che in germania l'impresa si fa?
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Condor il Mar 04 Giu 2013, 04:46

Beh, rikki, permettimi la mia impressione, oltre a quella che vorrà darti Cireno.
In altri luoghi dell'Eurozona non esiste un fisco che ti sanziona - e quindi ti condanna - per presunta evasione; non esiste il burocrate dell'ufficio Attività Produttive che in virtù di esasperanti leggi, concepite da trogloditi, attende il 29° giorno per chiamarti in ufficio al fine di aggiustare la tua pratica; non esistono leggi europee – malgrado sia l'Europa ad imporle – che vengono applicate alla lettera – come in Italia - ovvero senza alcuna deroga, che ti permettono di lavorare con l'armonia che esiste negli altri stati vicini (vedasi, ad esempio, le leggi di Polizia Veterinaria in vigore in Olanda e in Italia); e remota è, in altri paesi, la possibilità che la mattina ci si svegli con la consapevolezza che durante la giornata riceverai la consueta tegola in testa. Motivo, quello della tegola, che produce umori spenti non idonei al fondamentale entusiasmo per produrre ricchezza.

Sir Wisnton Churchill, intorno alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, recitava la massima:
Alcuni considerano un'impresa privata come una feroce tigre da abbattere,
altri la considerano come una mucca da mungere,
pochi la considerano come in realtà è:
un robusto cavallo che traina un carro molto pesante.


Oggi ci si accorge che il carro italiano è davvero diventato molto pesante per essere trainato dal cavallo Impresa, un carro dal quale nessuno vuole più scendere, perché significa perdere una parte dei diritti acquisiti - malamente concessi - in tempi di vacche da mungere.
Se non si prende coscienza che certi privilegi, o distorsioni di sistema che appesantiscono il carro, non sono più concepibili, probabilmente non basterebbe neanche una locomotiva con moltissimi cavalli per farlo muovere di pochi centimetri.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da cireno il Mar 04 Giu 2013, 05:20

rikkitikkitavi ha scritto:

e come è che in germania l'impresa si fa?

Già, in Germania impresa non è una parolaccia: come mai, chiedi tu?
Per non farla lunga ti rispondo con due esempi.
C’è la crisi e anche il mercato dell’Arte ne risente. Strano, perché comunque le opere d’arte sono sempre state considerate oltre che espressione di cultura anche investimento ma oggi in Italia le cose girano al rovescio rispetto al resto dei paesi del mondo. Però, anche se c’è la crisi e la paura di fare assegni, chi compera ancora esiste. Ma cosa compera chi ancora desidera acquistare? Opere d’arte di livello, qualità superiore, proprio per dare un senso alla spesa si seleziona.
Questo è quel che accade per la Germania: cambia i termini, metti moto o auto invece di opere d’arte, e avrai la risposta. Mentre la Germania cercava di alzare la qualità delle sue produzioni gli imprenditori italiani che facevano? Nulla, e così aziende floride e competitive(Olivetti, Gilera, Guzzi, Alfa Romeo, Phonola, Breda areonautica, Lancia, Bianchi, Montedison ecc.) se ne sono andate nel limbo delle cose dimenticate. E oggi, con la crisi che è momento normale per il sistema capitalistico, chi vende? Chi ha prodotti di qualità, cioè la Germania. E i nostri? Ringraziamo i nostri "capitani d'industria" per aver portato il Paese in questi fossati.

Un altro esempio: a Montebelluna un certo signor Polegato comincia a fare una scarpa “che respira”: si chiama Geox. L’idea prende piede e in pochi anni la fabbrica conta oltre 1500 dipendenti. Bene, applausi. Poi però appena l’azienda diventa così importante e diffusa in Europa che ti fa il signor Polegato? Delocalizza, prende la sua azienda e la porta in Serbia o in Croazia non ricordo. E i dipendenti? A casa, forse in cassa integrazione.

L’Italia è questa, la Germania è altra cosa.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da rikkitikkitavi il Mar 04 Giu 2013, 06:00

che è la risposta che volevo sentire: esistono anche delle responsabilità degli imprenditori, e il caso olivetti è emblematico, così come il caso geox.

e non è che in germania non si delocalizzi, ma la testa pensante rimane in germania: la progettualità, il controllo, la strategia.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da cireno il Mar 04 Giu 2013, 06:51

rikkitikkitavi ha scritto:che è la risposta che volevo sentire: esistono anche delle responsabilità degli imprenditori, e il caso olivetti è emblematico, così come il caso geox.

e non è che in germania non si delocalizzi, ma la testa pensante rimane in germania: la progettualità, il controllo, la strategia.

Il fatto è che noi, italiani, abbiamo la facilità di farci abbindolare dalle parole, e non è un caso che nel nostro Paese la fortuna politica è sempre commisurata sul “saper parlare”: Prodi? Ma non sa nemmeno parlare... Bersani? Ma non sa parlare... Questi sono i commenti della gente che quando dici”però Bersani sarebbe un ottimo primo ministro, perché di industria se ne intende” ti risponde “ma non è nemmeno capace di parlare”…….
Ecco, in Italia non conta il “saper fare” ma il “saper parlare”, del resto siamo un popolo cosparso da avvocati più che da industriali, quindi….
E così uno come Berlusconi viene scambiato per “imprenditore”. Imprenditore di che? Che ricchezza aggiunta porta al Paese la sua azienda? La ILLVA è un’impresa, per citarne una che andrebbe di corsa statalizzata, ma Mediaset? Quel signore, parlo del Berlusca, è stato messo, da Craxi ma non solo (Dell’Utri, Mangano, Gelli, la banca del papà chiusa per riciclaggio ecc.) nella possibilità di sfruttare un’idea appunto craxiana che voleva una televisione per il suo PSI. E una televisione commerciale come quella di Berlusconi che fa, porta ricchezza? No, semmai la toglie. Un prodotto commercializzato attraverso pubblicità televisiva costa al consumatore di media il doppio di un prodotto del tutto uguale che non regala soldi alle TV. Vedere perché le LIDL stanno facendo faville, per esempio. Quindi non è un’impresa che produce ricchezza, Mediaset, ma che la toglie.
Però Berlusconi parla bene, incanta, specialmente le donne, e quindi ecco spiegata la sua fortuna politica.
Diciamo la verità: facciamo ridere. Hanno ragione i danesi e gli olandesi a dire che siamo un popolo di mandolinisti e di mafiosi.
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Adam il Mar 04 Giu 2013, 08:16

Da questo interessante dialogo ho colto due frasi sulle quali baso il mio intervento: è come fare la respirazione bocca a bocca ad un malato terminale e perché le cose in Germania vanno meglio che da noi.. Correggendo, però la diagnosi sul malato che, secondo me, è gravissimo, ma non in punto di morte.

L'Italia è un malato molto grave, nel corpo del quale a sintomi si aggiungono sintomi indotti dai primi, perché quando in un organismo una cosa vitale non funziona, tutto il resto rischia di deteriorarsi. La Germania, rispetto a noi sta molto meglio. Non benissimo perché la crisi morde anche là, ma come si dice, non deve tenere nemmeno il letto.

Dire quale parte del nostro organismo sociale ha incominciato a non funzionare, causando lo stato pietoso attuale, è cosa improba. In sintesi si potrebbe dire che non c'è negli italiani sufficiente senso dello Stato, perché in molti il processo di costruzione di una coscienza nazionale non si è mai compiuto. Quindi questa condizione di incompletezza ha causato l'avvento di regimi politici tesi a costituire un potere asservito agli interessi di pochi realizzati sulle spalle dei più.

Le cose in Italia vanno male, come l'articolo del Sole 24 ore riporta in modo incontestabile, perché tutti insieme siamo vissuti negli ultimi tren'anni al di sopra dei nostri mezzi. Perché esiste una pressione fiscale che non serve per garantire un soddisfacente stato sociale, ma solo per pagare spese inadeguate ai servizi erogati. Perché una vasta fascia di popolazione le tasse le evade sfacciatamente, costringendo coloro che le pagano a sopportare tassi iugulatori. Perché tutto questo porta l'opinione pubblica a considerare che un'impresa - o anche un semplice affittuario - lavora fino a Luglio per lo Stato, per poi ritenere per se un guadagno che lo dissuade da continuare ad intraprendere. Perché il capitalismo degenerato in finanza, anzichè in impresa produttiva, offre margini con molti minori rischi, specie se realizzati attraverso l'uso di paradisi fiscali che nascondono nell'anonimato gli illeciti guadagni. Perché la disonestà tracima dalle coscienze e, senza freni inibitori, alimenta l'area incontenibile della delinquenza e del malaffare. Perché per troppi anni l'ignoranza genetica e costituzionale di gran parte della popolazione è stata mantenuta consapevolmente da poteri che sull'ignoranza dei sottomessi ci sguazza.

Perché tutto questo in Germania, o in Olanda, Finlandia, o ovunque esista una coscienza civile accade di meno o non accade affatto e, quindi, le imprese seguono il loro corso e producono utili se la buona gestione lo consente.

Ora il discrimine tra chi come me, giudica la situazione gravissima, ma contenibile e ricuperabile e chi come l'amico Condor la considera come quella di una malato terminale, il discrimine è - dicevo - la certezza che se si riesce a realizzare l'Unione Federale dell'Europa, i nostri mali si avvieranno verso la lenta, progressiva guarigione: l'Unione sarà la nostra camera barica dalla quale usciremo convalescenti e infine salvi. Mentre se il sogno europeo non si realizzerà, allora la fine dell'Italia che conosciamo e che nella quale abbiamo vissuto è definitivamente assegnata. Ma in ogni caso sono convinto che per sopravvivere ci dovremmo adeguare ad un tenore di vita generale - e quindi accettabile - assai inferiore a quello che il periodo del falso oro ci aveva abituati
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Re: Fare l'imprenditore in Italia? Non conviene. Si guadagna di più investendo in BTp

Messaggio Da Condor il Mar 11 Giu 2013, 21:14

Adam ha scritto:Da questo interessante dialogo ho colto due frasi sulle quali baso il mio intervento: è come fare la respirazione bocca a bocca ad un malato terminale e perché le cose in Germania vanno meglio che da noi.. Correggendo, però la diagnosi sul malato che, secondo me, è gravissimo, ma non in punto di morte.

L'Italia è un malato molto grave, nel corpo del quale a sintomi si aggiungono sintomi indotti dai primi, perché quando in un organismo una cosa vitale non funziona, tutto il resto rischia di deteriorarsi. La Germania, rispetto a noi sta molto meglio. Non benissimo perché la crisi morde anche là, ma come si dice, non deve tenere nemmeno il letto.

Dire quale parte del nostro organismo sociale ha incominciato a non funzionare, causando lo stato pietoso attuale, è cosa improba. In sintesi si potrebbe dire che non c'è negli italiani sufficiente senso dello Stato, perché in molti il processo di costruzione di una coscienza nazionale non si è mai compiuto. Quindi questa condizione di incompletezza ha causato l'avvento di regimi politici tesi a costituire un potere asservito agli interessi di pochi realizzati sulle spalle dei più.

Le cose in Italia vanno male, come l'articolo del Sole 24 ore riporta in modo incontestabile, perché tutti insieme siamo vissuti negli ultimi tren'anni al di sopra dei nostri mezzi. Perché esiste una pressione fiscale che non serve per garantire un soddisfacente stato sociale, ma solo per pagare spese inadeguate ai servizi erogati. Perché una vasta fascia di popolazione le tasse le evade sfacciatamente, costringendo coloro che le pagano a sopportare tassi iugulatori. Perché tutto questo porta l'opinione pubblica a considerare che un'impresa - o anche un semplice affittuario - lavora fino a Luglio per lo Stato, per poi ritenere per se un guadagno che lo dissuade da continuare ad intraprendere. Perché il capitalismo degenerato in finanza, anzichè in impresa produttiva, offre margini con molti minori rischi, specie se realizzati attraverso l'uso di paradisi fiscali che nascondono nell'anonimato gli illeciti guadagni. Perché la disonestà tracima dalle coscienze e, senza freni inibitori, alimenta l'area incontenibile della delinquenza e del malaffare. Perché per troppi anni l'ignoranza genetica e costituzionale di gran parte della popolazione è stata mantenuta consapevolmente da poteri che sull'ignoranza dei sottomessi ci sguazza.

Perché tutto questo in Germania, o in Olanda, Finlandia, o ovunque esista una coscienza civile accade di meno o non accade affatto e, quindi, le imprese seguono il loro corso e producono utili se la buona gestione lo consente.

Ora il discrimine tra chi come me, giudica la situazione gravissima, ma contenibile e ricuperabile e chi come l'amico Condor la considera come quella di una malato terminale, il discrimine è - dicevo - la certezza che se si riesce a realizzare l'Unione Federale dell'Europa, i nostri mali si avvieranno verso la lenta, progressiva guarigione: l'Unione sarà la nostra camera barica dalla quale usciremo convalescenti e infine salvi. Mentre se il sogno europeo non si realizzerà, allora la fine dell'Italia che conosciamo e che nella quale abbiamo vissuto è definitivamente assegnata. Ma in ogni caso sono convinto che per sopravvivere ci dovremmo adeguare ad un tenore di vita generale - e quindi accettabile - assai inferiore a quello che il periodo del falso oro ci aveva abituati

Amico Adam, quando si parla ad una persona come me, nata in una repubblica presidenziale federale e si individuano i mali dell'Europa - in particolar modo dell'Italia – nella mancanza di una Unione Federale di Stati, si sfonda una porta aperta.
Però c'è anche da dire che il percorso per il progetto che accomuna le nostre vedute sull'Europa è lungo e complesso, non tanto per “immaturità” costituzionale di alcuni stati rispetto ad altri già regolamentati da un sistema federale come la Germania e l'Austria, e quindi maggiormente predisposti - rispetto a noi - ad accogliere una proposta in tal senso sul futuro dell'Unione, ma, eticamente parlando, il blocco è culturale.
Se non s'instaura nelle popolazioni, anche con politiche “autoritarie” se necessarie, la ragionevolezza della giusta quanto fondamentale etica nel principio della sopravvivenza, soprattutto nella classe sociale che è sempre vissuta di ricchezza indotta fondata sul concetto dell'inossidabilità del diritto acquisito più che della ricchezza direttamente da essa prodotta, credo che anche una Unione Federale di Stati, come noi la concepiamo, sia destinata a fallire.

Lo so, amico Adam, mi consideri tremendamente pessimista, e hai profondamente ragione.
Ma è dai tempi di De Nicola e di Einaudi che in Italia non vedo più quegli esempi di correttezza istituzionale quale fondamentale induttore dello spirito che deve stimolare – come ho sempre affermato – chi deve metter mano alla tasca per intraprendere e produrre ricchezza.
Forse è questo che l'Europa cerca in tutti i paesi membri, ma soprattutto in noi italiani che uomini di indiscussa moralità come gli anzidetti abbiamo avuto e non vogliamo minimamente emulare.

Sono certo di trovarti d'accordo sul mio pensiero che vede la questione europea ruotare soprattutto intorno ai valori etici dell'Uomo delle istituzioni, chiave – quella dell'etica - che spiana il percorso verso il rapido sviluppo della giusta Europa Federale che auspichiamo per le generazioni future.
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