La malattia metafisica

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La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mer 05 Giu 2013, 16:22



Westlands












Per qualche strana ragione, ho rimosso a lungo dalla memoria la fattucchiera della metropolitana. L’ho incontrata una domenica mattina di marzo, su uno dei vagoni di coda della linea A della metropolitana. Scelgo sempre le vetture più lontane dal centro per essere sicuro di non trovare troppi viaggiatori, anche se non mi piace sedermi e finisco sempre per fare in piedi il breve percorso da Lepanto a Piazza di Spagna, dove inizio a bighellonare per la città deserta dei giorni festivi.

Questa volta, poi, la carrozza è quasi vuota. Alla fermata successiva entra una signora africana: non so ancora riconoscere il paese o almeno la regione di appartenenza, e penso dentro di me che venga dal Benin o comunque dal Golfo di Guinea. Probabilmente sono influenzato dai miei anni di vita a Cuba, dove una delle componenti principali della popolazione proviene proprio dall’Africa occidentale, così come gran parte della cultura tradizionale, dominata da elementi yoruba e ifa, con tutto il suo retaggio di sincretismo religioso e riti di santería.

Ma sto divagando. Dunque, non posso negare che la signora africana richiami la mia attenzione, se non altro per la sua figura: è grassissima, quasi sferica sotto i molteplici strati dei suoi vestiti, un misto di coloratissimo costume tradizionale e comuni abiti occidentali. Regge con le mani due sporte ripiene di oggetti disparati, per lo più commestibili, e ha la testa coronata da un fazzoletto dalle tonalità chiassose, che termina con un grande fiocco che si innalza in verticale al di sopra della nuca.

Del resto il mio sguardo – quel modo svagato di guardarmi attorno che mi caratterizza quando sono in un veicolo pubblico, in un locale affollato o per strada – non si posa su di lei che per poche frazioni di secondo. Insomma, non credo di fare nulla che possa offendere la signora africana. Sta di fatto che improvvisamente lei gonfia le guance fino a stravolgere la propria fisionomia, letteralmente trasformandosi in qualcosa di differente da ciò che è stata fino a un attimo fa. Mi viene da pensare a una rana toro o a un pesce palla – a uno di quegli animali che sono in grado di modificare a comando la propria struttura. Gli occhi diventano due globi bianchi perfettamente sferici e sporgenti dalle orbite, mentre la bocca si atteggia a una smorfia non saprei dire se più di disgusto o di aggressività. Poi lascia cadere a terra le buste della spesa e con entrambe le mani fa il segno delle corna. Però in quel gesto c’è qualcosa di abnorme, forse i mignoli e gli indici che escono dalla massa grassoccia e rotonda del metacarpo e appaiono straordinariamente diritti e allungati, come le antenne di una lumaca. Nel frattempo la metropolitana è arrivata alla stazione successiva. Borbottando parole per me incomprensibili, come formule misteriose, la signora riafferra le sue borse ed esce dalla vettura.

Sul momento, sebbene lo spettacolo mi abbia impressionato non poco, riesco a mantenere un atteggiamento distaccato, evitando di reagire e di fare commenti ad alta voce. Una ragazza che legge un libro seduta davanti me mi rivolge uno sguardo di solidarietà. Le sorrido, come se volessi risponderle: «Oh, non importa, non ci far caso». Do un’occhiata al volume che tiene in grembo e riconosco il mio nome e il titolo di uno dei miei primi romanzi. Penso a cosa posso fare per attirare la sua attenzione, anche perché lei è davvero carina, ma si è già rimessa a leggere, sfogliando lentamente le pagine. Scende tre fermate più avanti, senza farmi caso, senza lasciarmi nemmeno il tempo di dirle qualcosa – che so, almeno che io sono Aurelio Schiavi, proprio lo scrittore che un attimo fa stava assorbendo tutta la sua attenzione.





Tutto questo mi torna in mente circa un anno dopo, nel mercato di Westlands, in un quartiere centrale di Nairobi, dove mi trovo al termine di un giro di conferenze che ho già tenuto ad Asmara e ad Addis Abeba.

C’è polvere, una specie di sabbia fine, rossastra, che si insinua dappertutto nella città e le toglie irrimediabilmente ogni possibile aspetto di metropoli moderna. E’ inutile, mi dico, che ci siano tutte queste vetrine piene di qualsiasi prodotto, o le insegne dei negozi con la pubblicità delle marche più alla moda, o ancora che le strade siano piene zeppe di automobili fino a paralizzarsi. Niente da fare, resta sempre questo terriccio che pavimenta i marciapiedi e che sembra venire direttamente dal cuore del continente, dal mezzo della savana. Dopo aver percorso l’intera regione, arriva anche nel mezzo di Westlands, tra le baracche di legno raggruppate al margine di una delle arterie più importanti del centro urbano.

Tutt’intorno alla rotonda girano follemente a più di cento chilometri orari i matatu, furgoncini a nove posti che trasportano più di venti passeggeri stipati come sardine senz’aria per respirare. E’ una giostra che stordisce. I pulmini si sfiorano, vanno contromano, affondano nelle profonde buche nell’asfalto e ondeggiano paurosamente lungo le cunette e i fossati. Mi dicono che ogni giorno si verificano almeno un paio di scontri mortali, ma per fortuna non mi tocca di dover assistere a niente del genere.

Dal bordo della rotatoria si riesce a scorgere solo la prima fila di chioschi e non si percepiscono le autentiche dimensioni del mercato, che continua all’interno per decine e decine di metri. I negozi sono in realtà delle specie di capanne aperte sul lato anteriore, costruite con assi di legno il più delle volte grezzo, talora dipinto a colori vivaci e perfino con qualche accenno a fantasiose decorazioni, per esempio imitazioni del mantello reticolato delle giraffe o di quello a strisce bianche e nere delle zebre. In mezzo alle baracche, come in una città in miniatura, si snodano stradine in terra battuta, larghe al massimo un paio di metri, spesso più anguste, con tanto di incroci e in alcuni punti minuscole piazzette, dove può capitare di imbattersi in un’assurda cabina telefonica in stile londinese, verniciata di rosso, che sembra essere stata abbandonata lì per scherzo. Verso l’esterno, in direzione della via principale, si affollano bancarelle di frutta e verdura e strane macellerie, con enormi quarti di bue o di altri animali appesi nella penombra, malamente riparati dal turbinare incessante della solita polvere mista a mosche e altri insetti.

Poi è la volta degli hoteli, gli assurdi bar della periferia di Nairobi ricavati all’interno di casette minuscole, a volte piccoli container, dal tetto basso e con l’entrata fatta magari con un grande sportello di metallo ricavato da un camion o da un pullman, sormontato quasi sempre da un cartello rosso della Coca-Cola. Qui e lì si vede un poster attaccato a una parete esterna, sempre lo stesso, in cui Michael Jordan prende lo slancio e dimentica per un attimo di rispettare l’umana sudditanza verso la legge della gravità, o qualche volta una piroetta di Ronaldo o Roberto Baggio.

Appena supero il primo negozietto mi rendo conto di quanto sia facile smarrirsi in quel dedalo di viuzze, dove ogni due o tre metri si ripetono gli stessi angoli carichi di oggetti di legno, maschere africane, divinità in bronzo, animaletti in malachite o in pietra saponaria, stuoie in tessuti ocra o rossi, cestini o copricapi in paglia o fibre intrecciate, gioielli somali, yemeniti ed etiopici in ambra e argento pesante.

I venditori mi si avvicinano a frotte. Devono aver intuito in me un soggetto vulnerabile, affetto come sono da una forma di atavica timidezza che mi rende incapace di liberarmi della loro aggressività. Ognuno cerca di attirarmi nel suo baracchino e tutti mi mostrano cose che a me paiono assolutamente identiche, prodotti fabbricati in serie o importati per i turisti, nonostante l’apparenza di artigianato, e che potrei trovare tali e quali nei centri commerciali dei grandi alberghi.

Un ragazzo mi sbarra la strada. E’ alto, magrissimo, con il torace coperto da una sottile maglietta bianca, le lunghe gambe infilate in vecchi pantaloni militari e i piedi in ciabatte di gomma arancione. Mi indica con un sorriso l’ingresso del suo negozio, che finalmente mi pare più simile a quello che vado cercando, se pure vado cercando davvero qualcosa. Più che altro un residuo del desiderio di un’Africa che ho sognato da lontano e che probabilmente non esiste più da decenni, neanche in posti ben più sperduti e lontani dalle rotte turistiche e commerciali. Ci sono vecchie sculture in bronzo e in legno, animali ritratti non con il pedissequo naturalismo che accomuna tutti gli altri che ho intravisto fino ad ora, bensì con un misto di mostruoso antropomorfismo e un più lieve senso del fantastico.

Mi metto a rovistare al di sotto e al di là della catasta che quasi ostruisce l’entrata, seguendo la mia ispirazione, incurante dei suggerimenti interessati che il venditore tenta di farmi con voce monotona. Afferro uno stranissimo leone in bronzo, o forse un leopardo, costellato di circoletti in rilievo, più simili a riccioli che alle macchie di una pelliccia felina. Le zanne di sopra escono dalla bocca serrata, superando il mento, e gli occhi sono pressoché frontali, come quelli di un uomo, però grandi, rotondi, con la pupilla appena incavata all’interno della superficie del bulbo. La testa è enorme, sproporzionata rispetto al tronco e alle zampe, mentre la coda, sottile, disegna un arco verso l’alto e poi scende a terra, proseguendo per una lunghezza esagerata, pari a quella del corpo.

Accanto c’è una stranissima sirena, la cui estremità pisciforme si biforca, restituendo in qualche modo alla figura femminile il possesso di un paio di gambe, sia pur squamate e culminanti nel disegno di due pinne protese all’insù. I fianchi sono ampi mentre il busto è al confronto rachitico e il volto inespressivo, o forse con una punta appena di malinconia o di rimpianto. E appartiene a una donna europea, non a un’africana.

Mentre rimugino tra me queste cose, alle mie spalle si materializza il professor Phillips, un antropologo australiano che ho incontrato ieri durante la conferenza. Mi vede nel momento in cui sto palpando e soppesando la seconda statuetta di bronzo, rilucente come oro appena venato di striature verdastre. E’ buffo, alto e impettito, con una cartella di cuoio nero da cui escono, mal trattenuti, gli orli di alcuni fogli di carta messi in disordine.

«Vedo che le interessano le sirene, caro Schiavi. Mi chiedo se lei sappia come ne sia nato il mito. Fu per via dei dugonghi, dei pinnipedi piuttosto goffi che vivono nell’oceano, al largo delle coste africane. Hanno due mammelle, molto simili a quelle umane, e spesso emergono dall’acqua all’altezza della vita – o meglio, di quella che i marinai ritenevano fosse una vita femminile. Il fatto strano è che la loro faccia baffuta è così assurdamente brutta, direi ripugnante, che è difficile capire perché queste creature fossero associate alla leggenda di una pericolosa bellezza…».

Con buona pace del professor Phillips, conosco la storia dei dugonghi e se è per questo anche dei loro parenti, i lamantini americani. Vorrei anzi fargli notare come le sirene, nella mitologia classica, fossero inizialmente piuttosto un incrocio tra donne e uccelli, figure alate che si appollaiavano sui rami più alti degli alberi come avvoltoi della Nubia, e che avevano, per l’appunto, fattezze particolarmente sgradevoli. Ma l’antropologo è già passato oltre e mi sta quasi strappando di mano l’altra scultura.

«Naturalmente questi oggetti vengono dall’Africa occidentale. Questo per esempio dal Benin: osservi la struttura antropomorfa del leopardo e guardi com’è simile al dio-giaguaro degli Aztechi! Non è una prova meravigliosa dell’origine comune di tutte le mitologie, se non di antichi spostamenti transoceanici delle popolazioni di cui non sappiamo più niente? Del resto nelle stesse foreste da cui viene questa statua esiste la leggenda di mokele-mbembe, una bestia enorme assolutamente identica a un brontosauro o a un diplodoco – e questo a migliaia di chilometri di distanza da Loch Ness!».

Mentre si dilunga su queste storie, facendo sfoggio di una discreta dose di pedanteria, ci siamo allontanati dalla baracca. Il venditore ci viene dietro di corsa, disperato per il diversivo che gli sta facendo perdere un cliente da lui ritenuto ormai acquisito. Gli chiedo il prezzo delle due statuette e gli assicuro che tornerò domani. Settemila scellini la sirena, dodicimila il grande leone o leopardo, è la risposta. Il professor Phillips apre la bocca a vuoto per un momento e poi la serra piegandone all’ingiù i lati, un gesto che provoca la formazione di rughe ampie e plastiche verso il mento. Evidentemente gli sembrano troppo cari.

«Jina langu ni Simon»: mi chiamo Simon, mi grida dietro in ki-swahili il ragazzo, ormai disperando di rivedermi mai più nel suo chiosco.

Io e Phillips continuiamo a chiacchierare per ore, senza renderci conto di dove andiamo. In realtà giriamo quasi in tondo e non ci allontaniamo molto dal mercato di Westlands. A un certo punto, non so nemmeno come, ci troviamo a infilarci dentro un hoteli. Il soffitto è così basso che il professore deve continuamente abbassarsi quando si mette in piedi, e l’illuminazione viene solo da un paio di lampadine da quaranta watt, molto flebili, che penzolano sopra le nostre teste.

Phillips è proprio irreale, con il suo abito scuro e la cartella di cuoio, all’interno di quel posto. Non smette di parlare e intanto, con mia grande meraviglia, si fa servire una birra dopo l’altra. Chissà perché, lo avevo associato a un’idea di sobrietà e lo credevo astemio.

«Vede, il problema con l’antropologia e con le scienze affini, come lo studio delle religioni o delle popolazioni primitive, è che è difficile capire fino a che punto uno sia rimasto ancora un osservatore oppure sia diventato una parte stessa dell’oggetto delle proprie ricerche», dice, e intanto è passato all’uji, una specie di porridge bollente. «Ho molto apprezzato, a differenza di alcuni colleghi, il suo intervento di ieri sulla santería, anche se era più il racconto di uno scrittore che la relazione di uno studioso. Il punto è che non è chiaro se lei abbia assistito ai riti afrocubani con il distacco di uno scienziato o piuttosto con il pieno coinvolgimento di un adepto, o almeno con un pizzico della curiosità morbosa di chi comunque vuole essere parte del gioco».

A un certo punto gli si avvicina una ragazza, uscita dalla penombra come un’apparizione: graziosa, se non fosse per un premolare che le manca e la cui assenza risalta sgradevole ogni volta che ride – e lo fa spesso – spalancando la bocca e arricciando il labbro di sopra. Si mette a importunare il professore, che la allontana da sé dapprima con fastidio, poi sempre con più indulgenza, finché si mette a ridere anche lui. Si volta verso il bancone di legno ruvido occupato dalla grassa padrona e le fa cenno di portare una birra alla ragazza.

«Ho scoperto che se incontri una signorina così in un posto come questo, puoi offrirle tutto quello che vuoi e ti verrà sempre a costare sempre meno che una sola bottiglia in un grande albergo», mi disse strizzandomi l’occhio con divertito cinismo.

Mi rendo conto che si trova perfettamente a suo agio in questo che è apparentemente l’ultimo luogo sulla terra in cui mi verrebbe da collocare la sua figura anacronistica. Sospetto che ci sia già venuto molte altre volte, e non solo in cerca di materiale per i suoi studi. Intanto siamo passati al chang’aa, un intruglio fortissimo, quasi alcol puro distillato male e clandestinamente. Una di quelle cose che, assunte smodatamente, possono portare alla cecità. Il professor Phillips ormai ha mollato ogni residuo di reticenza, lascia che la ragazza si sieda sulle sue ginocchia, le accarezza le cosce piene, le palpa il seno. Mi punta l’indice contro il petto per sottolineare gli argomenti che snocciola con sempre maggiore convinzione e minore chiarezza, e che del resto mi è diventato difficile afferrare, per come mi gira la testa. Ho l’impressione di affondare in tondo sul pavimento di terra battuta, quasi questo non opponesse alcuna resistenza alla mia massa, e avverto un senso di acuto dolore da qualche parte tra il centro e le pareti della scatola cranica. Dopo un po’ comincio a ridere anche io, senza poter fare nulla per fermarmi.





Il mattino dopo mi risveglio con la testa sul tavolaccio, poggiata tra i gomiti. Mi guardo attorno senza rendermi conto, per qualche secondo, di dove mi trovi. L’hoteli è vuoto e una luce grigiastra, che pullula di minuscoli granelli in sospensione, filtra dalle due anguste finestre e dalle innumerevoli fessure delle pareti.

Il professor Phillips non c’è. Chissà se ha passato anche lui la notte lì dentro, a smaltire la sbornia, o se è uscito subito dopo che io sono crollato in un sonno paralizzante, probabilmente in compagnia della ragazza senza premolare. Per un momento mi chiedo perfino se il mio non sia stato tutto un sogno, se l’incontro con l’antropologo non sia altro che un parto della mia ubriacatura.

Mi incammino incerto verso l’uscita, sentendo le gambe pesanti e come incollate all’altezza delle ginocchia. Una volta all’aperto cerco subito di ritrovare la strada per il negozio di Simon. Sento che devo recuperare la sirena a tutti i costi, come se fossi vittima di un incantamento. Imbocco una delle viuzze in terra battuta, nella direzione da cui mi sembra di essere arrivato ieri sera, ma già alla seconda svolta mi sento confuso. Quella rastrelliera coperta di maschere di legno non la ricordavo, in quel punto, né la bottega di tappeti di lana e batik dove una grossa venditrice discute animatamente con una pallida turista dall’aspetto inglese, le gambe biancastre e ossute che escono da un paio di pantaloncini verdi da safari.

Mi giro all’indietro ma anche da questa parte non riconosco la via giusta per raggiungere il mio antiquario, e probabilmente non riuscirei più nemmeno a tornare all’hoteli. Avanzo ancora di qualche metro e poi decido di essermi definitivamente perso. I venditori possono essere gli stessi di ieri ma questa volta, senza alcun motivo, mi sembrano aggressivi, perfino pericolosi. Fuggo letteralmente al richiamo insistito di alcuni di loro, scanso spaventato il braccio che uno mi ha proteso per tirarmi verso la sua mercanzia.

Cerco allora di uscire direttamente, mandando al diavolo la statua della sirena e il leone-leopardo del Benin, ma più mi incammino nella direzione che penso tagli verso la strada principale, più aumenta l’impressione che mi stia invece addentrando nel dedalo di bancarelle. Mi aggrappo come a un’ancora di salvezza quando vedo una cabina telefonica verniciata di rosso, in una posizione che finalmente credo di riconoscere, a pochi metri dall’entrata. Invece deve essere solo un’altra, uguale a quella, ma posta chiaramente al centro dell’area occupata dal mercato. Il panico non fa altro che stordirmi di più, e ormai giro in tondo come la preda di un qualche carnivoro, passando e ripassando sempre davanti alle stesse baracche e alle stesse facce dei venditori, che adesso mi guardano a metà tra divertiti e preoccupati, ritenendo forse di trovarsi davanti a uno straniero improvvisamente impazzito nel mezzo di Westlands.

Finché mi sento toccare una spalla, mi giro e la rivedo. O meglio, oggi potrei forse pensare di aver sovrapposto, nell’angoscia del momento, il ricordo della fattucchiera della metropolitana all’immagine in carne e ossa di questa signora che si è staccata dal gruppo degli spettatori e si è fatta avanti per aiutarmi. Eppure scommetterei qualsiasi cosa che si tratti in realtà della stessa persona: grassa fino alla totale rotondità, le guance lucide e sferiche, il vestito sgargiante e il fiocco enorme teso all’insù sulla sua testa. E soprattutto gli occhi, i bulbi rotondi che si fissano su di me con una specie di stupore misto a curiosità, o forse pena, cui corrisponde l’espressione della bocca, atteggiata a formare un o perfetto, con le labbra protese.

Senza dirmi nemmeno una parola e senza che le dica a mia volta dove voglio andare, mi guida con sicurezza per non più di tre o quattro svolte a zig-zag e subito, in un tempo brevissimo, mi rendo conto di essere stato depositato di fronte alla baracca di Simon. Se non è questa una prova delle sue arti magiche!

«Muza sanamu, Simon», vendigli la statuetta, ordina al ragazzo, con un tono imperioso ma senza dover alzare la voce per convincerlo, «E mi raccomando, fagli un prezzo speciale, non quello che chiedi di solito ai turisti».

Simon sorride, contro voglia, e mi porge il leopardo incartato nelle pagine di un vecchio giornale per diecimila scellini, duemila meno di quanto pretendesse il giorno prima.

«Veramente erano due le statuette che ti avevo chiesto di tenermi da parte», gli dico, «A me interessa molto l’altra, quella della sirena».

Il ragazzo mi guarda senza parlare. Sembra nervoso, anzi, addirittura spaventato. Mi giro verso la donna e rivedo – questa volta senza alcun dubbio – la fattucchiera della metropolitana. Si è irrigidita, le labbra tirate in una smorfia cattiva, gli occhi due globi sporgenti sul punto di esplodere o rotolare per terra.

«Hawakuna masanamu mawili. Hakuna mwananke avutaye kwa uzuri». Non esistono due statuette e non c’è nessuna sirena, dice. «Twaa chui na enda!», prendi il leopardo e vattene.

«L’ho vista benissimo, ieri, e sono tornato apposta», insisto.

Simon adesso trema visibilmente. Mi mette il leopardo tra le mani implorandomi con lo sguardo di prenderlo e andarmene. Rientra nella sua baracca dimenticandosi perfino dei soldi. Lo seguo per dargli i diecimila scellini e ne approfitto per guardare sugli scaffali e per terra, ma naturalmente non sarebbe facile rintracciare la sirena, se pure fosse ancora lì, cosa di cui comincio a dubitare.

Quando esco, la fattucchiera è in piedi davanti alla porta, con le braccia conserte. Mi fissa muovendo le labbra ma senza emettere alcun suono. Io me ne vado con il pacchetto sotto il braccio e la sensazione di essere stato sconfitto. Ma perché, poi? Fino a poche ore fa non avevo intenzione di comprare una statuetta africana, e cosa mi importa adesso di quella sirena?





Pochi mesi dopo ricevo una telefonata del professor Phillips, del quale non ho avuto più notizie da quella notte nel bar di Westlands. Mi domando come abbia fatto a procurarsi il mio recapito di Roma, poi mi ricordo che quando era iniziato il convegno a ognuno di noi era stato chiesto di riempire una scheda molto accurata e che prima di consegnarla alla direzione ce l’eravamo passata l’uno con l’altro in fotocopia, come studenti alla chiusura di un corso.

Dice che mi sta chiamando da un porto dell’Africa occidentale e mi invita a raggiungerlo.

«Sto organizzando una spedizione lungo le coste del Golfo di Guinea. Sono sicuro che le piacerebbe moltissimo».

Non ho particolari impegni e una certa vena di leggerezza non mi è mai mancata. Perciò a distanza di una settimana da quella telefonata sono già da Phillips. Lo trovo esattamente come l’ho lasciato, con un vestito scuro inadatto alla circostanza, allampanato e apparentemente distante mille miglia dal luogo in cui si trova, ovvero sul ponte bagnato e poco pulito di una specie di peschereccio che avanza a forza di scossoni prodotti da un vecchio motore arrugginito. In realtà ho imparato a distinguere, sotto la facciata del suo comportamento da gentleman, il segreto di un incessante sarcasmo che lo pervade in profondità e che lo porta a deridere in cuor suo tutto e tutti, in qualsiasi circostanza. Quando piega il labbro superiore agli angoli, formando una ruga che pende in basso e poi vira impercettibilmente verso l’alto, so che è l’equivalente silenzioso di una fragorosa risata.

Passo quindici giorni a non far niente, mentre Phillips studia documenti, fa fermare il battello in corrispondenza di piccoli imbarcaderi sperduti nella foresta di mangrovie, interroga i pescatori immergendosi in interminabili discussioni su chissà che cosa. Tira fuori un taccuino e annota alcune parole, dei dati, Dio sa che cosa. Torna a bordo e si rimette a parlare con il suo tono basso e monotono. Io faccio finta di ascoltarlo mentre penso ad altro. Guardo la linea immobile dell’orizzonte e le coste che ci sfilano davanti, la costellazione di radici semisommerse, l’improvviso rivelarsi di un delta nascosto tra gli alberi o il luccicare delle case bianche di un villaggio.

Phillips ogni tanto prende il suo bloc-notes, ricopia gli appunti e butta giù le bozze di un libro sulle culture del grande golfo. Poi d’improvviso si interrompe e mi osserva.

«Si annoia?», mi chiede. «Resista ancora un po’. Le assicuro che non resterà deluso. C’è qualcosa che spero di riuscire a farle vedere e che la interesserà moltissimo».

Se devo essere sincero, capisco poco delle sue stranezze e preferisco i racconti dei marinai di bordo o dei pescatori che ci accostano sulle loro barchette di legno e ci offrono pesci imperatori, cernie, piccoli squali. Decido di considerare questo mio viaggio per quello che è, una vacanza un po’ forzata, a metà tra la fuga e il rapimento. Perciò mi metto a giocare con i pescatori, tiro su col prezzo, poi invece compro tutto il contenuto delle loro reti al doppio di quello che mi hanno chiesto. Tanto faccio mettere tutto sul conto di Phillips: dico loro di rivolgersi direttamente al capo bianco con il vestito scuro. Mentre quelli vanno a incassare, io mi tuffo e sguazzo attorno al nostro battello, incurante delle grida di Phillips, che sicuramente sta imprecando per la spesa imprevista. Poi mi accorgo che non è lui a chiamarmi, ma uno dei marinai.

«Non si allontani e torni a bordo, qui siamo fuori dalla barriera corallina e c’è pericolo di pescicani!».

Salgo lungo la scaletta di corda, gocciolando dappertutto, e mi rimetto a guardare le coste che sfilano lontane, sentendomi impotente.

«Abbia pazienza», mi ripete Phillips, che per colpa mia ha appena sborsato una fortuna in pesci forse immangiabili, «Verrà il suo momento, gliel’ho promesso».





Superiamo un promontorio e la prua del battello smette di seguire la successiva linea tangente all’arco del golfo, dirigendosi impercettibilmente verso il largo. Un groviglio di foglie larghe, tenute a galla da minuscole vesciche vegetali ripiene d’aria, come acini d’uva rigonfi, attraversa la nostra rotta e poi resta indietro, alla deriva. In piedi, in precario equilibrio, un cormorano si prepara al tuffo, o forse a spiccare il volo. Il dorso squamato di un rettile passa a pochi millimetri dalla superficie dell’acqua, increspando il mare come un antico presagio.

Il mare diventa più scuro, di un azzurro quasi grigio, con sottili venature verdastre. Non ha più i toni lievi e cangianti della costa né ancora quelli caldi del tramonto, che però sta già colorando il cielo, a grande distanza verso occidente.

All’improvviso si formano ampie onde basse, ovali, come se una montagna bassa ed estesa si profilasse davanti alla nostra prua, fatta di sostanza liquida ma non per questo instabile. Si disegnano crepe, fenditure mobili e docili che vanno poi aprendosi come increspature di un cavallone a riva, nella marina tirrenica della mia infanzia, finché appare il corpo della sirena e non è niente di quello che mi sarei atteso basandomi sulle letture classiche, sulle fantasie dei cartoni animati o sui desideri del cuore e dell’immaginazione.

E’ immensa, una massa liscia e scura che si stende sotto il pelo dell’acqua per decine di metri, come la proiezione della nostra chiglia che ci precede nella navigazione. A fatica riusciamo a distinguerne la testa, che è davanti, appunto a quindici o venti metri da noi, diversa da qualsiasi descrizione abbiamo mai potuto leggere o ascoltare. Non è quella di un goffo dugongo, ma nemmeno di una pericolosa deliziosa fanciulla. E’ la testa quieta e un po’ piatta di un essere che non appartiene ai nostri racconti e ai nostri sogni e che non sembra impaziente di entrarci.

La sirena rimane per molto tempo alla stessa distanza, avanzando alla velocità del peschereccio. Phillips si volta verso di me e vedo nei suoi occhi il luccicare di una sincera commozione. Penso che il suo invito e tutto il viaggio nascondevano nient’altro che questo, il regalo che ha voluto farmi senza dirmi nulla, per non guastare la sorpresa. Su tutto, mi vince l’impulso di abbracciarlo in silenzio, come si farebbe con un fratello ritrovato.




Ultima modifica di Vargas il Ven 07 Giu 2013, 12:27, modificato 1 volta
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Guya il Mer 05 Giu 2013, 16:47

Vargas ha scritto:

Westlands



Per qualche strana ragione, ho rimosso a lungo dalla memoria la fattucchiera della metropolitana. L’ho incontrata una domenica mattina di marzo, su uno dei vagoni di coda della linea A della metropolitana. Scelgo sempre le vetture più lontane dal centro per essere sicuro di non trovare troppi viaggiatori, anche se non mi piace sedermi e finisco sempre per fare in piedi il breve percorso da Lepanto a Piazza di Spagna, dove inizio a bighellonare per la città deserta dei giorni festivi.

Questa volta, poi, la carrozza è quasi vuota. Alla fermata successiva entra una signora africana: non so ancora riconoscere il paese o almeno la regione di appartenenza, e penso dentro di me che venga dal Benin o comunque dal Golfo di Guinea. Probabilmente sono influenzato dai miei anni di vita a Cuba, dove una delle componenti principali della popolazione proviene proprio dall’Africa occidentale, così come gran parte della cultura tradizionale, dominata da elementi yoruba e ifa, con tutto il suo retaggio di sincretismo religioso e riti di santería.

Ma sto divagando. Dunque, non posso negare che la signora africana richiami la mia attenzione, se non altro per la sua figura: è grassissima, quasi sferica sotto i molteplici strati dei suoi vestiti, un misto di coloratissimo costume tradizionale e comuni abiti occidentali. Regge con le mani due sporte ripiene di oggetti disparati, per lo più commestibili, e ha la testa coronata da un fazzoletto dalle tonalità chiassose, che termina con un grande fiocco che si innalza in verticale al di sopra della nuca.

Del resto il mio sguardo – quel modo svagato di guardarmi attorno che mi caratterizza quando sono in un veicolo pubblico, in un locale affollato o per strada – non si posa su di lei che per poche frazioni di secondo. Insomma, non credo di fare nulla che possa offendere la signora africana. Sta di fatto che improvvisamente lei gonfia le guance fino a stravolgere la propria fisionomia, letteralmente trasformandosi in qualcosa di differente da ciò che è stata fino a un attimo fa. Mi viene da pensare a una rana toro o a un pesce palla – a uno di quegli animali che sono in grado di modificare a comando la propria struttura. Gli occhi diventano due globi bianchi perfettamente sferici e sporgenti dalle orbite, mentre la bocca si atteggia a una smorfia non saprei dire se più di disgusto o di aggressività. Poi lascia cadere a terra le buste della spesa e con entrambe le mani fa il segno delle corna. Però in quel gesto c’è qualcosa di abnorme, forse i mignoli e gli indici che escono dalla massa grassoccia e rotonda del metacarpo e appaiono straordinariamente diritti e allungati, come le antenne di una lumaca. Nel frattempo la metropolitana è arrivata alla stazione successiva. Borbottando parole per me incomprensibili, come formule misteriose, la signora riafferra le sue borse ed esce dalla vettura.

Sul momento, sebbene lo spettacolo mi abbia impressionato non poco, riesco a mantenere un atteggiamento distaccato, evitando di reagire e di fare commenti ad alta voce. Una ragazza che legge un libro seduta davanti me mi rivolge uno sguardo di solidarietà. Le sorrido, come se volessi risponderle: «Oh, non importa, non ci far caso». Do un’occhiata al volume che tiene in grembo e riconosco il mio nome e il titolo di uno dei miei primi romanzi. Penso a cosa posso fare per attirare la sua attenzione, anche perché lei è davvero carina, ma si è già rimessa a leggere, sfogliando lentamente le pagine. Scende tre fermate più avanti, senza farmi caso, senza lasciarmi nemmeno il tempo di dirle qualcosa – che so, almeno che io sono Aurelio Schiavi, proprio lo scrittore che un attimo fa stava assorbendo tutta la sua attenzione.

Tutto questo mi torna in mente circa un anno dopo, nel mercato di Westlands, in un quartiere centrale di Nairobi, dove mi trovo al termine di un giro di conferenze
C’è polvere, una specie di sabbia fine, rossastra, che si insinua dappertutto nella città e le toglie irrimediabilmente ogni possibile aspetto di metropoli moderna. E’ inutile, mi dico, che ci siano tutte queste vetrine piene di qualsiasi prodotto, o le insegne dei negozi con la pubblicità delle marche più alla moda, o ancora che le strade siano piene zeppe di automobili fino a paralizzarsi. Niente da fare, resta sempre questo terriccio che pavimenta i marciapiedi e che sembra venire direttamente dal cuore del continente, dal mezzo della savana. Dopo aver percorso l’intera regione, arriva anche nel mezzo di Westlands, tra le baracche di legno raggruppate al margine di una delle arterie più importanti del centro urbano.

Tutt’intorno alla rotonda girano follemente a più di cento chilometri orari i matatu, furgoncini a nove posti che trasportano più di venti passeggeri stipati come sardine senz’aria per respirare. E’ una giostra che stordisce. I pulmini si sfiorano, vanno contromano, affondano nelle profonde buche nell’asfalto e ondeggiano paurosamente lungo le cunette e i fossati. Mi dicono che ogni giorno si verificano almeno un paio di scontri mortali, ma per fortuna non mi tocca di dover assistere a niente del genere.

Dal bordo della rotatoria si riesce a scorgere solo la prima fila di chioschi e non si percepiscono le autentiche dimensioni del mercato, che continua all’interno per decine e decine di metri. I negozi sono in realtà delle specie di capanne aperte sul lato anteriore, costruite con assi di legno il più delle volte grezzo, talora dipinto a colori vivaci e perfino con qualche accenno a fantasiose decorazioni, per esempio imitazioni del mantello reticolato delle giraffe o di quello a strisce bianche e nere delle zebre. In mezzo alle baracche, come in una città in miniatura, si snodano stradine in terra battuta, larghe al massimo un paio di metri, spesso più anguste, con tanto di incroci e in alcuni punti minuscole piazzette, dove può capitare di imbattersi in un’assurda cabina telefonica in stile londinese, verniciata di rosso, che sembra essere stata abbandonata lì per scherzo. Verso l’esterno, in direzione della via principale, si affollano bancarelle di frutta e verdura e strane macellerie, con enormi quarti di bue o di altri animali appesi nella penombra, malamente riparati dal turbinare incessante della solita polvere mista a mosche e altri insetti.

Poi è la volta degli hoteli, gli assurdi bar della periferia di Nairobi ricavati all’interno di casette minuscole, a volte piccoli container, dal tetto basso e con l’entrata fatta magari con un grande sportello di metallo ricavato da un camion o da un pullman, sormontato quasi sempre da un cartello rosso della Coca-Cola. Qui e lì si vede un poster attaccato a una parete esterna, sempre lo stesso, in cui Michael Jordan prende lo slancio e dimentica per un attimo di rispettare l’umana sudditanza verso la legge della gravità, o qualche volta una piroetta di Ronaldo o Roberto Baggio.

Appena supero il primo negozietto mi rendo conto di quanto sia facile smarrirsi in quel dedalo di viuzze, dove ogni due o tre metri si ripetono gli stessi angoli carichi di oggetti di legno, maschere africane, divinità in bronzo, animaletti in malachite o in pietra saponaria, stuoie in tessuti ocra o rossi, cestini o copricapi in paglia o fibre intrecciate, gioielli somali, yemeniti ed etiopici in ambra e argento pesante.

I venditori mi si avvicinano a frotte. Devono aver intuito in me un soggetto vulnerabile, affetto come sono da una forma di atavica timidezza che mi rende incapace di liberarmi della loro aggressività. Ognuno cerca di attirarmi nel suo baracchino e tutti mi mostrano cose che a me paiono assolutamente identiche, prodotti fabbricati in serie o importati per i turisti, nonostante l’apparenza di artigianato, e che potrei trovare tali e quali nei centri commerciali dei grandi alberghi.

Un ragazzo mi sbarra la strada. E’ alto, magrissimo, con il torace coperto da una sottile maglietta bianca, le lunghe gambe infilate in vecchi pantaloni militari e i piedi in ciabatte di gomma arancione. Mi indica con un sorriso l’ingresso del suo negozio, che finalmente mi pare più simile a quello che vado cercando, se pure vado cercando davvero qualcosa. Più che altro un residuo del desiderio di un’Africa che ho sognato da lontano e che probabilmente non esiste più da decenni, neanche in posti ben più sperduti e lontani dalle rotte turistiche e commerciali. Ci sono vecchie sculture in bronzo e in legno, animali ritratti non con il pedissequo naturalismo che accomuna tutti gli altri che ho intravisto fino ad ora, bensì con un misto di mostruoso antropomorfismo e un più lieve senso del fantastico.

Mi metto a rovistare al di sotto e al di là della catasta che quasi ostruisce l’entrata, seguendo la mia ispirazione, incurante dei suggerimenti interessati che il venditore tenta di farmi con voce monotona. Afferro uno stranissimo leone in bronzo, o forse un leopardo, costellato di circoletti in rilievo, più simili a riccioli che alle macchie di una pelliccia felina. Le zanne di sopra escono dalla bocca serrata, superando il mento, e gli occhi sono pressoché frontali, come quelli di un uomo, però grandi, rotondi, con la pupilla appena incavata all’interno della superficie del bulbo. La testa è enorme, sproporzionata rispetto al tronco e alle zampe, mentre la coda, sottile, disegna un arco verso l’alto e poi scende a terra, proseguendo per una lunghezza esagerata, pari a quella del corpo.

Accanto c’è una stranissima sirena, la cui estremità pisciforme si biforca, restituendo in qualche modo alla figura femminile il possesso di un paio di gambe, sia pur squamate e culminanti nel disegno di due pinne protese all’insù. I fianchi sono ampi mentre il busto è al confronto rachitico e il volto inespressivo, o forse con una punta appena di malinconia o di rimpianto. E appartiene a una donna europea, non a un’africana.

Mentre rimugino tra me queste cose, alle mie spalle si materializza il professor Phillips, un antropologo australiano che ho incontrato ieri durante la conferenza. Mi vede nel momento in cui sto palpando e soppesando la seconda statuetta di bronzo, rilucente come oro appena venato di striature verdastre. E’ buffo, alto e impettito, con una cartella di cuoio nero da cui escono, mal trattenuti, gli orli di alcuni fogli di carta messi in disordine.

«Vedo che le interessano le sirene, caro Schiavi. Mi chiedo se lei sappia come ne sia nato il mito. Fu per via dei dugonghi, dei pinnipedi piuttosto goffi che vivono nell’oceano, al largo delle coste africane. Hanno due mammelle, molto simili a quelle umane, e spesso emergono dall’acqua all’altezza della vita – o meglio, di quella che i marinai ritenevano fosse una vita femminile. Il fatto strano è che la loro faccia baffuta è così assurdamente brutta, direi ripugnante, che è difficile capire perché queste creature fossero associate alla leggenda di una pericolosa bellezza…».

Con buona pace del professor Phillips, conosco la storia dei dugonghi e se è per questo anche dei loro parenti, i lamantini americani. Vorrei anzi fargli notare come le sirene, nella mitologia classica, fossero inizialmente piuttosto un incrocio tra donne e uccelli, figure alate che si appollaiavano sui rami più alti degli alberi come avvoltoi della Nubia, e che avevano, per l’appunto, fattezze particolarmente sgradevoli. Ma l’antropologo è già passato oltre e mi sta quasi strappando di mano l’altra scultura.

«Naturalmente questi oggetti vengono dall’Africa occidentale. Questo per esempio dal Benin: osservi la struttura antropomorfa del leopardo e guardi com’è simile al dio-giaguaro degli Aztechi! Non è una prova meravigliosa dell’origine comune di tutte le mitologie, se non di antichi spostamenti transoceanici delle popolazioni di cui non sappiamo più niente? Del resto nelle stesse foreste da cui viene questa statua esiste la leggenda di mokele-mbembe, una bestia enorme assolutamente identica a un brontosauro o a un diplodoco – e questo a migliaia di chilometri di distanza da Loch Ness!».

Mentre si dilunga su queste storie, facendo sfoggio di una discreta dose di pedanteria, ci siamo allontanati dalla baracca. Il venditore ci viene dietro di corsa, disperato per il diversivo che gli sta facendo perdere un cliente da lui ritenuto ormai acquisito. Gli chiedo il prezzo delle due statuette e gli assicuro che tornerò domani. Settemila scellini la sirena, dodicimila il grande leone o leopardo, è la risposta. Il professor Phillips apre la bocca a vuoto per un momento e poi la serra piegandone all’ingiù i lati, un gesto che provoca la formazione di rughe ampie e plastiche verso il mento. Evidentemente gli sembrano troppo cari.

«Jina langu ni Simon»: mi chiamo Simon, mi grida dietro in ki-swahili il ragazzo, ormai disperando di rivedermi mai più nel suo chiosco.

Io e Phillips continuiamo a chiacchierare per ore, senza renderci conto di dove andiamo. In realtà giriamo quasi in tondo e non ci allontaniamo molto dal mercato di Westlands. A un certo punto, non so nemmeno come, ci troviamo a infilarci dentro un hoteli. Il soffitto è così basso che il professore deve continuamente abbassarsi quando si mette in piedi, e l’illuminazione viene solo da un paio di lampadine da quaranta watt, molto flebili, che penzolano sopra le nostre teste.

Phillips è proprio irreale, con il suo abito scuro e la cartella di cuoio, all’interno di quel posto. Non smette di parlare e intanto, con mia grande meraviglia, si fa servire una birra dopo l’altra. Chissà perché, lo avevo associato a un’idea di sobrietà e lo credevo astemio.

«Vede, il problema con l’antropologia e con le scienze affini, come lo studio delle religioni o delle popolazioni primitive, è che è difficile capire fino a che punto uno sia rimasto ancora un osservatore oppure sia diventato una parte stessa dell’oggetto delle proprie ricerche», dice, e intanto è passato all’uji, una specie di porridge bollente. «Ho molto apprezzato, a differenza di alcuni colleghi, il suo intervento di ieri sulla santería, anche se era più il racconto di uno scrittore che la relazione di uno studioso. Il punto è che non è chiaro se lei abbia assistito ai riti afrocubani con il distacco di uno scienziato o piuttosto con il pieno coinvolgimento di un adepto, o almeno con un pizzico della curiosità morbosa di chi comunque vuole essere parte del gioco».

A un certo punto gli si avvicina una ragazza, uscita dalla penombra come un’apparizione: graziosa, se non fosse per un premolare che le manca e la cui assenza risalta sgradevole ogni volta che ride – e lo fa spesso – spalancando la bocca e arricciando il labbro di sopra. Si mette a importunare il professore, che la allontana da sé dapprima con fastidio, poi sempre con più indulgenza, finché si mette a ridere anche lui. Si volta verso il bancone di legno ruvido occupato dalla grassa padrona e le fa cenno di portare una birra alla ragazza.

«Ho scoperto che se incontri una signorina così in un posto come questo, puoi offrirle tutto quello che vuoi e ti verrà sempre a costare sempre meno che una sola bottiglia in un grande albergo», mi disse strizzandomi l’occhio con divertito cinismo.

Mi rendo conto che si trova perfettamente a suo agio in questo che è apparentemente l’ultimo luogo sulla terra in cui mi verrebbe da collocare la sua figura anacronistica. Sospetto che ci sia già venuto molte altre volte, e non solo in cerca di materiale per i suoi studi. Intanto siamo passati al chang’aa, un intruglio fortissimo, quasi alcol puro distillato male e clandestinamente. Una di quelle cose che, assunte smodatamente, possono portare alla cecità. Il professor Phillips ormai ha mollato ogni residuo di reticenza, lascia che la ragazza si sieda sulle sue ginocchia, le accarezza le cosce piene, le palpa il seno. Mi punta l’indice contro il petto per sottolineare gli argomenti che snocciola con sempre maggiore convinzione e minore chiarezza, e che del resto mi è diventato difficile afferrare, per come mi gira la testa. Ho l’impressione di affondare in tondo sul pavimento di terra battuta, quasi questo non opponesse alcuna resistenza alla mia massa, e avverto un senso di acuto dolore da qualche parte tra il centro e le pareti della scatola cranica. Dopo un po’ comincio a ridere anche io, senza poter fare nulla per fermarmi.

Il mattino dopo mi risveglio con la testa sul tavolaccio, poggiata tra i gomiti. Mi guardo attorno senza rendermi conto, per qualche secondo, di dove mi trovi. L’hoteli è vuoto e una luce grigiastra, che pullula di minuscoli granelli in sospensione, filtra dalle due anguste finestre e dalle innumerevoli fessure delle pareti.

Il professor Phillips non c’è. Chissà se ha passato anche lui la notte lì dentro, a smaltire la sbornia, o se è uscito subito dopo che io sono crollato in un sonno paralizzante, probabilmente in compagnia della ragazza senza premolare. Per un momento mi chiedo perfino se il mio non sia stato tutto un sogno, se l’incontro con l’antropologo non sia altro che un parto della mia ubriacatura.

Mi incammino incerto verso l’uscita, sentendo le gambe pesanti e come incollate all’altezza delle ginocchia. Una volta all’aperto cerco subito di ritrovare la strada per il negozio di Simon. Sento che devo recuperare la sirena a tutti i costi, come se fossi vittima di un incantamento. Imbocco una delle viuzze in terra battuta, nella direzione da cui mi sembra di essere arrivato ieri sera, ma già alla seconda svolta mi sento confuso. Quella rastrelliera coperta di maschere di legno non la ricordavo, in quel punto, né la bottega di tappeti di lana e batik dove una grossa venditrice discute animatamente con una pallida turista dall’aspetto inglese, le gambe biancastre e ossute che escono da un paio di pantaloncini verdi da safari.

Mi giro all’indietro ma anche da questa parte non riconosco la via giusta per raggiungere il mio antiquario, e probabilmente non riuscirei più nemmeno a tornare all’hoteli. Avanzo ancora di qualche metro e poi decido di essermi definitivamente perso. I venditori possono essere gli stessi di ieri ma questa volta, senza alcun motivo, mi sembrano aggressivi, perfino pericolosi. Fuggo letteralmente al richiamo insistito di alcuni di loro, scanso spaventato il braccio che uno mi ha proteso per tirarmi verso la sua mercanzia.

Cerco allora di uscire direttamente, mandando al diavolo la statua della sirena e il leone-leopardo del Benin, ma più mi incammino nella direzione che penso tagli verso la strada principale, più aumenta l’impressione che mi stia invece addentrando nel dedalo di bancarelle. Mi aggrappo come a un’ancora di salvezza quando vedo una cabina telefonica verniciata di rosso, in una posizione che finalmente credo di riconoscere, a pochi metri dall’entrata. Invece deve essere solo un’altra, uguale a quella, ma posta chiaramente al centro dell’area occupata dal mercato. Il panico non fa altro che stordirmi di più, e ormai giro in tondo come la preda di un qualche carnivoro, passando e ripassando sempre davanti alle stesse baracche e alle stesse facce dei venditori, che adesso mi guardano a metà tra divertiti e preoccupati, ritenendo forse di trovarsi davanti a uno straniero improvvisamente impazzito nel mezzo di Westlands.

Finché mi sento toccare una spalla, mi giro e la rivedo. O meglio, oggi potrei forse pensare di aver sovrapposto, nell’angoscia del momento, il ricordo della fattucchiera della metropolitana all’immagine in carne e ossa di questa signora che si è staccata dal gruppo degli spettatori e si è fatta avanti per aiutarmi. Eppure scommetterei qualsiasi cosa che si tratti in realtà della stessa persona: grassa fino alla totale rotondità, le guance lucide e sferiche, il vestito sgargiante e il fiocco enorme teso all’insù sulla sua testa. E soprattutto gli occhi, i bulbi rotondi che si fissano su di me con una specie di stupore misto a curiosità, o forse pena, cui corrisponde l’espressione della bocca, atteggiata a formare un o perfetto, con le labbra protese.

Senza dirmi nemmeno una parola e senza che le dica a mia volta dove voglio andare, mi guida con sicurezza per non più di tre o quattro svolte a zig-zag e subito, in un tempo brevissimo, mi rendo conto di essere stato depositato di fronte alla baracca di Simon. Se non è questa una prova delle sue arti magiche!

«Muza sanamu, Simon», vendigli la statuetta, ordina al ragazzo, con un tono imperioso ma senza dover alzare la voce per convincerlo, «E mi raccomando, fagli un prezzo speciale, non quello che chiedi di solito ai turisti».

Simon sorride, contro voglia, e mi porge il leopardo incartato nelle pagine di un vecchio giornale per diecimila scellini, duemila meno di quanto pretendesse il giorno prima.

«Veramente erano due le statuette che ti avevo chiesto di tenermi da parte», gli dico, «A me interessa molto l’altra, quella della sirena».

Il ragazzo mi guarda senza parlare. Sembra nervoso, anzi, addirittura spaventato. Mi giro verso la donna e rivedo – questa volta senza alcun dubbio – la fattucchiera della metropolitana. Si è irrigidita, le labbra tirate in una smorfia cattiva, gli occhi due globi sporgenti sul punto di esplodere o rotolare per terra.

«Hawakuna masanamu mawili. Hakuna mwananke avutaye kwa uzuri». Non esistono due statuette e non c’è nessuna sirena, dice. «Twaa chui na enda!», prendi il leopardo e vattene.

«L’ho vista benissimo, ieri, e sono tornato apposta», insisto.

Simon adesso trema visibilmente. Mi mette il leopardo tra le mani implorandomi con lo sguardo di prenderlo e andarmene. Rientra nella sua baracca dimenticandosi perfino dei soldi. Lo seguo per dargli i diecimila scellini e ne approfitto per guardare sugli scaffali e per terra, ma naturalmente non sarebbe facile rintracciare la sirena, se pure fosse ancora lì, cosa di cui comincio a dubitare.

Quando esco, la fattucchiera è in piedi davanti alla porta, con le braccia conserte. Mi fissa muovendo le labbra ma senza emettere alcun suono. Io me ne vado con il pacchetto sotto il braccio e la sensazione di essere stato sconfitto. Ma perché, poi? Fino a poche ore fa non avevo intenzione di comprare una statuetta africana, e cosa mi importa adesso di quella sirena?


Pochi mesi dopo ricevo una telefonata del professor Phillips, del quale non ho avuto più notizie da quella notte nel bar di Westlands. Mi domando come abbia fatto a procurarsi il mio recapito di Roma, poi mi ricordo che quando era iniziato il convegno a ognuno di noi era stato chiesto di riempire una scheda molto accurata e che prima di consegnarla alla direzione ce l’eravamo passata l’uno con l’altro in fotocopia, come studenti alla chiusura di un corso.

Dice che mi sta chiamando da un porto dell’Africa occidentale e mi invita a raggiungerlo.

«Sto organizzando una spedizione lungo le coste del Golfo di Guinea. Sono sicuro che le piacerebbe moltissimo».

Non ho particolari impegni e una certa vena di leggerezza non mi è mai mancata. Perciò a distanza di una settimana da quella telefonata sono già da Phillips. Lo trovo esattamente come l’ho lasciato, con un vestito scuro inadatto alla circostanza, allampanato e apparentemente distante mille miglia dal luogo in cui si trova, ovvero sul ponte bagnato e poco pulito di una specie di peschereccio che avanza a forza di scossoni prodotti da un vecchio motore arrugginito. In realtà ho imparato a distinguere, sotto la facciata del suo comportamento da gentleman, il segreto di un incessante sarcasmo che lo pervade in profondità e che lo porta a deridere in cuor suo tutto e tutti, in qualsiasi circostanza. Quando piega il labbro superiore agli angoli, formando una ruga che pende in basso e poi vira impercettibilmente verso l’alto, so che è l’equivalente silenzioso di una fragorosa risata.

Passo quindici giorni a non far niente, mentre Phillips studia documenti, fa fermare il battello in corrispondenza di piccoli imbarcaderi sperduti nella foresta di mangrovie, interroga i pescatori immergendosi in interminabili discussioni su chissà che cosa. Tira fuori un taccuino e annota alcune parole, dei dati, Dio sa che cosa. Torna a bordo e si rimette a parlare con il suo tono basso e monotono. Io faccio finta di ascoltarlo mentre penso ad altro. Guardo la linea immobile dell’orizzonte e le coste che ci sfilano davanti, la costellazione di radici semisommerse, l’improvviso rivelarsi di un delta nascosto tra gli alberi o il luccicare delle case bianche di un villaggio.

Phillips ogni tanto prende il suo bloc-notes, ricopia gli appunti e butta giù le bozze di un libro sulle culture del grande golfo. Poi d’improvviso si interrompe e mi osserva.

«Si annoia?», mi chiede. «Resista ancora un po’. Le assicuro che non resterà deluso. C’è qualcosa che spero di riuscire a farle vedere e che la interesserà moltissimo».

Se devo essere sincero, capisco poco delle sue stranezze e preferisco i racconti dei marinai di bordo o dei pescatori che ci accostano sulle loro barchette di legno e ci offrono pesci imperatori, cernie, piccoli squali. Decido di considerare questo mio viaggio per quello che è, una vacanza un po’ forzata, a metà tra la fuga e il rapimento. Perciò mi metto a giocare con i pescatori, tiro su col prezzo, poi invece compro tutto il contenuto delle loro reti al doppio di quello che mi hanno chiesto. Tanto faccio mettere tutto sul conto di Phillips: dico loro di rivolgersi direttamente al capo bianco con il vestito scuro. Mentre quelli vanno a incassare, io mi tuffo e sguazzo attorno al nostro battello, incurante delle grida di Phillips, che sicuramente sta imprecando per la spesa imprevista. Poi mi accorgo che non è lui a chiamarmi, ma uno dei marinai.

«Non si allontani e torni a bordo, qui siamo fuori dalla barriera corallina e c’è pericolo di pescicani!».

Salgo lungo la scaletta di corda, gocciolando dappertutto, e mi rimetto a guardare le coste che sfilano lontane, sentendomi impotente.

«Abbia pazienza», mi ripete Phillips, che per colpa mia ha appena sborsato una fortuna in pesci forse immangiabili, «Verrà il suo momento, gliel’ho promesso».


Superiamo un promontorio e la prua del battello smette di seguire la successiva linea tangente all’arco del golfo, dirigendosi impercettibilmente verso il largo. Un groviglio di foglie larghe, tenute a galla da minuscole vesciche vegetali ripiene d’aria, come acini d’uva rigonfi, attraversa la nostra rotta e poi resta indietro, alla deriva. In piedi, in precario equilibrio, un cormorano si prepara al tuffo, o forse a spiccare il volo. Il dorso squamato di un rettile passa a pochi millimetri dalla superficie dell’acqua, increspando il mare come un antico presagio.

Il mare diventa più scuro, di un azzurro quasi grigio, con sottili venature verdastre. Non ha più i toni lievi e cangianti della costa né ancora quelli caldi del tramonto, che però sta già colorando il cielo, a grande distanza verso occidente.

All’improvviso si formano ampie onde basse, ovali, come se una montagna bassa ed estesa si profilasse davanti alla nostra prua, fatta di sostanza liquida ma non per questo instabile. Si disegnano crepe, fenditure mobili e docili che vanno poi aprendosi come increspature di un cavallone a riva, nella marina tirrenica della mia infanzia, finché appare il corpo della sirena e non è niente di quello che mi sarei atteso basandomi sulle letture classiche, sulle fantasie dei cartoni animati o sui desideri del cuore e dell’immaginazione.

E’ immensa, una massa liscia e scura che si stende sotto il pelo dell’acqua per decine di metri, come la proiezione della nostra chiglia che ci precede nella navigazione. A fatica riusciamo a distinguerne la testa, che è davanti, appunto a quindici o venti metri da noi, diversa da qualsiasi descrizione abbiamo mai potuto leggere o ascoltare. Non è quella di un goffo dugongo, ma nemmeno di una pericolosa deliziosa fanciulla. E’ la testa quieta e un po’ piatta di un essere che non appartiene ai nostri racconti e ai nostri sogni e che non sembra impaziente di entrarci.

La sirena rimane per molto tempo alla stessa distanza, avanzando alla velocità del peschereccio. Phillips si volta verso di me e vedo nei suoi occhi il luccicare di una sincera commozione. Penso che il suo invito e tutto il viaggio nascondevano nient’altro che questo, il regalo che ha voluto farmi senza dirmi nulla, per non guastare la sorpresa. Su tutto, mi vince l’impulso di abbracciarlo in silenzio, come si farebbe con un fratello ritrovato.



leggere un tuo racconto, Vargas, mette in pace con sè stessi...
grazie


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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Ven 07 Giu 2013, 12:18


Nobody’s Home











Il poeta Gaetano Forastieri scese di casa alle sei di sera. Abitava al settimo piano di un palazzo un tempo signorile, adesso quasi ingoiato dai quartieri popolari. In quel quartiere da molti anni le boutique di lusso, i ristoranti e le sartorie avevano ceduto il passo a piccoli bar, pizze al taglio e negozi a buon mercato, ma i marciapiedi erano ancora sufficientemente puliti e ogni tanto si vedevano degli alberelli un po’ stenti che riuscivano a fare capolino tra le macchine parcheggiate in seconda fila o di traverso sui passi carrabili.

Forastieri abitava al numero centoventi. Passando davanti al centosedici si imbatté come al solito nella vecchietta minuta, curva, con i capelli perfettamente bianchi e sempre lo stesso cappotto di lana rossa con i bottoni dorati, lo sguardo perso nel vuoto. Il poeta Forastieri non aveva mai scoperto come si chiamasse. Sapeva solo che la si poteva incontrare a qualsiasi ora della giornata mentre aspettava l’arrivo di qualche inquilino che le aprisse il portone del palazzo. Ogni volta ripeteva la stessa storia: che la chiave non girava più nella serratura e che lei era rimasta chiusa fuori. Ogni volta le chiedevano se non avesse preso per caso la chiave sbagliata, e ogni volta la vecchina ripeteva che no, perché ieri, o questa mattina, il portone si apriva, e che era davvero strano che adesso le facesse questo scherzo. Ogni volta le suggerivano di andare dall’amministratore del condominio e farsi dare un’altra copia, ma ogni volta la vecchina sembrava rifiutare l’idea quasi spaventata, come se questo amministratore fosse un essere mostruoso e spietato che potesse cogliere l’occasione al volo per cacciarla di casa e che dunque fosse meglio evitare di incontrare. Alla fine, esausto, il salvatore di turno apriva il portone e lasciava entrare la signora. Dopo un’ora, o al massimo due, lei era di nuovo lì in strada, senza far niente, senza parlare con nessuno, guardando nel vuoto in attesa che qualcuno che venisse ad aprirle.

Dopo il numero centosedici la strada faceva un’ampia curva in discesa e andava verso la stazione della funicolare. Forastieri accelerò fino a via Toledo, poi riprese il suo passo abituale, la testa lievemente inclinata verso l’alto, le braccia corte dietro la schiena, il ventre proteso in avanti. Dava l’impressione di meditare su argomenti particolarmente elevati, oppure che sarebbe andato a sbattere da un momento all’altro contro un lampione.

Curiosò nelle vetrine di una libreria – nessuno dei titoli esposti gli fece venir voglia di entrare, comprarlo e mettersi a leggerlo – e di un negozio di moda maschile: che belle le giacche di tweed a quadretti, peccato che addosso a lui tendessero a fare una piega sgraziata sulle spalle e sul davanti, come quella che portava quel giorno! Poi entrò nel Bar Genziana e gettò un’occhiata in direzione del bancone, in cerca di Carmen.

Eccola lì. Non si può dire che il poeta Forastieri avesse studiato a tavolino i turni di servizio del personale del bar, era piuttosto un’informazione inconscia, prodotta dalla lunga abitudine di fare quella passeggiata e di inserire nel cammino una pausa obbligata nel Bar Genziana. Diciamo che sapeva istintivamente quando avrebbe trovato Carmen e che non sbagliava quasi mai.

Andò direttamente alla cassa, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé, e pagò un caffè. Solo allora si concesse il lusso di accostarsi al bancone e affrontare la visione di Carmen. La ragazza però non si rivolse subito a lui. C’erano almeno altre quattro persone che stavano ordinando: due cocktail piuttosto complessi, dai nomi esotici, un campari e un altro caffè come il suo. Forastieri era una di quelle persone incapaci di farsi notare in un esercizio pubblico, al momento di ordinare. Non aveva mai imparato il trucco per parlare con il tono e il volume giusti, senza alzare troppo la voce ma senza nemmeno rimanersene zitti e immobili nell’irragionevole attesa che il commesso o il cameriere guardino dalla parte vostra, incrociando i vostri occhi e inquadrando nel loro campo visivo le vostre dita che stringono il minuto rettangolo di carta dello scontrino.

Finalmente, buon ultimo, Carmen guardò anche dalla sua parte. A Forastieri ogni volta gli occhi di un azzurro cupo e il petto forte della barista bastavano per sentirsi in pace con il mondo. Ogni volta, quando se ne andava da lì, finiva per chiedersi se avesse fatto bene a non dirle niente. Suppo e Tucciarelli, che erano rimasti i suoi migliori amici anche dopo aver lasciato la scuola a metà liceo, gli dicevano che doveva essere proprio cieco a non accorgersi che la ragazza ci stava, che lo guardava come se pendesse dalle sue labbra, in attesa solo di un pretesto per… chissà, una parola poteva tirane un’altra e magari si andava a finire… già, dove si andava a finire? Per poco il poeta Forastieri non cadde in un fosso aperto dai lavori in corso, più giù, verso via Toledo, mentre fantasticava su Carmen.

Doveva avere antenati spagnoli, a giudicare dal nome e da certi tratti del viso, sebbene gli occhi azzurri e la carnagione chiara stonassero con quella ricostruzione. Ma che importava? Lo sguardo di Carmen era un viatico sufficiente per l’intera giornata, e pazienza se non si andava oltre uno scambio di battute come «Lo vuole doppio, l’espresso?», oppure «Le porto un’altra bustina di zucchero?». Frasi non proprio memorabili, come si vede.

Né lungo via Toledo né in Galleria Umberto incontrò nessuno con cui scambiare quattro chiacchiere in attesa che si facesse ora di pranzo, e perciò decise di fare una breve passeggiata sul lungomare, in via Caracciolo. In realtà camminò pochissimo. Si fermò in un posto panoramico, a guardare un gruppo di barche da diporto che beccheggiavano pigramente, finché non cominciò ad avvertire un discreto languore allo stomaco.

Dovresti proprio limitarti, Gaetano, si disse. Aveva bisogno di perdere sei chili, secondo la sua personale (e molto ottimistica) diagnosi. Forse era anche per questo che non gli veniva di provarci seriamente con Carmen. O magari perché aveva paura di quello che avrebbero detto i suoi amici, gli altri, a parte insomma Suppo e Tucciarelli, che almeno a parole lo incoraggiavano. Per non parlare poi di sua madre. Con la cameriera di un bar, Gaetano mio! Ma con tutte le possibilità che hai, un bel ragazzo giovane come te, con la tua posizione!

Il pensiero di sua madre lo mise a disagio e decise di rinviare ogni decisione, sia sulla barista sia sulla dieta. Gli venne voglia di una bella margherita in una delle pizzerie del centro che mettevano anche un banchetto fuori, sul marciapiedi. Vere pizze cotte nel forno a legna, ci mancherebbe altro, ma vendute per strada, take away, come se fossero degli hot dog o degli hamburger. Una bella botta calorica, ma quando ci vuole ci vuole.

Il posto migliore era a uno dei lati di un largo nel mezzo di una delle zone più trafficate della città, verso l’università. Forastieri si mise in cammino di buona lena, cercando dentro di sé una valida ragione per rinunciare al pranzo. Ma non ne trovò nessuna. Ecco, semmai lo seccava il fatto di doversi fare quasi due chilometri in leggera salita e si rammaricò di essersi lasciato trasportare dai pensieri fino al lungomare di Posillipo. Prendere un autobus, nemmeno a parlarne, sarebbe stato come condannarsi a una sauna e ritrovarsi poi con uno strato di polveri sottili appiccicate dappertutto sui vestiti bagnati di sudore. Per poco l’idea non gli tolse l’appetito.

Davanti al banchetto delle pizze c’erano solo due persone in attesa. Forastieri si mise dietro di loro e aprì il giornale alla pagina della cultura. Risse da pollaio e nient’altro. Passò alla cronaca, che ultimamente lo appassionava di più. A Miami una star di origine latina aveva denunciato il rapimento del suo i-pod. I malviventi avevano chiesto un riscatto di centomila dollari. I due clienti davanti a Forastieri sembravano indecisi sulla scelta della pizza e avevano bloccato la coda. Avevano tutta l’aria di essere studenti universitari e probabilmente non avevano fretta di tornare in aula. Quando finalmente furono serviti, tre turiste asiatiche si infilarono alla sinistra del poeta e fecero le loro ordinazioni con dei sorrisi disarmanti. A Gaetano non seccò tanto la loro impudenza, quanto il fatto che il pizzaiolo le aveva subito servite ignorandolo bellamente. Perciò girò sui suoi tacchi e si allontanò.

Se ne pentì subito. Il suo stomaco infatti reclamava vistosamente, ma ormai lui non poteva fare marcia indietro, la sua dignità ne avrebbe sofferto troppo, senza contare che nel frattempo altri clienti si erano aggiunti e si sarebbe ritrovato in fondo alla coda. Sapeva benissimo quello che sarebbe successo nei prossimi giorni: la rabbia e la frustrazione gli sarebbero montate dentro obbligandolo a evitare d’ora in poi quella pizzeria. Cazzo, per uno stupido moto d’orgoglio, per pochi secondi di irrazionalità doversi privare per sempre della migliore pizza della città! Certo, con ogni probabilità nessuno si era accorto della sua irritazione e di tutte quelle sue manovre, forse faceva ancora in tempo a tornare indietro – anzi, a rigor di logica sarebbe stato molto meglio seppellire l’episodio sul nascere.

Intanto però, mentre faceva questi ragionamenti, Forastieri si era già allontanato di alcuni isolati dal luogo del fattaccio e si sentiva troppo stanco per fare un’ulteriore scarpinata. Sempre più molesto, si guardò attorno e vide il deserto. L’entrata di un supermercato, un garage, un negozio di dischi, un orrido fast-food, una boutique femminile di infimo livello, tutta borchie e stivali lilla. Alla sua sinistra la strada scendeva ripida e in fondo si vedeva il portone di un piccolo ristorante. Forse era la salvezza. Indulgente con se stesso, Forastieri convenne di non avere scelta: avrebbe volentieri fatto a meno di un pranzo tradizionale, ma sarebbe stato peggio ridursi a mangiare un hamburger con patatine fritte. In pace con la coscienza, entrò nell’Osteria da Peppino ‘O Vivace. Un ragazzino educato e compito gli venne incontro e gli prese il cappotto. Forastieri si fece largo tra i tavolini addossati l’uno all’altro e tutti occupati, meno uno nell’angolo in fondo, accanto a una finestra che dava su un giardino interno, ingombro di piatti e bicchieri sporchi, evidentemente appena liberato.

«Vengo subito a preparare la tavola, dotto’», gli disse un uomo tracagnotto con un paio di bei baffoni grigi e un grembiule a quadri bianchi e azzurri.

Forastieri era sempre più convinto della sua fortuita scelta.

«Intanto le portiamo un antipasto? Teniamo delle mozzarelle di Battipaglia appena appena arrivate, una sciccheria. Se no possiamo passare direttamente ai primi: le consiglio linguine allo scoglio, o spaghetti a vongole classici, sempre che non preferisca un ragù».

«Vada per la mozzarella», rispose rassegnato.

Nei ristoranti della città le mozzarelle, chissà perché, erano sempre appena arrivate, giusto giusto quella mattina. Però questa valeva davvero la pena. Compatta al taglio della forchetta, si scioglieva però in bocca come un sorbetto spugnoso.

Mentre aspettava le vongole, riaprì il giornale. A chi poteva venire in mente di pagare centomila dollari per riavere indietro una scatoletta, una specie di walkman, se aveva capito bene? L’articolo diceva che ormai esistevano in America dei professionisti specializzati nel rapimento degli i-pod. I proprietari scaricavano centinaia o migliaia di brani in un ordine determinato che doveva riflettere in qualche modo la loro personalità e che erano perciò irripetibili. Non esistono due playlist uguali, concludeva il giornalista con convinzione. Il furto di un oggettino come quello, a questo punto, sottraeva un frammento di vita, nel vero senso della parola: bastava pensare a quante ore erano servite per registrare tutti i pezzi.

Certe volte il poeta Gaetano Forastieri aveva la netta impressione di star perdendo contatto con il proprio tempo.

Per fortuna gli spaghetti erano spettacolari. Non volle perciò tentare oltre la sorte ed evitò il secondo, passando direttamente a una fetta di babà e al caffè. Si guardò attorno, era rimasto solo nella sala. Diede un’occhiata all’orologio: le due e tre quarti. Alle cinque aveva un appuntamento con il notaio che gestiva una parte del lascito paterno. Aveva abbastanza tempo per digerire.

Pagò, lasciò cinque euro di mancia e si diresse verso l’uscita.

«Il cappotto!», pensò all’improvviso, quasi ad alta voce.

«Mi scusi», chiese a Peppino ’o Vivace, che stava raccogliendo i soldi sul tavolo, «Dov’è il guardaroba? Ho lasciato il cappotto al ragazzo».

Il proprietario fece una faccia scura, come se il distinto cliente lo avesse accusato di essere un truffatore o magari uno di quei pericolosi pedofili di cui parla tanto la televisione.

«Quale ragazzo, scusate? Non teniamo mica il guardaroba, accà è tutto un po’ alla buona, come si dice? Familiare. Ognuno si tiene il soprabito sulla spalliera, sa…».

«Ma allora dov’è finito il mio cappotto?».

«E io che ne so, scusate?».

Si rese conto che non c’era più alcuna speranza di ritrovare il loden comprato a Firenze cinque anni prima, di magnifica fattura, una lana come non ne aveva mai vista. Come si faceva a farsi fregare così da un bambino, o poco più?.

Fuori aveva cominciato a piovere e la temperatura era scesa di qualche grado.





Raggiungere il notaio fu un’impresa epica, paragonabile per le sue abitudini sedentarie alla scalata del Gavia. Arrivò al capolinea inzuppato come un pulcino e rimase una buona mezz’ora rintanato sotto una pensilina di plastica spaccata in più punti, dalle cui fenditure gocciolavano rivoletti gelidi e di dubbia trasparenza. Sentiva gelarglisi i piedi, immersi in una specie di spugna gelida, un guazzabuglio che un tempo dovevano essere le sue calze e le suole delle scarpe. Quattro autisti discutevano al riparo di una tettoia all’altro lato della strada, facendo la guardia all’autobus rigorosamente chiuso. La più animata era una donna.

«Ah, io non mi sono mai nemmeno sognata di chiedere la giacchetta della divisa. Ma l’avete mai vista? Quando l’hai lavata due volte si stringe tutta e puzza maledettamente».

«Hai ragione, Carmela, una fetenzia».

«No, è che dovremmo chiedere un rimborso e ognuno si arrangia come vuole. Ma che cazzo gliene fotte ai viaggiatori di che colore tengo i pantaloni o il maglione? Eh?».

«Ma tu gliel’hai mai detto, al Parini?».

«See, e chillo solo perché sono una femmina si crede che può girarmi come vuole. Pensa ancora che le femmine non so’ buone a guidare una macchina, figurati un autobus. E mi dà sempre i turni peggiori, lo stronzo».

«Proprio uno stronzo, ci hai ragione. Tu comunque falle ufficialmente, le tue rimostranze, come ti hanno detto al sindacato».

«Ci puoi giurare, devo solo avere una mezza giornata da perdere con calma».

«Fai bene, Carme’, siamo con te, cazzo. Facci sapere come va».

«S’è fatto tardi», disse uno degli uomini, «Vado a mettere in moto».

«Be’, io invece smonto, ho finito la giornata», comunicò la donna, e si allontanò zigzagando nel parcheggio, apparentemente incurante del furibondo acquazzone.

Appena fu sparita dietro l’angolo della strada gli altri tre si misero a sghignazzare all’unisono.

«È proprio una mezza cogliona, quella là».

«Una stordita».

«Secondo me se continua a rompergli le palle, Parini la manda via a calci in culo».

«E fa proprio bene. La stronza».

«Vabbuò, io mo’ me ne vado veramente. Ce verimm’, guaglio’».

I venti minuti successivi Forastieri li passò stipato nell’autobus pieno zeppo, in piedi tra un ragazzo con il giubbotto di pelle fradicio e un signore con il Borsalino color cammello che non riusciva a raggiungere i sostegni e pencolava ad ogni curva o frenata calpestando ogni paio di scarpe che gli arrivasse a tiro. Davanti a lui era seduta una signora che doveva aver svaligiato un intero mercato ortofrutticolo, con spiccata preferenza per le cipolle e altri analoghi bulbi e davanti una coppia di teen-ager che urlavano come ossessi spigolando nella produzione più recente di un esercito di cantanti neomelodici. Forastieri, senza cappotto, passava in continuazione da un brivido di freddo a suffumigi di vapore caldo, cercando un impossibile equilibrio con la mano destra premuta sulla tasca sinistra interna della giacca, a protezione del portafogli, e con la sinistra protesa verso l’unico corrimano libero, ovviamente alla sua destra. L’uomo con il cappello continuava a menargli calcetti alle caviglie, mentre adesso ci si era messo anche lo Yorkshire di una mezza fanatica in gonna lunga viola e scarponcini neri con i lacci di lana spessa, gialli fosforescenti, sicuramente una cliente della boutique di infimo livello che Forastieri aveva visto due ore prima vicino al ristorante.

A metà percorso scese dall’autobus. Aveva quasi smesso di piovere ma lui era ridotto in uno stato pietoso, gli abiti infangati e incollati addosso, le scarpe che sciaguattavano schizzando acqua tutt’intorno e che da marroni erano diventate nere a chiazze quasi grigio cenere, come vulcanizzate. Proprio da quelle parti c’era una boutique da uomo dov’era già stato altre volte. Entrò con l’aria di un cane bastonato, quasi temendo che lo buttassero fuori per non lasciarlo sporcare il pavimento e la reputazione del locale. Poi il proprietario lo riconobbe.

«Ha preso un bel po’ d’acqua, dottore».

Già.

Novecentoventidue euro scontati, tra vestito Principe di Galles, camicia azzurra, cravatta regimental, calze e scarpe. E dire che il Principe di Galles non gli donava per niente, tutti quei quadretti incrociati lo facevano sembrare più tarchiato di quanto già non fosse di suo. Ma si era fatto convincere, non si sa come.

«Che taglia, dottore?».

«Non so, proviamo una cinquantadue».

L’altro lo guardò con indulgenza e si mise a frugare tra le stampelle della cinquantaquattro, sfregandosi il mento, probabilmente reprimendo la tentazione di andare ancora avanti fino alla zona delle cinquantasei. Mi sta bene, si disse Forastieri, se avessi preso un taxi dal ristorante avrei risparmiato un sacco di soldi e di seccature.





Nella sala d’aspetto c’era la figlia del notaio, stravaccata su una poltrona con le cuffiette di un i-pod bianco agli orecchi e un libro in grembo. Aveva dei jeans stinti pieni di tagli all’altezza delle cosce e su un ginocchio. Con una gamba piegata sotto il sedere, lo squarcio si espandeva e regalava la visione della rotula abbronzata. Lei si accorse che Forastieri la guardava e gli sorrise con una punta di disprezzo, o forse era solo una presa in giro.

«Vuoi sentire?», disse alla segretaria che le passava accanto, porgendole uno dei due auricolari.

«No, grazie, ho del lavoro da fare. Che cos’è?».

«Avril Lavigne. Dai, che non gli diciamo mica niente, a mio padre».

La donna scosse le spalle.





She wants to go home, but nobody's home.

That's where she lies, broken inside.

With no place to go, no place to go, to dry her eyes.

Broken inside.



«Il dottor Greco dice se può aspettare un quarto d’ora, nel frattempo ha preso una telefonata importante», disse ancora la segretaria, questa volta a Forastieri.

«Certo. È colpa mia, mi dispiace, ho fatto un po’ tardi. Sa, con questa pioggia».

«Si figuri, conosco la città».

La figlia di Greco schioccò la lingua. Forastieri si girò verso di lei. La ragazza guardava da un’altra parte, come se il suo fosse stato solo un commento alla canzone che stava ascoltando, ma il suo sguardo divertito non lasciava dubbi. Rideva di loro. Poi saltò giù dalla poltrona con un movimento elastico e strafottente.

«Be’, io me ne vado. Di’ a mio padre che non mi aspetti, questa sera. Faccio tardi e mi sa che vado direttamente a dormire da mia madre».

La segretaria accennò a un’obiezione che interruppe sul nascere, sopraffatta da un senso di impotenza.

«Come vuoi. Però almeno prendi il casco».

La ragazza mosse appena il mento, che aveva aguzzo e con un piccolo neo in punta, girò attorno alla scrivania, aprì un cassetto scostando le mani della segretaria e prese un paio di banconote. Poi infilò la porta. Il casco del motorino era rimasto a terra, tra il vaso di una pianta e il portaombrelli.





«Devo dirle che le sue disponibilità non sono così alte come forse lei crede».

L’espressione del notaio era più amabile delle sue parole.

«Non la seguo».

«Be’, faccia uno sforzo, allora. Lei non può continuare a mantenere il suo attuale tenore di vita, a meno che intenda cercarsi un impiego sufficientemente retribuito. Le è più chiaro, adesso?».

«Penso di sì. Però non è proprio che non lavoro per niente».

«Già, già. Sua madre mi ha dato un suo articolo su Albertazzi. Molto bello».

«Veramente era su Palazzeschi».

«Ha ragione, mi ero sbagliato, come no».

«E comunque non mi sembra di esagerare con le spese».

«Fino a prova contraria sono io che controllo gli estratti conto della sua rendita. Ed è un favore che faccio a sua madre, se lo ricordi», il sorriso del notaio avrebbe sfidato qualsiasi pubblicità di un dentifricio. Era perfino più ampio e sincero di quello delle turiste giapponesi.

«Razza di stronzo», pensò Forastieri, consolandosi con l’idea della figlia che gli aveva fregato i soldi ed era scappata via senza casco, e che nella sua immaginazione, chissà perché, vendicava anche lui.





La pioggia di qualche ora prima aveva reso viscido e infido l’asfalto davanti al numero centoventi. Le luci della strada e delle automobili si duplicavano sfilacciate e sbiadite nello specchio nero della carreggiata, che adesso sembrava perfino pulita. A pochi metri, sulla destra, luccicavano fiammelle rosse e azzurre, in un via vai composto ma affrettato di persone. Un’ambulanza era ferma di traverso sul marciapiedi e gli infermieri trafficavano con una lettiga. Pochi passanti si erano fermati incuriositi e scambiavano commenti con gli inquilini affacciati alle finestre basse o in piedi nel vano dell’ingresso.

Il poeta Gaetano Forastieri diede un’occhiata di sfuggita alla scena. Si sentiva stanco e non vedeva l’ora di mettersi a letto.

A casa non c’era nessuno. Del resto chi ci sarebbe dovuto stare, viveva solo. Si rese conto con una certa soddisfazione di non avere fame. Non lo smuoveva nemmeno la prospettiva di mettersi a scrivere dei versi o di leggere un buon libro – uno dei tanti accumulati da tempo nella sua biblioteca, visto che di cose nuove ce n’erano sempre meno degne della sua attenzione.





Il giorno dopo c’era di nuovo il sole. La mattinata era invitante e Forastieri uscì piuttosto presto.

Passando davanti al centosedici non vide la vecchina. Rallentò perfino, anzi, si fermò del tutto, cercando una scusa qualsiasi per sostare il più a lungo possibile davanti al portone. Fece finta di allacciarsi una scarpa, cambiò gamba e ripeté l’operazione, si frugò nelle tasche del cappotto e accennò a tornare sui suoi passi come se avesse dimenticato qualcosa di importante. Niente. Non c’era nessuna vecchietta con i capelli bianchi a chiedere che l’aiutassero con le chiavi di casa.

Il poeta ripensò alla sera prima e rivide la scena dell’ambulanza. Sospirò rassegnato. Così è la vita, si disse, e poi: andiamo. Qualcosa gli diceva che oggi sarebbe stato il giorno giusto. Oggi non si sarebbe limitato a ordinare un caffè, avrebbe attaccato discorso con Carmen e probabilmente le avrebbe chiesto se le andava di uscire a cena.


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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da cireno il Dom 09 Giu 2013, 10:15

Grande Vargas. Bellissimi.

Che accendono ancor di più il mio rimpianto per non aver potuto far accettare quell'idea del Periscopio come apertura del Forum. Che i tuoi racconti meriterebbero una maggiore visibilità, e quella prima pagina te l'avrebbe potuta dare....ma sai com'è, spesso è gratificante criticare o sabotare le idee degli altri, in mancanza di proprie......
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mar 11 Giu 2013, 12:15


Il palinsesto

 
 


 

Prima che esistessero i cellulari. Prima che esistessero messaggini, i-pod, blue-tooth, twitter e facebook. Quando c’erano solo i telefoni fissi e in caso di necessità si utilizzavano quelli pubblici, al muro di un bar o dentro una cabina di vetro. Tutto questo è accaduto allora. Quando mi chiesi che cosa accadesse ai numeri telefonici inutilizzati. Ce ne dovevano essere molti, in una qualsiasi delle nostre grandi città, visto che per quanto gli abitanti e i potenziali utenti aumentassero, non sarebbero mai stati  abbastanza da occupare tutte le possibili combinazioni che si possono costruire con le dieci cifre da zero a nove. Giacevano lì, inesorabilmente muti, o ci sarebbe stato qualcuno a rispondere per loro? Che senso poteva avere una sequenza qualunque, composta a caso eppure inevitabilmente legata, per sua stessa natura, all’idea di una voce, di una presenza?

Oggi non potrebbe più succedere. E davvero non so se mi dispiaccia o se sia meglio così.


 


 

Un tardo pomeriggio passeggiavo impigrito su e giù nel mio appartamento, al primo piano di un edificio lungo un’angusta traversa di uno dei grandi viali del centro, una stradina un po’ buia, fasciata dal verde ridondante e trascurato dei giardini. Pioveva: pioggia sottile e persistente che solcava le finestre senza tregua, ma anche quasi senza rumore. Quando fui stanco di palleggiare l’uno dopo l’altro tutti i ninnoli e i posacarte che incontravo nel mio ripetuto cammino tra le stanze e i corridoi, mi avvicinai a una libreria e presi a osservare attentamente una parte dei volumi, palpandone nervosamente i dorsi allineati. Poi il mio sguardo cadde sul telefono, che stava in uno degli scaffali più bassi. Presi in mano il ricevitore e lo alzai – e subito il contatto freddo mi trasmise un’agitazione immotivata, e ora che smuovo i ricordi mi torna difficile parlarne.

Feci un numero a caso, zero sei cinque sette otto sette nove quattro quattro quattro quattro – troppo lungo, pensai. Rimasi ad ascoltare per un po’, ma non arrivava alcun suono. Poi intervenne la voce-non voce, gentile, che mi avvisava di aver raggiunto una numerazione non attivata, pregandomi di volerla verificare prima di ricomporla, eccetera. Riagganciai. Riprovai con altri numeri, talora con lo stesso esito, altre volte ricevendo un silenzio assoluto, tetro. Allora posai definitivamente lo strumento. Fuori aveva smesso di piovere e un vaso di cristallo, sul davanzale, rimandava gli ultimi luccichii del giorno, una gibigiana che ruotava acquosa, rossastra, sulla parete di fronte.

Più tardi, nella stessa stanza – dopo aver sfogliato un numero considerevole di libri e qualche rivista, senza nulla percepire o trattenere da quella lettura, raccolsi i foglietti sui quali avrei dovuto appuntare qualcosa, forse la difficile recensione di un libro che non sopportavo, a partire dal titolo, Una contorsione di troppo (adesso questi particolari apparentemente insignificanti mi tornano più chiari di altri, che dovrebbero essere invece fondamentali: come il numero che avevo fatto per primo e di cui non sono più tanto sicuro; ma sono anche utili per combattere l’agitazione, mentre scrivo ricordando, e ricordo man mano che racconto).

Riafferrai il telefono – lo stesso contatto gelido, forse senza avvertire quell’ansia smodata di un paio d’ore prima. Zero sei cinque sette otto sette nove quattro quattro quattro quattro. All’inizio non fu emesso alcun suono, salvo quell’indistinto fruscio che segnala quasi il collegamento con una dimensione altra dalla nostra. Poi, d’improvviso, lo scatto di un ricevitore alzato, all’altro capo della comunicazione.

Comunicazione? Delirio di improbabili combinazioni vocali, avrei voluto definirla. Invece rispose. Starei per dire: prima che io facessi in tempo a riattaccare, impaurito, presago o semplicemente troppo educato.

«Pronto?», dissi io.

«Pronto? Chi parla?», rispose.

Rimasi immobile per non so quanto, istupidito e sconcertato ben più che spaventato, ad onta dei presentimenti che mi ronzavano dentro. Poi, inevitabilmente, dovetti dire qualcosa.

«Pronto? Ma chi parla?».

«Come, chi parla? Chi è lei?».

«Mi scusi, ma il telefono non è, non dovrebbe essere…, voglio dire…».

«Continui».

Era una voce di donna, esile come il prolungamento di quel cavo oltre l’attacco del muro e oltre la parete, oltre la sua corsa nelle strade che immaginavo avvolte già nel buio rassicurante non meno che indecifrabile. Me la figuravo salire e scendere dossi di periferia, perdendo via via parte della forza che, già in origine, non doveva essere abbondante. Il ragionamento che monologava in me, logico nella sua inconsistenza, sfuggente esso stesso, mi aveva nel frattempo restituito un po’ di fermezza, come spesso mi accade.

«Stavo dicendole che poche ore fa avevo già chiamato il suo numero, così, per distrazione – per errore, volevo dire. Ed era fuori servizio, ho sentito benissimo il disco. Forse le è stato appena collegato, o riparato, non so. Comunque, la prego di scusarmi se l’ho disturbata».

«No, aspetti, non vorrà già riattaccare?».

«Veramente, non vedo perché…».

«Perché continuare questo colloquio, vuole dire?».

La sua voce aveva assunto nel tono un che di docilmente supplichevole, come se volesse esprimere una richiesta del tutto priva di fondamenti ragionevoli e per ciò stesso incomparabilmente forte.

«La prego, non capita così spesso che qualcuno mi telefoni. Lei non immagina nemmeno cosa vuol dire aspettare e aspettare ancora, prima che qualcuno chiami per sbaglio, per noia, o davvero per puro caso – come lei».

«Ma, il suo numero…».

«Appunto, il mio numero», non mi dava nemmeno il tempo di abbozzare una risposta, «Capisce bene che il mio numero – come dire – non esiste. Non è un vero numero, nemmeno».

«Le confesso che non ci capisco molto».

«Non importa. Mi richiamerà. Non è vero che mi richiamerà? Sia bravo».

L’avrei davvero richiamata? In realtà, non vedevo alcun motivo apparente per farlo, né sapevo ancora se ne avessi un qualche desiderio. La voce non mi comunicava granché in se medesima: per quel che ero riuscito a percepire in un colloquio così precario, non riuscivo a collegarle immediatamente un volto, delle fattezze. Non era particolarmente attraente, men che mai addirittura eccitante. Curiosità? Forse, ma in un secondo momento. L’unico sentimento che aveva risvegliato in me era il dubbio che nascondesse qualcosa, da indagare al di sotto delle apparenze. Tuttavia, per adesso ero soltanto stanco e anche seccato, non sapevo bene per quale ragione: forse con me stesso, per aver buttato via un’altra intera giornata senza combinare niente, nemmeno un primo abbozzo dell’articolo.

Naturalmente, l’indomani la richiamai.


 


 

Le cose che crediamo siano capitate solo a noi: come rimanere interminabili minuti appoggiati al parapetto del lungotevere, intenti a osservare le evoluzioni di migliaia di uccelli – granellini neri animati da un moto quasi isterico ma concorde, nel cielo vespertino, in direzione del cilindro rugginoso di Castel Sant’Angelo. Guardavo appunto la rete geometricamente adagiata sul piano ricurvo, superamento dei canoni euclidei, roteante secondo moti ascensionali su mille assi indistinguibili, pronta in tal modo ad assumere una forma dopo l’altra, senza mai però che un puntolino – fosse anche uno – si separasse troppo dagli altri o prendesse addirittura una direzione opposta, interrompendo la compattezza dei cilindri coni sfere prismi romboidali; tutti tenuti insieme da una regia indiscernibile.

«Storni», disse lei alle mie spalle.

Mi staccai dal muretto: era una figura sottile, i capelli di un biondo appena accennato che le cadevano in riccioli lunghi ma esili anch’essi.

Tuttavia non fu il suo aspetto a colpirmi per primo, ma: come potesse aver capito che stavo osservando proprio gli uccelli. Poi, pensai subito che la voce era molto più calda e gradevole dal vivo: sebbene fosse certamente la stessa.

«Vediamoci domani. Le spiegherò», mi aveva detto al termine dell’ultima telefonata.

«Vieni, c’è un bar carino qui accanto. Andiamo», mi propose ora.

Ci incamminammo, e così la terza cosa che mi colpì fu la semplicità con cui era passata dal lei telefonico al tu  di adesso e con cui mi aveva preso sotto braccio mentre raggiungevamo il locale. Vediamoci domani, le spiegherò. Il  bar era minuscolo, prendemmo un tavolino nella piazzetta, sull’acciottolato posto di sghimbescio verso il Tevere. Andiamoci e ti spiegherò.

Le reti lontane erano scomparse, forse per via del cielo che s’imbruniva poco a poco. Anche gli occhi erano scuri, giocavano in modo curioso con i capelli chiari e l’incarnato pallido.

«Spero che adesso mi spiegherai».

«Cosa?».

«L’hai detto tu, ieri. Per esempio, il mistero di quel numero».

«Te l’ho già detto, non esiste. Non c’è nessun mistero, perché non è un numero. E poi dovresti ancora spiegarmi tu perché mi hai chiamato la prima volta, semmai. Ti prego», ancora quella voce supplichevole, resa adesso più forte dall’ausilio della sua presenza e di tutto il bagaglio di ammiccanti risorse visive del suo essere donna, «Per favore, non parliamone più».

Accettai tacitamente – solo gli sviluppi successivi mi avrebbero mostrato l’errore commesso non opponendomi alla sua richiesta.

Mi chiese lei, invece, di me. Era strano sentire dalla mia stessa voce quelle cinque sillabe: Aurelio Schiavi, e ascoltarmi parlare dei miei romanzi e di critica letteraria, tutta roba artificiosa e inutile, se inquadrata nella cornice del buio che scendeva e le rapiva un po’ di colore dai capelli. Pensai: chissà se rivedrò mai più gli storni e questa donna.

Le chiesi a mia volta come si chiamasse – sorrise dolcemente, tanto che mi sembrò perfino normale che non mi rispondesse, la cosa più normale tra tutte quelle accadute nella serata, non sapere mai il suo nome.

Girammo ancora tra le stradine del Borgo quasi vuote e i pochi passanti ci guardavano senza troppo interesse, o con simpatia, oppure tiravano semplicemente avanti. Era come avere una relazione già collaudata, o essere sposati. Alla fine sbucammo davanti alla metropolitana di Ottaviano.

«Allora, io scendo», disse con naturalezza.

«Ti accompagno».

Sorrise ancora, un gesto che le tendeva le labbra rendendole sottili e quasi diafane, e con il quale troncò sul nascere ogni possibile questione – fu chiaro che sarebbe andata da sola.

«Ci rivediamo?», mormorai.

Mi rispose con un cenno del capo, stirando ancora le labbra che si sembrarono improvvisamente cianotiche, e scese rapidamente le scale del sottopassaggio, scomparendo di nuovo inghiottita dal tunnel. Mi dissi che dopo tutto non poteva esserci un modo più giusto e significativo per separarci.


 


 

Ogni volta che componevo di nuovo quel numero, zero sei cinque sette otto sette nove quattro quattro quattro quattro, era sempre lo stesso suono attutito del segnale di libero, l’impressione che da un momento all’altro avrei sentito la voce-non voce registrata, infine invece lo scatto della sua cornetta dall’altra parte. Le telefonavo tutti i giorni, ormai. Tuttavia, non saprei più dire che cosa ci dicessimo, mentre rimangono ben scolpiti i miei gesti involontari mentre chiamavo, la mano che saliva febbrile sulla mensola più su per giocare con una lucerna romana di terracotta – riemergono in rilievo come idoli pagani di un àugure accecato, incapace di vedere i voli degli uccelli, eppure in grado di leggere nel miscuglio delle interiora fumanti il contorcimento di un corpo, l’eco palpitante del presagio.

Ricordo, ad ogni modo (e come potrei dimenticarmene?), il giorno in cui, incontratici al solito bar, l’accompagnai a casa mia. Pranzammo da me, nella stanza stretta e male illuminata, rivestita di scaffali di ogni sorta, anche precari, ovunque vi fosse spazio a sufficienza. Guardava i libri mentre mangiava, inseguendone i dorsi allineati con apparente disordine, e una certa inquietudine pareva montarle dentro e per la prima volta trasparire all’esterno.

«Sai, mi secca non sapere nulla di te. Insomma, almeno il nome…».

«Ma tu sai già tutto, anche troppo, caro mio».

La guardai e sulla mia faccia doveva esserci un evidente stupore.

«Ma sì, scusa: cosa vorresti sapere di più? Posso ammettere che sia poco, ma è anche tutto – quindi troppo. Io sono quello che sai tu, e dal giorno che mi hai chiamata. Nient’altro».

Indossava un tailleur crema chiaro con una camicetta bianca un po’ scollata. Un sottilissimo girocollo di oro bianco cercava di brillare, affondando nel pallore generale. Notavo la cura esagerata dei gesti, a tavola, come se pensasse in ogni momento di essere sottoposta a un esame. E ne ero sconcertato. Come quando cammina, mi dissi: con un’eleganza naturale, però accentuata fino ad apparire altera.

«Non c’è altro, devi credermi».

«Vorrei tanto», scossi la testa, per la prima volta con un’espressione dolente che non poté sfuggirle.

«Oh, non voglio che tu sia triste, non per me».

«Non lo sono», mentii.

«Così va meglio». Avrei tanto voluto che fosse vero.

Si levò da tavola e mentre sparecchiavo la persi di vista che si dirigeva verso gli scaffali a curiosare tra i libri. Quando tornai lei non c’era più. Mi venne in mente che se avessi voluto chiamarla non avrei nemmeno potuto farlo, semplicemente perché non sapevo il suo nome. Sorrisi, poi mi misi a cercarla. Era nel minuscolo studio, che accarezzava il telefono.

«Volevo vedere da dove mi chiami. Quanti libri. E questo cos’è?», indicò un fascio di carte mezzo arrotolate sullo scrittoio.

«Quello? È un palinsesto».

«Cioè?».

«Un testo antico, scritto su pergamena, su cui poi ne hanno sovrapposto un altro, cancellando il primo. Si cerca di recuperarlo per poterlo interpretare. Si usano varie tecniche, adoperano anche i raggi ultravioletti, ma non sempre ci si riesce».

«E c’è gente che ti paga per questo?».

Risi. «No, questo l’ho avuto in prestito dalla biblioteca nazionale per scrivere un saggio. Quel lavoro lo fanno altri ed è certo che li pagano, e anche bene».

«Ma cosa c’è di così interessante?».

«Vedi, capita che tu ti sforzi tanto per recuperare il testo più antico, poi lo trovi e magari è meno importante di quello posteriore. Può darsi che l’originale abbia minor valore letterario, storico, o scientifico. Oppure, può essere un brano che già esisteva in più copie, mentre l’altro è più raro. Spesso diventa interessante, ai nostri occhi, solo perché è nascosto, perché è l’oggetto delle nostre ricerche».

«Capisco», e guardò ancora il palinsesto, quasi con un’aria di compassione per i fogli incartapecoriti.

«Comunque, può darsi benissimo che l’originale valga davvero la pena. Non è sempre come ti ho detto».

«L’avevo capito».

Si era appoggiata mollemente alla scrivania e il movimento aveva rivelato un ginocchio ben tornito, e sembrai accorgermi solo allora che le sue gambe erano davvero belle.

Si lasciò cadere su una sedia nell’angolo, fissandomi con ostentazione: «Insomma, sarebbe meglio accontentarsi di quello che uno già possiede, così come appare».

«Te l’ho già detto: non è sempre così. Certe volte vale la pena di cercare e di scavare».

Sorrise scettica, sempre con dolcezza, quasi rassegnata. Mi accostai alla sedia e feci il gesto di scostarle un lembo della camicetta. «Per esempio, scoprire cosa si nasconde qui sotto».

Rise apertamente, respingendomi appena: «No, non ti sta bene per niente questa posa da tombeur de femmes».

Disse proprio così: posa e tombeur de femmes. Eppure mi sembrò del tutto spontaneo, senza nulla di artificioso. Come quando si alzò leggera e mi offrì la mano, chiedendomi dove dormivo.


 


 

Adesso che scrivendo riesco a riordinare i ricordi e a rimuovere le impressioni sedimentate, non mi chiedo più cosa sia dei numeri telefonici inutilizzati, né proverò mai più a comporne uno. Semmai, mi domanderò talvolta che ne sia stato delle persone che vi si celavano dietro – sempre che siano esistite, o non siano state piuttosto il parto di coscienze consunte da chissà quale febbre, o uno scherzo dei gangli elettronici dipanati dappertutto sotto le strade delle città. Cominciavo a pensarci già il giorno dopo la cena di cui ho parlato, risvegliandomi con quel biondo chiaro e una spalla nuda, pallida, che sbucavano dalle lenzuola accanto a me. Ero sicuro che mi stesse osservando da un pezzo.

«Buongiorno», mi disse infatti, «Cominci a pensare presto, tu, la mattina: addirittura mentre ancora stai dormendo. Cos’è che ti passa per la mente, adesso?»

«Ma, non so. Niente».

«Allora te lo dico io: pensavi che questa qui in fondo dorme e mangia come tutte le altre – e non solo quello… Insomma, proprio come una di cui sai il nome e l’età e tutto, e puoi trovarla sull’elenco telefonico. Dimmi che non ho indovinato».

Sorrise lei per confermare al posto mio e si alzò leggera come sempre, senza preoccuparsi di coprirsi.

«Però non avrei mai immaginato che avessi tanti libri anche qui, in camera da letto. Cos’è, una malattia?» (Quando parlava non riusciva quasi mai a finire senza una domanda).

«È solo che non ho molto spazio, la casa non è grande e io sono disordinato – oppure i libri sono troppi, dovrei liberarmi di una parte, ma non ne ho il coraggio. Così li metto dove posso».

«E quei quadri?».

Fu la mia volta di sorridere. Erano due tele piccole. Una raffigurava l’angolo di uno scrittoio con un lume di bronzo, un vaso di vetro, una vecchia meridiana a mo’ di soprammobile, libri – aperti, chiusi, squadernati. Il tutto galleggiava su di uno sfondo bruno molto scuro, dal quale le singole cose emergevano tramite felici pennellate di luce grassa. L’altra conteneva due o tre oggetti quotidiani, tra i quali lo stesso vaso di vetro, e della frutta, sormontata da un limone la cui scorza si srotolava a ricciolo. L’atmosfera di bruno caldo e quasi liquido era la stessa e così si sarebbe detto della tecnica, se non che a uno sguardo più smaliziato questa sarebbe apparsa di gran lunga superiore.

«Quello è di un autore che pochi conoscono, Kaspar Nüchtig. L’ho comprato per due lire da un rigattiere e magari vale qualcosa. L’altro invece è mio».

«Anche pittore, perciò. E bravo, per giunta: pensa, mi piace di più il tuo».

Non ne avrei dubitato.

«A proposito: è anche quello un palinsesto».

«Davvero?».

«Sì, l’ho dipinto sopra un altro».

«Prima che cosa raffigurava?».

«Non ricordo, l’ho fatto molti anni fa. Chissà, forse c’eri tu, oppure la tua idea nascosta da qualche parte».

Mi fissava incerta se proseguire sull’aria divertita e paradossale che avevamo tenuto fino ad allora (e che le aveva fatto dire senza scoppiare a ridere: «Pensa, mi piace di più il tuo») o se prendere sul serio le mie parole.

«Davvero, non so; probabilmente una prima copia da Nüchtig. Comunque c’era un aldisotto, e tanto basta».

Si vestì lentamente, senza curarsi di me che la osservavo. Uscimmo nel tardo mattino allagato di sole freddo, una luce incapace di riscaldare le strade ancora assonnate. L’aria però mi fu subito piacevole. Ci dirigemmo verso il Vaticano e più di tutto mi sorrideva l’idea di tornare a vedere gli storni.

Dopo pranzo, come tante altre volte che seguirono, l’accompagnai a prendere la metropolitana – non importava quale fermata, la scena era sempre uguale. Come ogni volta mi fermai fuori, guardandola scendere le scale come un fossile affascinante, già posseduto e ora inghiottito di nuovo dal magma scistoso, mentre il buio cominciava a divorarle la testa e le spalle. Allora corsi via, e passando per via Cola di Rienzo decisi di comprarle un bel cappellino.


 


 

Finché un giorno le telefonai come d’abitudine. Era sera, verso le sette. Zero sei cinque sette otto nove quattro quattro quattro quattro. Il solito segnale di libero, ma non rispondeva. Era persino strano che lei fosse uscita (uscita poi da dove? Abitava davvero qualcosa di simile a una casa come tutte le altre?) e che avesse una vita sua, fatta di conoscenze, di visite, compere, passeggiate. Al di fuori dei nostri incontri. Dov’era andata? Forse veniva da me.

Aspettai.

Dopo una mezz’ora rifeci il numero. Era sempre libero. Riagganciai. Poi zero sei cinque sette otto sette nove quattro quattro quattro quattro, ancora una volta. Il telefono era muto, solo un fruscio, mentre l’angoscia mi gelava dentro e qualcosa come una materia vitale mi sgocciolava via, e riemergeva tutta la mia antica diffidenza verso il telefono, quasi l'odio che avevo sempre nutrito nei confronti del freddo strumento. Finalmente sentii lo scatto che avrebbe dovuto liberarmi da quel terrore.

«Avviso gratuito. La numerazione raggiunta non è assegnata a nessun utente. La preghiamo di verificare l’esattezza del numero chiamato prima di ricomporlo. Grazie».

La voce-non voce, falsamente gentile. «Numerazione raggiunta», continuavo ad ascoltare lo stesso nastro senza lasciar giù la cornetta: «Del numero chiamato prima di ricomporlo». Ricomporre chi? Chi era morto? E perché toccava a me ricomporlo? «Non è assegnata a nessun utente» - mi scossi e riagganciai – di certo mi ero sbagliato (curioso come al termine di questa storia circolare supponessi di aver sbagliato numero – alla fine, non all’inizio, come forse avrei dovuto pensare).

Rimasi in piedi fino a notte alta, provando e riprovando in continuazione. Ormai abbassavo meccanicamente e sempre più sconsolato il ricevitore appena sentivo le prime sillabe del messaggio registrato. Alla fine feci appello alle ultime risorse di lucidità e decisi di andare a dormire, fiducioso che l’indomani avrei ragionato meglio, e anzi speranzoso che lei avrebbe risposto al primo tentativo. Non poteva che essere così – non c’erano motivi per nutrire questa certezza, eppure ne ero ciecamente convinto.

Al contrario, il giorno dopo il numero apparve subito e inequivocabilmente disattivato. Telefonai alla SIP (era quella la società che esisteva all’epoca, ed era anche l’unica), poi vi andai di persona. Mi guardarono male. Provare al commissariato o dai carabinieri, manco a parlarne. E del resto cosa avrei mai potuto dire? Non sapevo nemmeno come si chiamava. Il minimo che potesse capitarmi era di essere visto come un tipo sospetto.

Tornai a casa, attesi qualche ora e richiamai. Lo feci ancora per giorni. Quelle cifre, zero sei cinque sette otto sette nove quattro quattro quattro quattro (effettivamente troppo lungo), continuarono a scandire il mio tempo per alcune settimane, l’ultima volta quasi a un mese di distanza, prima che mi rassegnassi.

Quanto a me, adesso che ho smesso di ricordare e di mettere per iscritto, una sola cosa mi è finalmente chiara, ed è che tutta questa storia non sarebbe stata così dolorosa  se non vi fosse stato un piccolo particolare. Quella ragazza, ormai, cominciavo ad amarla.
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Lun 16 Set 2013, 10:45

Il corpo dell’elefante

In una serata di tempesta tropicale, poco prima di Natale, entrai in una bettola del porto. Ancora vedo davanti agli occhi le verande schermate da griglie di cedro, il piancito di assi grezze che si sollevavano in più punti, un bancone alle cui spalle si scorgevano alcune mensole di vetro pressoché vuote, se si escludeva una mezza dozzina di ingrigite bottiglie di rum. Fuori pioveva a dirotto, raffiche diagonali di acqua fredda che evaporava a contatto con il terreno ancora tiepido. Nel locale la penombra era rafforzata dalla cappa di fumo denso delle sigarette e soprattutto dei sigari, tormentati dalle bocche dei numerosi avventori che in quel momento si trovavano all’interno.
Quanto a me, non ricordo più che cosa cercassi. E’ probabile che avessi un appuntamento con uno degli strani personaggi che mi servivano da contatto nella mia continua ricerca di vecchi libri e di nuove storie da raccontare. O forse ero reduce dall’una o dall’altra avvenente impostora che in quel periodo affollavano le mie giornate come condanne alle quali non riuscivo – né in fondo anelavo – a sfuggire. Seduto nell’angolo opposto all’entrata, con le spalle alla parete, osservavo il polveroso bicchiere di rum tra le mie mani senza osare sfiorarlo con le labbra, quando mi trovai davanti tre uomini, apparsi senza che me ne fossi accorto. Mi chiesero se potevano sedersi al mio tavolo, che ormai era l’unico rimasto libero. Imbarazzato, dissi comunque di sì, deciso ad andarmene via al più presto.
Invece, con mia grande meraviglia, la conversazione finì per coinvolgermi. I tre sconosciuti parlavano di come il paese da un giorno all’altro fosse precipitato in una crisi economica senza precedenti, sprofondando l’intera popolazione nella fame e nella penuria. Discutevano se davvero si stesse toccando in quel momento il punto più basso o se piuttosto le cose, pur restando difficili, non fossero lievemente migliorate rispetto a qualche anno prima.
Quest’ultima era la convinzione di uno dei tre, un tipo smilzo con una giacca stazzonata che gli cadeva sui fianchi sbattendo come un paio d’ali, lasciando scoperta una maglietta al di sotto, tanto aderente al corpo da riprodurre l’ondulazione delle costole.
«Non scherziamo, compari», disse, «Ne abbiamo viste di peggio, soprattutto tra il novantatré e il novantaquattro. E che? Vi siete dimenticati per caso la storia dell’elefante?».
Gli altri annuirono imbarazzati, girando gli occhi all’intorno, soprattutto verso di me. La cosa, naturalmente, non fece altro che attizzare la mia curiosità.
«La storia dell’elefante?», chiesi allora, «Siete stati in Africa?».
«Macchè Africa!», insorse un altro, un tipo rotondetto, dall’incarnato scuro e i corti capelli tagliati con una frangetta sul davanti.
Poi sembrò pentirsi di aver parlato e tacque.
Feci un cenno al cameriere, che se ne stava placidamente addormentato e semisdraiato sul bancone, con la bocca aperta e un filo di saliva che gli cadeva da un angolo delle labbra. Gli chiesi di portarci dell’altro rum. Fu come un segnale. Il più anziano dei tre amici, l’unico che non aveva ancora parlato, mi sorrise.
«E’ un segreto. Mi raccomando di tenertelo per te, anche se a questo punto non credo che nessuno verrà più a cercarci».
Aspettò che il cameriere ci servisse di nuovo, bevve un sorso e poi riprese.
«Dunque, l’inverno del novantatré fu il peggiore di tutti. Le code alla bottega del quartiere erano quanto di più surreale vi fosse. Erano lunghe ed estenuanti e a un certo punto avevano finito per trasformarsi in un vago esercizio di socializzazione. Si vedevano persone rimettersi in fila tre o quattro volte al giorno, nonostante gli fosse stato detto chiaro e tondo che non c’era più nulla: in parte lo facevano mossi dall’assurda speranza che qualcosa fosse miracolosamente cambiato nell’ultima mezz’ora, che a furia di frugare tra i fondi di magazzino fosse saltata fuori qualche cassa di cibo, di sapone, di olio di semi. Ma lo facevano principalmente per ingannare i morsi della fame e dell’umiliazione, passando il tempo a chiacchierare con i vicini e i conoscenti. In questo modo potevano illudersi di essere in coda per entrare in un ristorante oppure al cinema, come negli anni ottanta».
Fece una pausa prolungata, tanto che temetti che la storia fosse già conclusa, senza un vero finale. Poi buttò giù un altro sorso e ricominciò a raccontare.
«Alcune delle migliori leggende di quegli anni fiorirono davanti alle botteghe. Devi capire che non c’era da mangiare per i cristiani, figurarsi per gli animali dello zoo, che un tempo era stato il vanto della nostra città. Non c’era più foraggio, per non parlare della carne. Erbivori e predatori deperivano a vista d’occhio, si facevano brutti, spelacchiati, si nascondevano nelle loro tane per l’intera giornata, come se si vergognassero di mostrare le carcasse dimagrate ai pochi bambini che ancora avevano la forza e l’entusiasmo per andare a vederli. Un giorno qualcuno ci raccontò che l’elefante, un grosso bestione di trent’anni acquistato in Tanzania nel periodo d’oro, era morto di fame. Be’, non ci fu mica bisogno di parlarci o di darci un appuntamento. Spinti solo dallo stomaco e dalle gambe, ci ritrovammo tutti e tre a mezzanotte davanti all’ingresso dello zoo. Era una notte senza luna, con un cielo livido affollato di nuvole grigiastre, e i lampioni del viale erano spenti, per il razionamento dell’elettricità o più probabilmente perché le lampadine le avevano già rubate da tempo. Girammo attorno al recinto e trovammo un punto favorevole, dov’era un flamboyant dai rami tutti rinsecchiti, ma ancora abbastanza folto da nascondere i nostri movimenti. Uno dopo l’altro saltammo il muretto. Una volta dentro, tirammo fuori dalle tasche chi la torcia che si era fatta prestare da un amico, chi il coltellaccio rubato al macellaio, chi la sega fornita dal cugino falegname. Lavorammo senza sosta per un paio d’ore, proprio come una squadra rodata».
Guardò i suoi due amici, che sorrisero quasi senza volerlo, come se un rigurgito del vecchio orgoglio li costringesse ad abbassare la testa per non scoppiare a ridere.
«Il giorno dopo il giornale non diceva niente, ma Radio Bemba, il tam-tam del pettegolezzo che attraversa tutto il paese come un telegrafo sotterraneo, aveva già diffuso la notizia, colorandola di pittoreschi particolari. Si diceva che quando i veterinari e i custodi dello zoo erano andati a rimuovere la carcassa dell’elefante avevano trovato solo l’enorme testone, poche ossa, la piccola coda e perfino le preziose zanne, le prime che un ladro avrebbe portato via in qualsiasi altro paese. Tutto il resto era sparito. I sacerdoti della santería discussero per mesi su quale dio avesse compiuto il prodigio e quale presagio intendesse mostrare con esso. Le vecchiette che attraversavano la piazza della Cattedrale alle prime luci dell’alba per andare a messa si segnavano timorose. Alcuni, i più vecchi, dissero che l’anima dell’elefante aveva voluto tornare in Africa, come facevano gli schiavi nel seicento, quando si suicidavano per sottrarre corpo e spirito ai padroni».
«E voi?».
«Noi ce ne stavamo zitti e buoni, al sicuro. Contavamo di nascosto i dollari che avevamo guadagnato vendendo alla borsa nera carne di maiale e di manzo che non era né di manzo né di maiale».
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Admin il Lun 16 Set 2013, 11:34

Nota tecnica
In accordo con le intenzioni dell'autore mi sono permesso di intervenire sul testo del racconto precedente per restituirne l'impostazione originaria relativa al titolo e ai caratteri, e che per qualche problema sintattico non veniva implementata.
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Arzak il Lun 16 Set 2013, 11:47

L'elefante: racconto grazioso, e del tutto verosimile. Ricordo di aver letto, e la scena compare anche in qualche film, di come durante la guerra venne colpito lo zoo di Berlino, con la conseguente e surreale fuga di leoni, zebre e giraffe in giro per la città bombardata. E pare che qualcuno di quei poveri animali sia finito anche sulla tavola dei berlinesi. 
Lo stesso accadde a Parigi appena prima della liberazione. In qualche scontro a fuoco venne ucciso un cavallo nel centro della città. Appena finita la sparatoria, gli affamati parigini scesero in strada, ed in dieci minuti del cavallo rimasero solo la coda e gli zoccoli...
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mer 18 Set 2013, 11:15


La malattia metafisica


 


Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita,
e in fondo sprofondò nel buio. Solo questo seppe.
Sprofondava nel buio. E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.
Jack London, Martin Eden





  



All’origine di tutto c’eri sempre tu, tu ed io a ripetizione, simili in tutto a due lame incrociate, ogni volta però con un panno a coprire il metallo e ad attutirne stridio e clangore, perché del loro scontrarsi non si desse notizia: nemmeno tra noi e dentro di noi. Come da bambini sul campo zolloso tra i nostri giardini, quasi sull’orlo della scarpata sul mare: da un lato una folta brughiera, che era per noi la foresta dei pirati di Giava, dall’altro i fossi delle case in costruzione, le scavatrici a motore solitamente ferme e i tubi precocemente ossidati prima della posa.
Tu spuntavi di solito mentre io ero già nel campetto a contare quante volte riuscissi a palleggiare senza far cadere la sfera di plastica arancione. Mettevo giù il pallone e ci lanciavamo in interminabili partite che duravano anche ore, fino al tramonto ed oltre, senza una parola, se non di tanto in tanto lo scandire i punteggi: anche l’avvio era tacito e così il muto avventarsi delle membra, però disperato di intima ferocia. E spesso, se non si finiva in pareggio o per l’inevitabile smarrimento del pallone nella macchia mediterranea tutta buche nascoste dall’intrecciarsi di minuscole fitte liane spinose, spesso eri tu a prevalere, sebbene io fossi ben consapevole della mia superiorità nel trattare la sfera, nel farla aderire per un attimo allo stinco o alla caviglia (il collo del piede) e indirizzarla verso le porte improvvisate, al termine di traiettorie ad arco. Di questa mia maggiore abilità ti avvalevi anche tu, le poche volte che si giocava contro altri bambini. Però, quando eravamo solo noi due, eri tu che vincevi. E allora?
Non so se si stata più felice la tua infanzia della mia, compressa nella disperazione che può cogliere solo certi bambini: a dire il vero, dei due, io passavo per il più mite, tu eri prepotente nel fisico, e questa volta me ne giovavo io, quando i bambini del giardino accanto, guidati da una graziosa ragazzetta, ci provocavano a lanci di bacche, e si degenerava in autentiche guerre. Però nelle quattro o cinque occasioni in cui venimmo alle mani tra noi fui sempre io a cominciare, senza motivi né spiegazioni, se si esclude la violenta eruzione di un incomprensibile furore, del pianto immotivato e represso, inghiottito di continuo. Lottavamo in silenzio, di nuovo un attorcersi dei nostri corpi abbozzati e spigolosi. Ci separavamo pesti e sanguinanti, senza parlarci, e quando ci rincontravamo non ne facevamo parola, come se non fosse accaduto nulla.
Lo stesso silenzio si è ripetuto anni dopo, compagni di ginnasio e poi di liceo, non appena il discorso, quasi per sbaglio, girava intorno all’animale impalpabile che visitava i nostri sogni separati – ogni volta che si sfiorava il corpo molteplice della letteratura: tacevamo gelosi, nascondendoci l’un l’altro, timorosi che dallo scambio della propria solitaria esperienza l’amico potesse trarre qualche vantaggio. Curioso che anche allora, dal poco che sfuggiva dal chiostro del nostro onanismo intellettuale, fossi assolutamente convinto della mia superiorità.
Ricorderai senz’altro che leggevo di tutto, in ogni momento, accaparrando i volumi e le riviste come un incettatore in tempo d’assedio – e assedio era davvero quello, almeno per me, l’assedio delle furibonde istanze del cuore che mi trafiggevano l’intimo come un barocco San Sebastiano. Tu invece apparivi di un’indifferenza quasi sprezzante, come se si trattasse di un che di superfluo. Uscivi, giravi per le strade, imparavi a frequentare i locali notturni e a collezionare donne e avventure. Libri quasi mai, e mi fermavi sempre le rare volte che venivo a parlartene còlto da improvviso entusiasmo: eppure. Eppure, se solo avessimo parlato di ben altre cose, le nostre, sono sicuro che non avresti mostrato la stessa smorfia di insofferenza.
Non ricordo nemmeno se quando pubblicai Exergon venisti a congratularti con me. Tu, il mio migliore amico. Forse avrei dovuto parlartene prima, o magari era proprio la tua sorpresa ciò che desideravo: come per mostrarti che sì, la letteratura mi apparteneva. A me. Fu lo stesso con Note a pie’ di pagina e con Il palinsesto. Ero soddisfatto che le mie cose si pubblicassero con regolarità, anche senza grandi numeri, dandomi l’illusione che si trattasse di piccole tirature fatte di proposito per pochi intenditori. A conferma di questa idea stavano le recensioni che ogni tanto uscivano sulle riviste specializzate, anche ad opera di alcuni bei nomi della critica.
Tu, invece, solo un grosso romanzo in dieci anni, Animali. L’impronta della nostra formazione, comune fin dall’infanzia nelle apparenze esteriori, irrimediabilmente separata nel nostro intimo, emergeva ora in tutta la sua evidenza. Io cesellavo, tu colpivi duro, con maniera più grossolana, un vocabolario meno ricco, tuttavia d’effetto. Ancora una volta la certezza disperata della mia superiorità si scontrava con il fatto che tu vendevi – le critiche, a me senz’altro più favorevoli, nemmeno le leggevi, ripetendo il disprezzo di un tempo.
Ricordo quando stavo con Elena (troppo generosa per te, mi diceva mia sorella: a quella piace becchettare la vita qua e là, andarsela a brucare in giro) e preparavo Lemmi poco utilizzati per un premio importante, a cui tenevo come mi era successo per poche altre cose prima di allora. Temevo che me lo portassi via tu, ad onta del tuo stile che dentro di me consideravo facile, e invece eri tutto perso dietro di lei. Ne ebbi prova piena una volta che uscimmo a cena, noi tre e una tua amichetta di cui ho dimenticato nome e fattezze. Più che i piatti per tutta la serata non smettesti mai di mangiarti con gli occhi Elena, mentre quell’altra non si peritava di sbadigliare con vistosa maleducazione, oltre a far fuori gran parte delle portate del suo distratto accompagnatore – e credo che fosti tale per l’ultima volta.
Ma come fu che ordii quel terribile pasticcio? Mi ero convinto che fosse meglio cedertela, tanto più che prima o poi l’avrei persa comunque. Ero sicuro che Elena ti avrebbe assorbito fino ad allontanarti per un po’ dalla scrittura. Certo, quando mi avrebbe lasciato avrei sofferto, ma era questa l’altra paradossale (geniale?) metà del mio piano: ne avrei ricavato artificialmente un senso di dolce mestizia, non disgiunta da un amaro sarcasmo, proprio l’atmosfera che credevo si addicesse all’opera che portavo avanti, e questo doloroso stato di grazia sarebbe stato negato, per giunta, al mio rivale. Devo dire che la tua parte la facesti bene, prendendoti puntualmente Elena. Io vi persi di vista per un bel pezzo, immergendomi nella stesura del mio libretto e sforzandomi al tempo stesso di fabbricare quell’astuccio di delicato regret di cui ho detto e di annegarvi la disperazione, mista ad appetiti adesso insoddisfatti, che mi stava inaspettatamente sopraffacendo.
Nel bel mezzo di queste nobili occupazioni mi saltò all’occhio, in una vetrina del centro, la copertina di Una contorsione di troppo, e sotto il tuo nome. Presi quel volume che avevi evidentemente buttato giù in pochi giorni. Una volta a casa, lacerai trepidante l’involucro di cellophane e sfogliai di corsa le pagine ancora odorose di stampa: non c’era altro che la vostra storia, la narrazione alquanto cruda e pesante dei vostri commerci carnali. Il pallore impotente che mi procurò la lettura di quelle vicende sessuali, versando non poco combustibile tra le labbra di una ferita ancora aperta, fu però niente a confronto di ciò che provai quando capii che quell’ordito di confessioni, col suo spessore grossolano ma vigorosamente erotico, disvelato dettaglio per dettaglio nelle settecentotré pagine, avrebbe incontrato i favori di molti fra i giurati.
Di certo piacque meno la mia fatica, il lavoro al quale avevo sacrificato un prezzo così alto: mostrava, come ebbe a dire uno dei più generosi tra i critici, «un evidente compiacimento nel passare per gradazioni centellinate dal torvo rimpianto delle prime pagine all’arguto picchiettare dell’ésprit, umorismo elargito e somministrato con saggezza eccessiva. E poi – diciamoci la verità – sono anni ormai che il Nostro riscrive sempre lo stesso libro».
Insomma, il premio toccò a te, e il lato beffardo della cosa era che io da un lato avevo già provveduto a darti un guiderdone immeritato e, a quanto poteva sapere qualsiasi lettore del tuo libro, ben in carne, e poi, quel ch’è più grave, ti avevo fornito materia e chiave del tuo nuovo successo. Elena del resto non dovette gradirlo più di tanto, così come la messa in piazza delle sue acrobazie da letto e fuori del letto, e ci piantò in asso tutti e due, non so più se per un mezzobusto di qualche canale privato o per un terzino che faceva panchina in serie B.
Non ho dimenticato facilmente l’episodio che ho appena descritto – esso è tornato periodicamente a tormentarmi a dispetto del discreto successo con cui sono stati sempre accolti, a intervalli più o meno regolari, i miei nuovi libri. Risale in ogni modo ad allora la decisione di comporne finalmente uno che mi riscattasse dall’immagine di freddezza e di raffinato sterile artificio che ha continuato ad accompagnare me e le mie cose. Cominciai in quel tempo a buttar giù i primi schemi di un romanzo vastissimo, complesso e strutturato su un gioco di scatole cinesi: in cui fosse compreso tutto, dalla letteratura che mi opprime col suo falso alla materia sanguinolenta e spessa che dovrebbe costituire l’ossatura della nostra realtà, più spesso intravista in sogno che compresa dai sensi e dal raziocinio. Questo libro dovrebbe partecipare delle viscere come dell’intelligenza, del cuore come del volgare, mostrare a tutti (a te per primo) la mia capacità di raccontare, oltre che di costruire.
Eppure tutto il percorso della sua stesura, oltreché reso intermittente dalle altre opere che ho continuato a scrivere, è rimasto costellato di un tale senso di disillusione e angoscia da farne un’impresa oltremodo travagliata. Mi avvedo ora, del resto, che nella sua stessa genesi si annida il mio peccato originale: e non ho infatti detto poc’anzi di averlo concepito come un gioco di scatole cinesi? Se solo riuscissi a scrivere senza pensare, come so che fai tu... 


È con questo spirito che sono venuto sulle Alpi, nel tentativo di trovare riposo e, soprattutto, tempo e tranquillità per dedicarmi alla definitiva molitura del volumone. Un mattino, però, sentendomi inquieto, sono uscito dalla veranda dell’albergo e ho preso il sentiero appena tracciato che, inerpicandosi ripido nei primi metri, digrada poi più dolcemente verso il bosco. Era ancora buio ma già si avvicinava l’alba, annunciata da enormi distanze, giù nella valle, da una patina chiara che si andava espandendo verso le rade e luminose stelle.
Gli alberi, bianche e sottili betulle, castagni, cerri, più sopra pini cembri e tutte le varietà di abete, ed ancora le felci e i sorbi e le altre piante del sottobosco erano disposti senz’ordine apparente, mentre un venticello piacevole modificava ad ogni passo il ricamo stampato sul terreno dalle fronde e dal riflesso del primo sole. Eppure non mi sfuggì qualcosa che cercai di definire armonia, o tonalità: era altro, tuttavia, né più profondo né più bello, semplicemente una qualità che mancava in altri posti, o che era mancato in quello stesso luogo, in altri momenti. Anche gli uccelli, il loro vociare chioccolare garrire fischiare pareva fondersi in un accordo nel quale le singole voci non si distinguevano più e che pure non era propriamente gradevole, semmai dotato come di un’impronta di singolare potenza tesa a coprire gli spazi lasciati scoperti tra valle e valle, verso le cime.
Continuavo a calpestare sul terreno il fogliame rinsecchito e quella consunzione della materia mi sembrò a un certo punto messa lì a bella posta, come a recitare una parte precisa, l’arrotolarsi di una coscienza che pure si apriva arrendevole alla violenza del passo (è animismo tutto questo? o avevo soltanto una forte febbre?). Fin qui però nulla di strano, di sublime o di spaventoso, come avevo sperato o paventato nei giorni precedenti quell’inquieto risveglio, nell’angoscia di pensieri rimasti in bozzo, ancora non riconosciuti. Insomma, attraversavo un bosco ceduo, tutto qui. Certo, poi c’ero io, sempre a cercare una correlazione dietro ogni fenomeno, anche e soprattutto quando non esiste se non nell’inesauribile slancio dell’anima, nella nostra malattia metafisica.
Dopo alcune ore nelle quali questo quadro era mutato centinaia di volte rincorrendo sempre le stesse figure e nelle quali ero già salito molto, ma gradualmente, la luce ha fatto irruzione nel mio campo visivo, il bosco si è aperto all’improvviso, mostrando la tavola rarefatta del cielo, le macchie biaccose lasciate dalle nuvole e la montagna.
Più avanti, sul dorso arido, lievemente inclinato, che preludeva alla vera scalata, c’erano quattro o cinque abeti raccolti a ciuffo. Ho raggiunto quel boschetto per concedermi una pausa e ho guardato la curva del crinale che scendeva a spirale attorno a una pietraia, un burrone cosparso di rocce bianche dilavate dal movimento delle concrezioni moreniche chissà quanti milioni di anni fa.
«Le ho trovate», ho detto a voce alta pervaso da insensata esaltazione, «Le ossa della terra...»
Poi è venuta la nebbia – una nebbia che non opponeva resistenza, che non era palpabile, piuttosto una fluttuante parete liquida, impenetrabile, questo sì, allo sguardo. Non vedevo nulla ad appena dieci metri davanti a me e di lato ancora meno, per via di certi profondi valloni che il tempo aveva scavato con un caparbio lavorìo, o forse con un unico schianto, e da cui sembrava nascere quella cortina come fumo dal calderone di una strega. Il cuore mi si è fermato in gola e per un attimo ho creduto una follia proseguire su un sentiero sconosciuto e per giunta invisibile, con il rischio continuo di cadere nei crepacci. Poi, avanzando con cautela, ho visto che la dorsale si apriva man mano alla vista, sia pure velata come un tremolante paesaggio adagiato sul fondo di un acquario, o rubando illusorie consistenze ad una cattedrale di Monet: svelando qui un ciuffo di nontiscordardimé, impalliditi per il gelo che ne faceva un corpo unico col terreno sassoso, lì un masso erratico, energumeno impotente di altre epoche, corroso impietosamente da una ridda festante di licheni.
Di nuovo mi si è fermato il respiro e la paura si è unita alla stanchezza, man mano che il sentiero si lasciava ancora ingoiare dalle falde di caligine. E un’altra volta il sollievo, appena i passi incerti, più che gli occhi, svelavano pietre, muschi, il cammino ancora avanti a me. E ancora gioia, ancora disperazione. Poco importava che volgendomi indietro già non rimanesse più nulla. Tutto cancellato, dimenticato, perso. Avanti, mi dicevo, vai solo avanti in questo deserto verticale, grigio di pietra e di gelo, dove solo nel monotono alternarsi dell’ansia e del sollievo ho creduto finalmente di raccontare qualcosa. La nebbia non racchiude qualcosa di finito, pensavo (i primi pensieri lucidi), non stabilisce alcun confine, semmai simboleggia un infinito di cui è solo messaggera, ma che lascia indovinare dentro di sé e al di là di se stessa, come in quel momento, mentre arrancavo in salita e immaginavo che prendesse la parola per dirmi prendi questa pietra, prendi quest’altra, se vuoi, ma sappi che ne ho altre mille qui dietro il mio mantello, milioni che ho deciso di non mostrarti. Vedi? questo è un nontiscordardimé, ma sapessi quanti altri te ne nascondo! Il fatto è che un essere chiuso mi avrebbe terrorizzato, ma non quell’indeterminato: e già, come avrei potuto averne paura? Un confine compiuto mi mette sempre di fronte all’angoscia di un mondo antico fermo al cospetto di minacciose colonne d’Ercole, in quell’infinito invece poteva esservi tutto, o niente, ed era lo stesso. Persino, in uno qualunque dei suoi luoghi, la quiete.
Alla nebbia si è aggiunto poi un nevischio che entrava sotto i vestiti e mescolava un tagliente senso di gelo al torpore malsano del sudore e dell’umidità. A tratti emergevano costoni di roccia nerastra e di ghiaccio o il terreno ghiaioso, dove l’acqua aveva impastato una fanghiglia insistente e appiccicosa, e dappertutto si scorgevano o si indovinavano cascatelle strette tra le rocce levigate, alte e cariche di acqua. Parevano chiamarsi l’un l’altra e sembravano vicinissime, a portata di labbra, un sollievo per la gola nonostante tutto riarsa, ma rese irraggiungibili dalla caligine e dai crepacci, cosicché mi riemersero alla memoria i versi di Coleridge,


Water, water, every where,
and all the boards did shrink;
water, water, every where,
nor any drop to drink,


come se fossi io lo scafo scricchiolante di uno schooner sotto gli schiaffi dei marosi.
Poi la nebbia, improvvisa com’era venuta, senza alcun presagio, ha cominciato a salire e a sfaldarsi, perdendo solidità, o meglio si è divisa in lingue ancora consistenti, tra le quali si rivelavano nel loro nitore assoluto strisce di roccia nera o bianchissima di neve. Salivano infine gli spiriti inquieti della montagna, chiamati a raccolta sulla vetta dalle trombe d’un qualche dio pagano.
Mi sembrava di avanzare più rapidamente, quasi senza sforzo, e ridevo al pensiero che nessuno, mai, era stato lì prima di me. Guardavo un rapace che graffiava lo schermo da destra a sinistra, da sinistra a destra, sempre con l’impressione che tutt’attorno altre presenze mi si celassero, fossero stambecchi sui ballatoi scolpiti nella roccia o una marmotta che pregava a mani giunte sui sassi scoscesi, vicino alla tana obliqua dalla quale immaginavo venir fuori un giorno l’enorme animale parassita che è dentro di noi, si nutre delle nostre budella, infierendovi, e ne stacca la carne – organi vitali fatti frattaglie – brano a brano, tra zampilli di sangue sporco, mentre appena forse ne avvertiamo l’orrore, incuranti di tutte le sofferenze che ci infligge, solo in attesa che si decida ad uscire e a riversare quel nostro plasma all’esterno.
Di colpo però mi sono trovato solo, nel deserto di ghiaccio e di pietra che si estendeva a perdita d’occhio, sfidando i regni allucinanti del verticale. È stato allora che ho visto, scolpite nel ghiaccio delle pareti su cui mi arrampicavo, le immagini della vita succedersi rapide, nitide, soprattutto me stesso proiettato nel baratro del futuro, rapito dal rifugio caldo del passato, dalle partitelle nel campetto o dalle battaglie con la ragazzetta che non ho più visto – ma a questo che così da vicino mi riguardava non ho prestato attenzione, o me ne sono dimenticato, o forse e più semplicemente non poteva interessarmi in quel momento.
Sono avanzato dapprima timoroso, quasi incapace di interrompere un ministero sconosciuto che si svolgeva da sempre nella bassissima musica di antichi organi, poi avvertendo pian piano un sentimento nuovo salirmi al petto, capace di trasformarmi e sospingermi sempre più su. Un sasso si è staccato da una cengia senza fare alcun rumore, è rotolato dapprima lento, poi prendendo velocità, e dopo alcuni rimbalzi è caduto dietro una cresta. E mi parve semplice e al tempo stesso assurdo, perché ancora non era stata inventata una ragione per ciò che avevo visto: soprattutto, nessuno aveva ancora descritto quell’evento apparentemente irrisorio.
È stato in quell’attimo che ho compreso le dimensioni del patrimonio che avevo svilito e sperperato in tanti anni, e ho cercato per la prima volta, quasi disperatamente, di richiamare indietro le immagini scolpite nel ghiaccio, almeno quelle che avevano a che fare con me. Inutile dirti che proseguendo l’ascesa, sentendomi piccolissimo di fronte alle forme della natura e al dilatarsi del tempo, nello stesso riconoscermi così minuto al cospetto di quel palcoscenico, sono inorgoglito senza motivo, ho riso e mi ha spaventato non sentirne uscire alcun rumore. Ho capito di essere prossimo alla vetta illibata, ma intanto avvertivo anche quel confuso ricordo agitarsi in me, lavorare per riemergere come avevo voluto un attimo fa: un avvertimento che mi riguardava e che, pensandoci bene, sapevo di aver ricevuto nei sogni tremanti di molti anni prima, nei cunicoli oscuri dell’infanzia, che gridava attutito e sembrava volermi trattenere, fermare prima che fosse troppo tardi: e che proprio non riuscivo a decifrare, né a tradurre in parole.
Ho visto l’enorme curva di neve e di ghiaccio che si estendeva quasi coricata, ingannevolmente orizzontale, e ho indovinato la vetta alle sue spalle. Il cuore mi batteva con uno slancio sordo e prolungato, quasi volesse uscirmi dal petto per precedermi verso il segreto di tutte le cose, il realizzarsi della volontà che aveva partorito il mio essere come il tuo, nel momento in cui c’era stato lo strappo, il violento distacco, ed eravamo caduti sulla terra, scacciati dal calore di un intestino palpitante, da un paio di reni intravisti dall’interno nell’illusione di un sogno binario, gli stessi per tutti e due, comuni come nell’uomo primordiale e senza sesso del Simposio. E ho compreso che tutta quella vita aveva avuto una sola invisibile tela intessuta da ogni nostro gesto, con l’unico scopo che uno di noi tornasse quassù, dove la nostra storia e tutte le altre erano iniziate e sarebbero finite, dove forse quel sesso rassicurante e il cavo vischioso di quel ventre erano in attesa di poterlo ancora accogliere, e avrebbe avuto in dono la chiave per comprenderli, perché la nostra oscena divisione fosse cassata per mezzo di un tratto di penna, ridotta all’unità che sarebbe dovuta essere fin dal principio. 


Ecco perché mi sono accorto con molto ritardo che stavo precipitando nel vuoto, ho sentito confusamente che il segreto era rimasto lassù, a pochi centimetri dal burrone, e nel gorgo in cui cado scorgo sul fondo lontano e luminoso ciò che mi riguardava e che avevo visto e dimenticato nel ghiaccio – io che metto un piede in fallo e cado, condannato a cercare questa stessa immagine per una vana eternità, nelle ripide pareti del saracco.
Ecco perché te ne scrivo, affinché sia tu a raccontarlo, più per te (l’Unico) che per tutti e due, come avrebbe forse preteso una vana retorica. Che ti serva davvero, a tua sola gloria.



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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Ven 27 Set 2013, 07:41

 
 
 
 
 
L’Orologio

 
 
 
 
 
Dentro era buio pesto, interrotto a intermittenze da luci rosse e blu, fastidiose punture fotoniche che lasciavano intravedere per un attimo la pista e gli spazi attorno, come delle specie di alcove con i tavolini e una quantità di gente indistinta seduta ai divanetti, con una selva di braccia protese verso i bicchieri, gli accendini, le sigarette. Al centro c’era molto più spazio libero, qualche coppia che ballava e alcuni isolati, soprattutto ragazze, che si dimenavano al ritmo della house music, dell’acid, del rave o chissà di quale altro stile che non conosco. Poi quelli come me, che erano entrati da soli e se ne stavano mezzo in disparte a guardare e ad aspettare che accadesse qualcosa.
Se non fosse successo nulla, diciamo entro un’ora, sarei andato a prendere una boccata d’aria fuori, sugli scogli, facendo finta di guardare il mare, che ormai doveva essere una specie di muraglia nera torreggiante sull’edificio della discoteca. Un’oscurità accentuata dal mugghio sordo delle onde e spezzata qua e là da un’isolata lampara all’orizzonte o addirittura dalla fosforescenza di un pesce che saliva improvvisamente dalle profondità per poi sparirvi di nuovo. L’aria resa appena fresca dalla brezza marina sembrava comunque quasi gelida rispetto all’umidità del chiuso, appesantita dal respiro di due o trecento persone. I capelli attaccati al cranio per il sudore respiravano quasi con gratitudine.
Di nuovo dentro, gli occhi si erano abituati al buio di fuori e adesso facevano meno fatica a distinguere le sagome e qualche volta perfino le facce. Ad esempio non mi piacque quella della ragazza che mi passò accanto biascicando qualcosa sul mio essere solo e sul suo desiderio di farmi compagnia al bancone, se le avessi offerto da bere. Le sganciai un dollaro con malagrazia, dicendole di berselo alla mia salute. Si allontanò con una smorfia di disgusto, masticando tra i denti (uno brillò per un attimo, doveva essere d’oro e aveva colto un barbaglio rosso dei fari stroboscopici) un apprezzamento sulla mia sessualità. «Maricón de mierda», credo.
Una nera maestosa attraversò il mio campo visivo, tagliandomi la strada mentre scendevo i due gradini che portavano alla pista. Provai a seguirla come un segugio, ma il suo vestito bianco, una specie di peplo greco abbinato a calzari con i lacci argentati, si era già smarrito in una delle piccole folle che attorniavano i tavolini nei separè.
Tornai indietro verso il bar, che era un’oasi di luce relativa, rispetto al resto del locale. Un tubo di neon violaceo correva in alto, ripetendo la sagoma ovale del bancone, al cui centro tre baristi si affannavano a rispondere alle richieste che gli venivano da ogni parte, per giunta sopraffatte dal volume troppo alto della musica. La tipa di prima stava bevendo un whisky in compagnia di sessantenne corpulento, almeno a giudicare da quel poco che riuscivo a scorgere dalla mia posizione, nella semioscurità. Lei sollevava il bicchiere, osservava i riflessi ambrati sulle facce del prisma, con un’espressione soddisfatta, da intenditrice, imitata dall’altro, solo con movimenti rallentati e meno convinti. Ovvio che il mio dollaro era rimasto nella tasca della ragazza, ma sinceramente non me ne importava granché. Ben di più di lì a poco avrebbe strappato all’uomo che le aveva offerto da bere. E infatti poco dopo se ne andarono insieme, diretti non verso la pista ma verso l’uscita.
Non avevo sete, ma ordinai un gin tonic, più che altro per prendere tempo, e così non mi ero nemmeno accorto della mia vicina di bancone. Era una bionda minuta e slanciata con i capelli corti, vestita tutta di chiaro, pantaloni, t-shirt e sandali col tacco basso. La sua compagna era più tarchiata e con una faccia larga e piatta, sempre a dare retta al gioco di luci ed ombre, più ombre che luci. Mi girai un paio di volte verso la biondina. L’amica se ne accorse e le diede di gomito, ammiccando. Ridacchiarono di sottecchi, più come due liceali che con l’atteggiamento navigato delle abituali frequentatrici di quel posto.
Sorrisi a mia volta.
«Che cosa volete bere?», chiesi loro.
Come prevedibile, quella tarchiata si scusò e si allontanò, lasciando campo libero all’amica.
«Per me una crema di whisky, grazie».
Si chiamava Karelia. Mi disse che il padre aveva lavorato in quella regione. A me sembrava un motivo un po’ stupido per condannare una ragazza a portare quel nome per tutta la vita, ma non era la prima volta che mi capitava. Una mia fidanzata si era chiamata Lituania e avevo conosciuto delle Addis, delle Kenya e perfino una Nairobis. Di solito la gente si mangiava la “s” finale, quando pronunciava le parole, e forse i genitori di quella ragazza temevano di fare lo stesso errore e avevano deciso di abbondare.
«Ti piace questa musica?», mi chiese bevendo il suo Bailey’s a piccoli ma rapidi sorsi.
«Più che altro uno ci fa l’abitudine».
Rise.
«Be’, se devi fare uno sforzo è meglio non venire proprio, non ti pare?».
«Meglio qui che andare a dormire», risposi.
«Perciò vieni spesso?».
«Abbastanza».
«Per me invece è la prima volta».
Era una frase un po’ sfrontata, per un’habituèe, anche se qualcuna ogni tanto ci provava. Però forse Karelia diceva la verità. Cercai di sforzare la memoria ed effettivamente non mi sembrava di averla mai vista.
«Sai, qui l’entrata è carissima, non potrei mai permettermela, però il nostro centro di lavoro periodicamente offre un biglietto ai migliori dipendenti. Una specie di incentivo, capisci. Questa volta è toccato a me e a Belkis».
Belkis doveva essere l’amica che se l’era svignata.
Era già passata al secondo bicchiere di crema di whisky. Nonostante fosse minuta, aveva un petto generoso, che se ne veniva avanti prorompente, stretto nella t-shirt bianca.
Andammo in pista e ci mettemmo a ballare, cosa che facevo assai di rado. Non sono bravo e in più non mi va molto di sudare dimenandomi in un luogo chiuso, con poca aria e in mezzo a decine di corpi che ti passano accanto, ti sfiorano, a volte addirittura ti si premono contro. Karelia però voleva proprio godersela, questa serata offertale dalla sua impresa. Non le chiesi che lavoro facesse, dava l’impressione di essere un’operaia o una commessa. Forse una cameriera.
 
 
Alle due di notte Karelia ammise di essere stanca di ballare. La accompagnai a casa. Lungo il tragitto cercai di pensare a una strategia dell’ultimo minuto, ma probabilmente ero anch’io poco lucido, sta di fatto che non mi venne in mente nessuna scusa per andare da un’altra parte o almeno fermarmi in uno spazio appartato. Praticamente sotto casa sua, spensi il motore e riuscii a prenderla tra le braccia e baciarla. Non si sottrasse, anzi mi restituì il bacio con una certa passione, ma dopo qualche secondo si staccò.
«Ci rivediamo?», le chiesi.
«Se vuoi, domani alle otto all’Orologio».
 
 
L’Orologio era un edificio lungo e squadrato, di mattoni rossi, che si trovava in un quartiere di periferia, accanto a una tangenziale a quattro corsie, quasi sempre deserta e con profondi buchi nell’asfalto. Aveva una torre, anch’essa a pianta quadrata, con un grande orologio fermo da tempo alle sei e venti, e una specie di pensilina bianca sul davanti. Non ho mai saputo veramente che funzione avesse e nessuno è stato in grado di spiegarmelo. A prima vista sembrava una stazione, ma non esistevano linee ferroviarie nei pressi. Però c’erano un bar-buffet, oggi quasi abbandonato, con una vecchia che faceva il caffè usando una macchina ancora più antica di lei, e una specie di sala d’attesa con sedie in formica perlopiù sventrate.
Molti utilizzavano l’Orologio come punto di riferimento per darsi appuntamento, non solo e non necessariamente di natura sentimentale. «Ci vediamo all’Orologio», ci si diceva, e non era necessario aggiungere altro.
«Allora, alle otto all’Orologio», ripetei.
«Aspetta», mi interruppe Karelia, «Vieni su da me, ti presento a mia madre».
«Alle due di notte?».
A quanto pare non c’era nulla di strano, secondo Karelia. La cosa era talmente singolare che non mi venne in mente nessuna scusa per tirarmi indietro. Parcheggiai meglio la macchina e andammo vero una specie di torre quadrata di cemento grigio. L’entrata era senza porta, i cardini ancora visibili ai due lati dei battenti. Karelia mi guidò lungo la scala tenendomi per mano. La brezza tiepida della notte accentuava il lieve dolciastro odore di fogna che impregnava tutta la città e che alla fine, quando ci facevi l’abitudine, non era più nemmeno troppo sgradevole. Come girarsi dentro la bocca un sassolino con un retrogusto di ruggine che restava attaccato alla parte posteriore della lingua. Per poco non calpestai un rotolo di escrementi scuri tra il secondo e il terzo pianerottolo.
Karelia abitava al quarto piano, nella metà di un appartamento che era stato diviso tra due famiglie. Al posto dell’ingresso c’era uno stretto corridoio illuminato da pallidi tubi circolari al neon, appesi al soffitto basso. In casa tutte le luci erano accese, e si sentiva un mormorio, un basso continuo o un bordone, insomma come il flusso di un torrente lontano fatto di voci. 
Due ragazzine sui sette-otto anni ci vennero incontro. La più grande prese Karelia per mano e la trascinò verso quello che doveva essere il soggiorno, separato dalla cucina da un muretto alto poco più di un metro.
«Le mie sorelline», mi disse la ragazza, come per scusarsi.
«Ljuba dice che ha trovato un gatto morto, nel cortile, ma non è vero!», le raccontava intanto la bambina, buttandosi su un sofà mezzo sfondato.
«E invece è vero», protestò la più piccola, «È stata una macchina, l’ho anche vista».
«Se l’hai vista che lo investiva allora non è vero che hai trovato un gatto morto, trovare un gatto morto è un’altra cosa».
«Bimbe, non litigate».
L’ultima voce veniva da una vecchia della quale non mi ero nemmeno accorto, rattrappita in una sedia a dondolo di vimini a pochi centimetri da un televisore russo che trasmetteva i cartoni animati di Tom & Jerry. Le dita lunghe e sottilissime giocavano con i braccioli della poltrona e si piegavano in modo innaturale, creando nodi e viluppi artritici che facevano male solo a vederli.
«Nonna, questo è Celso», le disse Karelia.
La signora si voltò dalla mia parte e sorrise a vuoto, come se non mi avesse visto. Poi si girò di nuovo verso lo schermo, mentre Jerry spiaccicava una padella sul muso di Tom.
La bimba più grande intanto era schizzata fuori nel corridoio e adesso rientrava con una scatola di cartone ricoperta di una strana muffa, puntolini neri in rilievo che formavano un disegno irregolare, più fitto in corrispondenza degli spigoli.
«Guarda che cosa ho!», disse trionfante verso la vecchia, che però continuava a guardare le peripezie del gatto e del topo.
«Nonna!», urlò invece l’altra bambina, disperata, «Yamilka mi ha rubato la rana!».
Nella scatola in effetti c’era un bicchiere di vetro con un coperchio di plastica un tempo bianca, riempito di alcol o forse formalina, al cui interno galleggiava un grumo scuro e contorto. A vederlo così, poteva essere qualsiasi cosa: un corpicino carbonizzato, un embrione, un rene umano.
«Bambine, smettetela di disturbare la nonna o vi tolgo quella schifezza e la butto nella spazzatura».
Dal corridoio entrò la donna che aveva appena parlato. Aveva una tuta da ginnastica bianca con una doppia riga rosa. La somiglianza con Karelia era evidente, sebbene distorta da un’incipiente pinguedine.
«Mamma, questo è Celso», ripeté la ragazza, in cerca di maggiore fortuna.
«Ah, allora sei tu Celso. Bene, bene», mi disse la madre, tendendomi la mano.
Ma come fa a sapere di me, mi chiesi. Insomma, Karelia l’avevo conosciuta sì e  no due ore prima e questa tutto mi sembrava meno che una famiglia in permanente collegamento via cellulare o blackberry o cose del genere.
«Così tu sei il fidanzato di Karelia. Siedi, siedi qui», ripeté, e mi spinse dall’altra parte del corridoio in una stanza ingombra come un ospedale da campo.
Su un letto matrimoniale viluppi di biancheria umida formavano spirali concentriche che torreggiavano pendenti da un lato finché non cadevano sul pavimento in mucchi solo in parte raccolti in una cesta di vimini e in due bacinelle di plastica verde. Alcuni vestiti erano appesi a uno spago dentro un armadio di compensato sbilenco, senza ante, altri erano poggiati alla rinfusa su due seggiole impagliate. Lungo la parete era allineata una fila di scarpe appiattite, scalcagnate, deformate dal troppo uso.
 «Non fare caso al disordine», fu la superflua raccomandazione.
Poi cominciò una fluviale lamentazione su come fosse stato duro crescere tre figlie avute da due padri diversi, accomunati dalla lodevole tendenza a dileguarsi, e doversela cavare con la pensione sociale della nonna e con lavoretti precari eseguiti perlopiù a casa.
«Sono una brava sarta, sai? O meglio, lo sarei, solo che non ho la licenza, e allora quello che mi danno da fare di solito sono cose molto piccole, rammendi, qualche ricamo. Sciocchezze che non bastano mica ad arrivare a fine mese».
La vita, o la provvidenza, fate voi, le avevano almeno dato il conforto di quella figlia più grande – appunto, Karelia – che era un autentico tesoro di ragazza. Pensa che per dare una mano alla famiglia aveva lasciato la scuola dopo le superiori, nonostante avesse voti eccellenti e i suoi professori la spingessero a continuare gli studi. Lei però niente, aveva troppo senso di responsabilità per starli a sentire, e così da un paio di anni aveva trovato un posto in una fabbrica.
«Ed è una delle più brave, sai? I suoi capi la stimano molto e ha vinto molte volte il premio di produttività».
Sgusciai dalla stanza, in preda a una crisi di claustrofobia, e raggiunsi il soggiorno.
«Karelia è andata a dormire», mi disse ancora la madre alle mie spalle, «Domani deve andare al lavoro presto. Ma te la saluto io, non devi preoccuparti».
Quando diavolo l’ha vista andare a dormire, benedetta donna, se era con me nella camera da letto, pensai. Ma in fin dei conti era inutile rompersi la testa con domande come questa. Ljuba e Yamilka erano ancora davanti al televisore con la nonna. Un Jerry enorme e muscoloso riempiva di pugni lo sventurato Tom, il tutto grazie a una pozione prodotta per errore dallo stesso gatto. Conoscevo quel cartone. Poi la vecchia si mise a smanettare con il telecomando, tra le proteste delle bambine, ma le sue dita deformi e aggricciate scivolavano sui tasti e si perdevano nel vuoto, beccando quasi solo frequenze fuori uso che invadevano il monoscopio di linee spezzate e schizofreniche. Alla fine si fermò su un vecchio documentario del National Geographic.
«Lo sai che i topi mangiano gli squali?», chiese Yamilka alla sorellina.
«Non è vero!».
«Oh, è verissimo, gli vanno addosso in più di cento alla volta dove l’acqua è bassa, e  poi li divorano ancora vivi».
«Sei una stronza bugiarda», fu il lapidario commento di Ljuba.  
 
 
Alle otto non andai all’Orologio.
Sul tardi andai alla solita discoteca. Sganciai un dollaro alla ragazza antipatica, per togliermela di torno, e rimasi almeno due ore a stazionare dalle parti del bar, disinteressandomi ancor più del solito alla pista da ballo. Riuscii perfino a scambiare qualche parola con la nera statuaria. Le chiesi se le piacessero i cartoni animati di Tom & Jerry e mi guardò con gli occhioni sbarrati, come se fossi un mentecatto – eventualità che naturalmente non mi sentirei di escludere. Poi se ne andò con quel suo passo maestoso, divorando almeno due metri ad ogni falcata, senza nemmeno ringraziarmi per il Cuba Libre che le avevo offerto.
Karelia invece non venne, e del resto lo aveva detto, che quella della sera prima era stata per lei una prima assoluta difficilmente ripetibile, dovuta solo alla generosità del suo datore di lavoro.
Alle tre di notte passai in macchina davanti all’Orologio, ben sapendo che non aveva alcun senso. La torre in mattoni rossi sembrava un fantasma e la pensilina era buia e vuota. Un vento tiepido muoveva l’erba rada sul ciglio della strada, portando con sé un vago sentore di fognature e di rane morte.
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mer 30 Ott 2013, 16:39

Kaspar Nüchtig



 
Giacché nelle vere nature morte si vede qualcosa di diverso da ciò che rappresentano, e cioè il mistero demoniaco della vita dipinta.
Agathe pensò che tutte le vere nature morte possono suscitare quella felice inesauribile malinconia.
Quanto più si contemplano, tanto più chiaro appare che gli oggetti rappresentati
sembrano ritti sulla sponda colorata della vita, l’occhio colmo di immensità e la lingua paralizzata.

Ulrich riprese con un’altra parafrasi. - In fondo tutte le nature morte dipingono
 la vita al sesto giorno della creazione:
 quando Dio e il mondo erano ancora soli, senza gli uomini! -
E a un sorriso interrogativo della sorella rispose:
- Cosicché le emozioni che destano nell’uomo
sarebbero gelosia, curiosità del mistero, e angoscia!

Robert Musil, L’uomo senza qualità

No. Kaspar Nüchtig non mi voleva bene. Me ne resi conto in maniera definitiva il giorno che osservai la vetrata imponente all’abside della chiesa di Santa Elisabeth, molti anni dopo la sua morte. Trovandomi, in circostanze che non vale la pena illustrare in questa sede, arrampicato ad una certa altezza dal pavimento gibboso della navata centrale e in posizione alquanto obliqua rispetto all’altare maggiore, ebbi per la prima volta il privilegio di osservare da quella prospettiva i finestroni disegnati dal mio maestro. Ricostruii allora, dopo tanto tempo, la perfezione del quadro che di lassù venivano a formare l’intreccio di linee e la colata di colori, altrimenti incomprensibili se visti da terra. Capii quindi, con incredulo stupore, che l’uomo aveva progettato quell’opera grandiosa solo perché fosse vista da un’improbabile impalcatura posta a quasi trenta metri da terra e ad esclusivo beneficio dell’ipotetico osservatore che, come facevo io, l’avesse prima o poi traguardata da quell’insolita prospettiva.

L’enormità del suo egoismo mi folgorò.

 

 

Kaspar Nüchtig aveva tollerato per anni – è proprio il caso di dire – la mia presenza nel suo studio, un’intrusione che l’indomabile misantropo aveva interdetto da tempo a chiunque. E perciò la semplice eccezione in mio favore aveva generato in me l’illusione che si trattasse di amore.

L’atelier di Kaspar Nüchtig, all’ultimo piano di un vecchio edificio sulla Marktplatz che riversava in pieno giorno il frastuono allegro della gente di Bruegel e a sera o all’alba i lemuri lividi di Bosch, si componeva di otto stanze affacciate l’una sull’altra, in un gioco simmetrico, ai due lati di un angusto corridoio. Il buio occultava per buona parte della giornata le vecchie pareti del budello, appena riscaldato dalla luce che entrava tiepida da un finestrino tutto polvere, in alto. Ma chi fosse entrato nell’una o nell’altra camera si sarebbe stupito del chiarore che ne emanava.

Quanto a me, mi ero sistemato nella prima stanza a sinistra, davanti a un enorme cavalletto da studio, tutto incrostato, e lavoravo quando ne sentivo il bisogno – una necessità stringente, proveniente più dal cervello che dall’estro, cosicché lasciava poi nel corpo un senso di spossatezza, unito all’invincibile sensazione di aver sbagliato tutto. Questa impressione mi induceva a passare più tempo a guardare i miei bozzetti per studiarne le pecche che a lavorarvi sul serio. E ve n’erano, di errori, malgrado i miei tentativi di convincermi di un graduale progresso. Quando imbroccavo la tonalità giusta me ne andavo lesto lesto a condurre a termine il quadro, affidandomi alle mie buone doti di disegnatore e preferendo per il resto usare, per sicurezza, tutte le sfumature di grigi compositi che sapevo ricavare dalle diverse combinazioni della tavolozza.

Le altre tre stanze a sinistra erano quanto bastava per il vero e proprio appartamento di Kaspar Nüchtig. Sul lato destro, invece, i primi due vani, comunicanti tra loro, erano un dedalo di tele incorniciate o nude, talora ricoperte di una spessa patina di polvere secca che vellicava la gola, oppure orlate da ragnatele bavose. Nell’oscurità stagnante e odorosa di muffa che permeava il magazzino – a differenza degli altri ambienti e a causa degli scuri sempre serrati – si faceva largo qua e là il lucore improvviso di un argento o la sagoma di altri oggetti, i modelli silenziosi che, come cercherò di dire, tanta parte hanno avuto negli ultimi anni del vecchio. Questi lavorava nell’ultima camera a destra, un mondo ammaliante di cinque cavalletti svettanti come guglie tronche, manichini allampanati in attesa di un cenno vitale, barattoli e polveri di colore sulle scansie e a terra, lungo le pareti. Soprattutto, pennelli di ogni foggia, imprigionati in alti barattoli di vetro, disposti sulle mensole, premuti sulle macchie oleose di colore, ormai disseccate e tanto simili ai vulcani spenti sorpresi dagli astronomi olandesi sulla superficie lunare.

Uno specchio ovale costituiva tutto l’arredamento del corridoio – fu quel ciclope enigmatico ad accogliermi per primo il giorno che mi arrampicai per quelle scale, disposto ad essere cacciato a pedate pur di conoscere il genio strambo di cui parlava e maldiceva l’intera Basilea. Desideravo incontrarlo da quando avevo attraversato la prima volta il vecchio ponte di legno sul fiume e mi ero perso, in un cimitero sull’altra sponda, nella contemplazione delle deliranti visioni che anni prima vi aveva incastonato il giovane Kaspar Nüchtig, una danza macabra che aveva l’unico risultato tangibile di innamorare della morte e dell’allucinante corteggio che l’accompagna. E non dubito che fosse proprio il risultato voluto dal vescovo committente, prima della Riforma.

Contro qualsiasi previsione, quando il vecchio aveva capito infine che non ero salito fin lì per i suoi quadri, né per carpirne i segreti, e che insomma non cercavo altro che lui stesso, s’era rabbonito di colpo e aveva voluto sapere tutto di me, con insolita premura, che in un altro avrei definito calore umano.

«Di’ un po’, ma davvero non ti interessa nulla di tutto questo?», aveva finito poi per chiedermi, indicando le stanze all’intorno.

Così, quasi con un presentimento, dovetti ammettere che sì, c’era stato un tempo in cui avevo preso i pennelli in mano. Insomma, finì che ci mettemmo d’accordo che sarei venuto non solo a lavorare, ma anche a vivere lì da lui.

Da allora non feci granché progressi, anche perché trascorrevo la maggior parte del tempo a guardare dalle finestre delle mie stanzucce giù verso la Marktplatz, ad esempio un pescivendolo rubicondo, le maniche della casacca perennemente arrotolate sui grassi avambracci e un paio di calzoni di tela azzurra troppo stretti. Ciondolava in su e in giù con una piega furba all’angolo della bocca e una lunga canna buttata sulle spalle: ne pencolava un cordicello con un qualche pescetto legato per la coda, e due o tre gatti sempre dietro, belli grassi anche loro, il pelo rossiccio sporco o nerastro sempre strappato, pieno di cicatrici e unto dai residui della carbonella. Appena una delle bestie si avvicinava e il pesciolino pareva alla sua portata, il buontempone dava uno strattone alla lenza e lasciava l’animale così, con le vibrisse buffamente piegate all’ingiù per la delusione, mentre anche gli altri smettevano l’incessante gnaulare che aveva assordato la piazza. E una composita turba di mocciosi si formava attorno alla scena, e qualcuno era già storpio o perfino monco, ma sempre una giocosa ilarità si diffondeva nel gruppo vociante, e in tutto il mercato la gente si teneva la pancia dal gran ridere, anche se aveva assistito dieci volte allo stesso scherzo.

Allora il pescivendolo si girava su se stesso, eseguiva una perfetta piroetta con inchino rivolto al pubblico e immancabilmente gridava: «Manfreed, seei contento di mee?», al che la folla con altrettanta puntualità esplodeva sghignazzando e applaudendo alla volta di un calzolaio altissimo e magro, la faccia lunga lunga e mal rasata, la pelle d’un olivastro malaticcio, gli occhi troppo grandi ma spenti e bassi e la testa coperta da uno straccio bianco che gli scendeva sotto il mento a mo’ di gorgiera. La vittima di questa battuta, a me incomprensibile ma evidentemente chiarissima alla banda di sfaccendati, continuava a guardare davanti a sé senza espressione e se ne stava così immobile per alcuni minuti, nel timore che qualsiasi movimento potesse tradire una sua reazione e perciò dare soddisfazione all’altro.

Oppure mi piaceva osservare i tre giovanetti, studenti della schola cantorum su nel Leonardhof, che ogni giorno si esibivano sotto un porticato con flauto, violino e viola inglese. Le note a malapena si staccavano dal confuso cicaleccio della folla, però in un certo modo lo scandivano e depuravano, arrivando persino a dargli un senso. Guardavo i visi imberbi e vagamente femminei, i capelli slavati, i camici lunghi e, soprattutto se l’ora era tarda e le botteghe chiuse, assaporavo l’illusorio movimento delle stradine adesso vuote, l’anima rilucente di basalto levigato che si piegava nella cripta buia dei mercati deserti e mostrava al cielo lacrime forse fittizie. Non capivo, allora, il livore silente degli storpi e dei ciechi che avevano solo le proprie brutture per commuovere i passanti, mentre quei tre, già così belli, fino a destare nel popolo della piazza il sospetto che fossero dediti a pratiche contronatura, miravano a incantarli, in fondo con lo stesso obiettivo. Quella rabbia si faceva ira lacerante ogni volta che una moneta tintinnava verso i tre ragazzi. Venne anche il giorno che chiesi perdono per il furore dei mendicanti.

Invece dalle finestre di Kaspar Nüchtig ci si tuffava, oltre i tetti, nel metallico intermittente riflesso del fiume. Mi sono sorpreso più volte a chiedermi perché il maestro non avesse scelto per l’atelier le stanze esposte verso la città, con il loro panorama di gente e di colori. Di lì, al contrario, specie la sera, era come essere accerchiati da una progenie muta e ostile, un nemico impercettibile ma che si immaginava costante nell’assedio, fino a materializzarsi all’improvviso nei bianchi speroni di un barbagianni, nei cerchi infuocati degli occhi che potevano essere scambiati per quelli letali di un basilisco. Come si vede, a quel tempo ero molto impressionabile.

In quegli ultimi anni Kaspar Nüchtig dipingeva solo nature morte. Era troppo vecchio per andarsene in giro a caccia di scorci e di paesaggi, troppo disilluso per inventarseli come aveva fatto da giovane per le storie di Sodoma e Gomorra o per il memorabile ciclo di Giuseppe. Troppo lontano dagli esseri umani per chiamarne a posare per lui, in passato uno dei ritrattisti più ricercati. Ma ciò che contava di più era la cataratta che cominciava a scendergli sulle cornee. Perciò, come la vista non gli era più di grande utilità, si affidava ai polpastrelli e agli oggetti che aveva maneggiato per anni in tutte le posizioni – insomma, quello che sto per dire, lo si creda o no, è  che aveva preso a dipingere a occhi chiusi.

Un tempo grande artista, si era ridotto allora a meccanico facitore, solitario demiurgo di una creazione privata, composta dal numero – incalcolabile ma pur sempre finito – delle combinazioni di tutti gli oggetti raccolti in quegli ambienti. Ecco il suo universo, un caos apparentemente indecifrabile ma retto da regole precise ancorché complicatissime, in cui ogni strumento era ritratto in decine di prospettive diverse e mai solo, bensì accostato ogni volta a uno o più altri aggeggi, di modo che ogni proiezione occultata da ombra portata o spigolo comune generava una figura inesplorata. Il tutto era immerso nel liquido amniotico di un’atmosfera inesistente, soffiata attraverso le palpebre abbassate del vecchio che ogni giorno sognava un colore nuovo.

Era irretito dal semplice concetto che gli oggetti inanimati non sono altro che forma, ossia incontro delle infinite linee che lo compongono. Nella figura umana o in qualsiasi altro essere vivente questo intersecarsi di reticoli diviene funzionale al resto, che è memoria, senso, palpito continuo dell’individuo che lotta entro la crisalide del modello perché trionfi su di essa l’unicità irriducibile della propria singolarità. Tutto ciò era divenuto a un tratto per Kaspar Nüchtig impuro, contaminato dalla polvere della terra. Decise di preferire le cose perché queste non comunicavano che il loro sovrapporsi di rette semirette segmenti o il convergere di punti angoli vertici, senza chiedere di apparire o di essere, né tantomeno di esistere – la pretesa che si regge su meno del nulla, sul castello di carte che può crollare al minimo aliare della violenza o della follia.

Però Kaspar Nüchtig biascicava parole tra sé e sé mentre lavorava a quelle nature morte: si rivolgeva a persone che un tempo dovevano aver posato per lui, soprattutto donne, palpava nell’aria i residui della loro materialità. Tradotta nei segni, quando morbidi e quando violenti, nelle macchie improvvise, sentite e impresse col polpastrello, quella corporeità era divenuta volgarità mostruosa, insana, subdola volgarità, l’incesto, nel momento in cui aveva amato con virulenza le sue stesse creature, si era saziato nella piega dei loro seni e nelle loro cavità puberali e le aveva infine rinchiuse senza pudore in un universo piatto dove non avrebbero più mutato aspetto né posa.

Alle volte quella poltiglia di frasi sconnesse e ripetute più volte a denti stretti, quel mugugno infelice mi giungeva maggiormente spezzettato all’orecchio via via assuefattosi.

«La piega... la piega del braccio... Hélène».

«Stai ferma, ti prego, sta’ ferma».

«Il braccio... su, da brava...».

«Cos’hai da guardare, ancora? Non siete mai contente».

«Ma sì che andremo, un giorno... non ci riposeremo più».

«Claudia».

«Hélène».

«Therese».

«Raccogli la veste, Claudia, alzati, ora».

«Anzi, va’ via, tu. Non tornare. Non tornare».

«Non tornare!».

«Le serve qualcosa, Herr Nüchtig? Mi chiamava?» (Questo ero io).

«Tu? No, caro, vai, vai». Il vecchio era spossato come dopo una lotta o piuttosto, avrei detto, un’ora di amore. «No, aspetta, resta un attimo. Hai sempre così fretta! Chiudi, chiudi la porta». E poi, con una smorfia che (ricordo) gli faceva penzolare da un lato la mascella squadrata, forte ma come svuotata della carne, con macabro effetto: «Dimmi soltanto una cosa: mi credi anche tu pazzo? Come loro?».

Indicò col pennello in direzione della mia stanza e dunque oltre, verso la piazzetta stipata a quell’ora della gente di tutti i giorni, che odiava perché priva del dono di possedere fisicamente con gli occhi – strano detto da lui ormai alle soglie della cecità – e di trattenere le cose, commiserandoli come se in fondo fosse chiaro a tutti che i folli erano quegli altri, laggiù.

«Ma forse non mi segui più, può darsi che io non sappia più spiegarmi... Comprendi quello che voglio dirti?»

Lo guardai con un’espressione che non doveva mostrare molto più di uno stato di pura ebetudine, e per un istante mi premette all’interno lo stimolo a eruttargli in faccia un riso sguaiato e irrispettoso. Ma aveva già ripreso a lavorare, senza dar mostra né di accorgersi della mia presenza né di attendere qualche reazione da parte mia. Una donna da basso esaltava le virtù e l’economicità dei suoi carciofi, aveva una voce acutissima che però si associava all’idea di pienezze pingui, una voce sgradevolmente impertinente di laida sensualità e maniche avvolte sopra gomiti grassi sgocciolanti, e visto che non avevo più niente da fare lì dentro me ne tornai alla mia camera.

In quella stanza poteva capitare che entrasse anche lui, a volte, per dare un’occhiata al mio lavoro. Me lo ricordo adesso come se ancora la mole del suo corpo insufficiente lasciasse trasparire un’aureola di luce e pulvigine dietro di sé: allora osservava attentamente, pensava un po’ su a quello che aveva visto e poi tirava fuori dai denti ingialliti un consiglio su qualche particolare che mi era del tutto sfuggito, oppure era la sua mano che si posava con dolcezza sulla spalla, mentre mi dava il suggerimento di una banalità disarmante, illustrandomi con un gesto delle falangi femminee e straordinariamente curate ciò che avrei dovuto capire da me. Le cose però stavano così: io non sarei mai stato un artista. Me ne rendevo conto ogni volta che mi innamoravo di ciò che mi era davanti, ogni volta che, dopo aver trovato la disposizione ideale del soggetto, la luce appropriata, mi perdevo nell’ammirazione del modello. La fitta rete della luce disegnava per me – in vece mia – lasciandomi un senso di impotenza di fronte all’irripetibile, un’angoscia che in me lottava con la gioia della scoperta, per cui mi dichiaravo incapace di sottrarre corporeità a quella composizione e dunque a crearla. Mi disponevo privo di illusioni a ritrarla come meglio sapevo, ovvero a copiarla: e in questo almeno ero bravissimo.

Allora il suggerimento di Kaspar Nüchtig rimaneva sospeso nell’aria come un soffio demoniaco o un’indecenza bisbigliata, davanti alla quale io me ne stavo inebetito a bocca aperta e mi tornava in mente, senza nesso apparente, quella prima legge dell’uomo, il divieto dell’incesto, e come quel vecchio l’avesse violata e violata ancora, cadendo ogni volta in se stesso, risucchiato senza rimedio dentro lo specchio che ne replicava l’immagine imprigionandolo nell’attimo della propria nascita. Per questo l’umanità intera aveva sempre aborrito quelli come lui, pensai, e: «Io non voglio essere tra loro».

Le donne del mio maestro avevano lasciato nel suo studio un’immagine che non era affatto quel che di più soave ed elevato possedessero, come crede la buona gente che si assiepa di fronte alla folta murata di capolavori del genio umano. Poiché avevano tradito la voluminosa materialità dei loro corpi – o almeno ne erano state insieme vittime consapevoli e complici desiderose – abbandonavano lì inerte ciò che in loro era più diabolico e disumano. Se ne andavano alleggerite dell’inesplicabile consistenza dei loro amplessi, di quelli futuri, delle lacrime e degli altri umori svuotati di ogni castità: del loro idolo. Kaspar Nüchtig rimaneva a contemplarlo, morta crisalide, inutilmente adorna di quelle vestigia lì abbandonate, ancora illusoriamente abbarbicata al ramo del gelso, di dove era facile farla cadere, e rideva ogni anno con qualche dente in meno, cosicché verso la fine era sempre più simile alla grottesca parodia di un satiro.

Per tutto questo ora biascicava formule senza senso e palpava a vuoto nell’aria, nell’illusione forse che qualcuna di quelle ragazze fosse ancora lì e non si fossero invece dissolte tutte, anche per causa sua. Mi faceva tanto pena che avrei avuto voglia di assicurargli che qualcosa almeno aveva salvato di loro, sottraendole soprattutto all’oblio cui ogni altra cosa è destinata. Però ero troppo leggero, ancora, nel mio cuore, troppo disposto a scrutare oltre la materia anziché a tutela di essa. Se solo avessi creduto sinceramente a una morte definitiva, avrei potuto vedere nel mio maestro perfino un ascetico benefattore dell’uomo: ahimé, non ci credo nemmeno oggi e non posso che scorgervi invece l’impronta diabolica del genio che sfugge al Creatore (o crede di farlo) e lo sfida, e crolla con lui incurvandosi inaridito nella paralisi, nella sterile implosione delle forme.

Quello che però ho capito troppo tardi è che Kaspar Nüchtig aveva scoperto da tempo a quali demoniaci risultati fosse approdato. Probabilmente era questo che aveva cercato di dirmi tante volte, inciampando nelle parole come non aveva mai fatto con linee e segni, fino al punto che io, imbarazzato per lui, mi ritiravo senza più ascoltarlo. Mi tollerava con una bonarietà che non mi sarei mai aspettato, ma avendo rinunciato quasi subito a farmi diventare come lui: non perché non mi stimasse all’altezza ma perché rappresentavo ai suoi occhi quello che nel suo istinto avrebbe voluto ancora essere, cosicché la superiorità era paradossalmente dalla parte mia. Rispettava turbato il mio rispetto delle cose e chissà che non rimpiangesse per la prima volta le anime che aveva abbracciato e perduto in un duello letale sul cavalletto.

Da ultimo, resosi conto di aver cancellato con i suoi gesti la materiale consistenza di ciò che aveva ritratto, si era messo alla ricerca forsennata di tutte le posizioni e combinazioni possibili degli oggetti. Si illudeva – era qui che volevo arrivare – di poter restituire loro, in questo modo, l’unità e la globale presenza nel tempo e nello spazio. E poiché in queste cose la sua capacità appariva a dir poco mostruosa, mostruosa e quanto mai rapida fu la germinazione di quadri che aveva cominciato a tirar fuori uno dopo l’altro, finché quasi soffocava nello studio dove le tele si affastellavano come cellule impazzite.

In paese le voci correvano senza più controllo, non si parlava che della sua follia, anche grazie alla testimonianza dei pochi che avevano messo piede di recente nell’atelier e che riferivano dell’abnorme gemmazione di tavole quasi uguali tra loro, della flora cancerosa che suppurava come un bubbone policromo sulle pareti di un intestino che si richiudeva sul vecchio pittore, a riprova della sua malattia. Gli omini che Kaspar Nüchtig aveva da sempre disprezzato, perché privi di ogni forma di talento e di vera cultura, si facevano beffe di lui. Anche chi non aveva mai visto quegli ultimi quadri – ed erano i più – ne parlava tuttavia come di un fatto ormai di pubblico dominio, infiorava le notizie e le serviva in pasto ai pochi e sprovveduti ignoranti superstiti. Le stesse vecchine che si aggiravano per il mercato ne davano conferma con allusivi cenni del capo, loro che non avevano mai alzato lo sguardo su un’opera d’arte, se non per ammirare stupefatte e intimorite la verosimiglianza di una pala d’altare dipinta da Kaspar Nüchtig o da Hans Holbein il Giovane, i due amici di un tempo, i due rivali e unici indiscussi maestri di Basilea.

 

 

Finché un giorno scoppiò un improvviso diverbio tra il mio maestro e uno dei suoi clienti residui, un commerciante che viaggiava spesso per l’Europa. Avendo commissionato da tempo un certo quadro, Pantaleone Wildeman pretendeva ora che vi figurasse anche un medaglione che aveva portato con sé, un vecchio oggetto di famiglia o piuttosto il ricordo di qualche donna dell’est. Sennonché Kaspar Nüchtig si rifiutava con energica ostinazione, quasi si leggeva nelle pieghe voluminose del suo viso una disperazione incomprensibile per qualsiasi sano di mente, l’orrore sacro destatogli dal nuovo oggetto, ancora vergine – per quanto poteva saperne – di qualsiasi offesa alla propria corporeità. Si rendeva conto, nella propria alienazione, che il suo gioco era sul punto di essere scoperto e di fallire, così denudato, miseramente: non sarebbe mai riuscito a restituire alle cose una parvenza di concretezza se, ritraendone alcune accanto a quel medaglione, avesse aperto anche il più piccolo spiraglio a tutta una nuova serie di combinazioni, peraltro impossibile da portare a termine, dato che il monile sarebbe poi tornato nelle mani del committente.

Questi poi era un personaggio ben noto ed influente in città e nella foga del diverbio minacciò di far sapere a tutti che il vecchio era un povero pazzo cieco che non sapeva fare più nulla, se non rotolarsi nelle sue aberrazioni. Continuasse pure a cercare a tentoni nel buio i ricordi merdosi che ritrovava così bene col tatto! Strisciasse pure nel fango dei suoi colori come negli escrementi del corpo, vecchio idiota! Nessuno avrebbe preso più nulla da te! Il pittore corrugava l’ampia fronte arrossata, dilatava le grosse vene che gli attraversavano le tempie, le folte ciglia sopracciglia bianche si protendevano via dalle cornee glauche illiquidite nel cui centro una punta di spillo, una mina di grafite ancora guizzava viva. Protestava con vigore sempre più affievolito, alla fine senza quasi muovere le labbra rinsecchite che gli pendevano sul mento squadrato, popolato da radi polipetti lanuginosi. Allora cedette con un triste sbocciare delle punte di spillo e gli strappò bruscamente il medaglione dalle mani. Cacciato quell’altro tra inudibili imprecazioni, fu me che cercò con lo sguardo.

«Non ti avevo detto di non far entrare nessuno? Sai bene che non li sopporto qui dentro», ringhiò tra la chiostra dei denti smussati, la mia immaginazione lo fece simile a un uomo-palla o a quei pinguini inutilmente crudeli che allignano nelle scene di Bosch, mentre un maglio arrugginito ne limava i terminali nervosi con un lavorìo da galeotto e a me sussurrava – come sempre, sussurrava soltanto.

«Mi dispiace, Herr Nüchtig, davvero».

«Schloss! È inutile che tu cerchi una scusa. Non posso contare su di te per nessun motivo, la tua debolezza da femmina mi disgusta! Mi dispiace, mi dispiace, non sai dire altro, non sai fare altro. Quella brocca, guardala, ti sembra che dia un po’ di luce?».

Alzò il pennello sul mio piatto bozzetto e per un attimo lo vibrò, per un momento credetti illogicamente che avrebbe assestato la pennellata giusta, una sola ma sufficiente a far rilucere l’oggetto, come aveva fatto tante volte, brandendo l’arnese come la spada un cavaliere possente nelle favole disperate della mia infanzia errabonda. Invece me lo restituì con gentilezza goffa e altrettanto immotivata e si allontanò caracollando sulle gambe deboli come i grossi orsi delle fiere di Berna.

Mi sedetti sullo sgabello e guardai umiliato la spenta brocca, poi quella vera, poi oltre la finestra.

«Sì, non danno niente. Nessuno...».

 

 

Nei sei giorni che seguirono Kaspar Nüchtig, sbarratosi dentro l’ultima stanzetta, dovette lavorare davvero come un folle all’opera commissionatagli dal signor Wildeman, mercante di cacao, fino alla sera afosa, immersa anch’essa nei fumi densi e stemperati di un’enorme bevanda al cioccolato, in cui mi parve di sentire da lontano l’aborto di un rombo soppresso, un secco crepito nel cuore. Oppure era un grido, la cui ultima eco («Komm, schnell, komm, komm!») si palesò rantolo un’ultima volta, o forse un’ultima volta tambureggia cacofonica nel mio stomaco, oggi, o sono soltanto le cicale impossessatesi di un cipresso, e quindi delle mie budella, in quest’altra sera afosa in cui grido, e l’urlo inaridisce, dilaga nel mostruoso dipinto che pure mi si disvelò la sesta sera appena buttata giù la porta di Kaspar Nüchtig.

Un vecchio vaso di argento posava su di un cencio polveroso e la catena del medaglione gli si attorcigliava in basso. Non v’era altro, o almeno non sarebbe dovuto esservi più nulla: perché invece tutto lo studio di Kaspar Nüchtig convergeva precipite nel cratere panciuto, piombava nella sua convessità che si faceva, nell’atto di accogliere quanto più poteva, deforme concavità. Compresi che mi trovavo di fronte all’ennesima sfida del pittore, al tentativo di risolvere in una sola volta le troppe incognite della sua equazione. Non era infatti solo l’atelier a cadere in quella voragine di luce: mi sembrò di vedere il mondo intero, o almeno più di quanto allora ne conoscessi, con le donne e gli uomini del vecchio pazzo, porzioni di vedute che potevano appartenere a ciascuna delle sue città, e ancora panoplie, guglie, drappeggi, sguardi.

Ogni oggetto si mostrava a sua volta vittima di molteplici rifrazioni: ombre apparentemente illogiche, simmetricamente opposte, come proiezioni di più soli coesistenti, trovavano la propria giustificazione nel rimbalzo dei riflessi che qualsiasi cosa, persa la naturale opacità, rimandava sulle altre, il tutto minutamente e grottescamente cesellato con le giuste deformazioni imposte dalla linea curva. Poi, ecco, in un angolo, un’ombra funesta che piegava all’ingiù i muscoli del viso (si chiamava Claudia, si chiamava Hélène), alle sue spalle il timpano ligneo trapezoidale di una formella, la scena di una danza macabra. Qualcuno sorreggeva con mano femminea e curata il braccio della fanciulla, prolungato da un cilindro di metallo luccicante, ancora caldo, avrei detto, per effetto di un’esplosione.

Kaspar Nüchtig era riverso all’indietro sulla sedia. Il quadro scintillava come da un pulpito, nel suo splendore finito, con una nuova luce grigiastra, una piccola nuvola di polvere da sparo che si allargava in un angolo del vaso. Solo una stilla rugginosa, sottilissima e apparentemente fuori luogo, deturpava la tela e si ripeteva, da questa parte, bagnando il petto dell’autore e la punta del pennello di martora.

Ebbi un terrore panico, ma prima ancora un senso di oppressione, di vuoto. Da bambino era diverso, con la morte, forse per la totale incomprensione della parola, ridotta a un imbronciato corrugarsi delle sopracciglia, un senso di fastidio come verso la violazione di un accordo o l’interruzione di un gioco. Anni dopo, era come se si producesse un ponte cavo tra me e il cielo, un tubo che aspirava la mia persona – non il defunto, che era subito come se fosse mancato da sempre – facendomi attraversare l’atmosfera dove il cuore, sospeso, pareva rifiutarsi di lavorare.

Adesso era solo quel vuoto pneumatico.

Poi la paura di cui parlavo: ero praticamente sconosciuto nei dintorni. Si sapeva solo che lavoravo con Kaspar Nüchtig e che vivevo da lui. Qualcuno naturalmente insinuava dell’altro ancora, come per i tre studenti di musica_____________________________________________________________________________________________________________________. Logico che si sospettasse di me per primo. E perché poi? Chi era stato davvero? Non facevo che ripetermi: «Sai bene che si è ucciso», eppure proprio quella del suicidio, che sarebbe stata la più razionale, mi parve l’unica idea da scartare senz’altro, una stupida conclusione da bambino fantasioso. No, il colpo era partito dal quadro: solo questo era realmente logico e plausibile. Avevo una gran confusione in testa. Cercai di affastellare due o tre tele che avevo lì di mio, compresa la brocca che non mandava luce e che, chissà perché, mi sembrava ora la più pericolosa delle prove a mio carico. Avvolsi tutto in larghi fogli di carta, insieme alla grande tavolozza grezza appena ripulita e ancora intrisa di olio di lino. Prima di uscire tornai sui miei passi per sincerarmi che non rimanesse nulla in grado di denunciarmi e passai tremando davanti al cavalletto.

Kaspar Nüchtig era ancora lì (e dov’altro doveva essere?), adagiato allo schienale, e quella naturalmente fu l’ultima volta che lo vidi sui questa terra. Più ancora della macchia di carminio sul petto, sangue o vernice, mi colpì un’ombra verdastra che si allargava sul suo volto e progressivamente trascolorava e lo restituiva terreo, trasfigurandone la sofferenza in un’inutile maschera di sarcasmo, come se lo avessi impietosamente scoperto con su due dita di cerone o di un belletto marcescente che gli avessero steso in faccia per presentarlo, ancora agonizzante, al gran ballo dei morti, dove scheletri e demoni avrebbero messo in scena in suo onore una delle sue danze macabre. Il quadro, quest’altro, a differenza delle formelle che mi avevano spinto fin lì mesi prima, luccicava tranquillizzante ed emanava un’immensa paradossale quiete.

Fuori era buio pesto, scesi a tentoni per la vecchia scala rancida e ammuffita e ne trattenni a lungo gli odori, come due schiere di fantasmi che facessero ala al passaggio della mia fuga. Uscii all’esterno quando la piacevole brezza serotina si faceva già vento più corposo ed ero troppo lucido per poter reagire al mio sgomento montante: cercavo di pensare a quanti potevano avermi visto lassù e magari riconoscermi adesso per strada.

Nel delirio di una febbre incipiente temevo di sentire sull’acciottolato alle mie spalle la corsa pesante del signor Wildeman e il suo snocciolare rotonde corpulente invettive di cioccolato che terminavano inevitabilmente allo stesso modo: «É lui! Prendetelo!». E mi figuravo il grasso pescivendolo che al prossimo angolo della strada mi prendeva per il bavero, trascinandomi via, e urlava anche lui: «Kaspaar Nüchtiig, sei conteento di mee?», mentre la verduraia mi schiaffeggiava a colpi di carciofo. In realtà ero seduto da un pezzo sulle scale rovinate di una chiesa, con la testa che mi ronzava allo stesso ritmo del battito dei denti, e nel bruciare febbrile immaginavo eventi d’ora in poi sempre più tragici, ai quali solo chi nel frattempo avesse imparato a sorridere sarebbe sopravvissuto.

Un uomo stringeva a sé una graziosa donnina vestita, come lui, di cenci lerci e laceri, ed entrambi mi scrutavano sereni e forse sprezzanti, senza le lacrime che avrei voluto nei loro volti, o forse il disgusto nei miei confronti esisteva solo nelle fantasie che mi andavano divorando assieme alla paura. Sotto le arcate vuote e buie della Spalenberg era aperto l’uscio di una bettola, sulla cui soglia un uomo sguaiato e sfregiato accoglieva gli amanti infreddoliti e li invitava a ripararsi da lui – entravano però anche gli storpi della borgata, trascinandosi come i resti di un’orrida armata in rotta, reduci da campagne disastrose, vergognosamente ma allegramente perdute. Puttane che mi parvero bellissime si avvolgevano in mantiglie perlopiù stinte ma ancora pulite, accettando come un gioco le galanterie innocenti dei loro colleghi maschi che aspettavano, truccati e forse più femmine di loro, di dividersi gli stessi uomini. Sotto le lanterne mosse dai primi refoli di tramontana una tovaglia a scacchi bianchi e rossi ondeggiava nella stanza interna.

Provai la tentazione di entrare, attirato dal calore e dall’intimità di cui sentii improvviso urgente bisogno, ma temevo di essere accompagnato dallo stesso odio che aveva circondato gli ultimi anni del vecchio, come se ne recassi ben visibili le stimmate. Mi avrebbero messo certamente in un angolo vicino ai cani, mi avrebbero dato un piatto o una scodella, senza degnarmi d’altri sguardi, e avrebbero aspettato insieme il ritorno di Odisseo e la sua vendetta, spassandosela tra loro e ascoltando Femio e le canzoni antiche del triste Ajace e degli allegri massacri.

Guardai la loro carne il loro sangue le loro ossa il loro sperma e li confrontai con gli ultimi mesi che avevo speso su tele sporche di sterco e intrise d’incenso.


Ultima modifica di Vargas il Mar 24 Dic 2013, 09:18, modificato 2 volte
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mar 24 Dic 2013, 09:16

 


 
 
 
Racconto di Natale basilese
 
 
 
 
 
Il mercatino attorno a Barfüsserplatz è un dedalo in miniatura. Mi ci infilo dalle spalle, da un vicolo cieco che segue il contorno dell’abside gotica, accodandomi a una folla lenta, molto lenta, che avanza come se avesse dei massi legati alle caviglie e arrancasse sulle cornici del Purgatorio piuttosto che tra gli stand dei guanti e delle sciarpe di lana, i baracchini con la raclette e il vino caldo, gli hot-dog e i pupazzi di marzapane.
Non ricordavo questa atmosfera, forse tornare a Basilea sotto Natale, dopo tanto tempo, è stato un errore dettato dai sentimenti – sentimenti? Mi viene da ridere, un riso di sbieco, filtrato nel fiele, che disturba la signora davanti a me e la induce a spingere via i suoi tre pargoli, dandoli in pasto all’orco che vende i biglietti della giostra. Eppure lo sapevo: il ritorno è parente della nostalgia più della stessa partenza.
 
 
Il poeta Gaetano Forastieri va ogni anno a San Gregorio Armeno. Forastieri è un uomo sobrio, a dispetto dello stomaco prominente che lo affligge, troppo prominente per i suoi trent’anni dalle guance ancora perennemente glabre. È un teorico dell’understatement, lo rimproverano i suoi amici più cari. Amici? Una parola forse troppo impegnata. Forastieri conosce e frequenta un sacco di gente, ma se dovesse aver bisogno di aprire il suo cuore, di confessare una colpa o chiedere un consiglio, davvero non saprebbe a chi rivolgersi. E non si può dire che sia un bilancio lusinghiero di trent’anni trascorsi su questa terra.
Allora perché questo pellegrinaggio annuale nel vicolo del Ventre di Napoli, in quei due o trecento metri saturi di gente affollata, stretta tra due file continue di bancarelle ricoperte di capanne, rocce di cartapesta, muschio vero, muschio finto, asini e bambinelli, Vergini, pecorelle e pastori, soprattutto pastori, grandi, piccoli, di terracotta o porcellana, in piedi, seduti, inginocchiati, con un agnello sulle spalle, due secchi in bilico sul basto, una lanterna sollevata all’altezza degli occhi, menti imberbi, riccioli d’oro, facce mediorientali, mediterranee, americane, di George Bush, Totò, Totò Cuffaro e Totò Schillaci, Luca Toni, Luca De Filippo, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Paris Hilton, Elisabetta Canalis, Elisabetta d’Inghilterra, Vittoria e David Beckham, Antonio Bassolino e Fabio Cannavaro? Forse Gaetano Forastieri vuole convincersi di non aver bisogno di quell’immersione e allora ne assume una dose addomesticata, a mo’ di vaccino, o forse vuole dimostrare – a se stesso? Ai suoi quasi amici? Alla barista Carmen, che ha gli occhi azzurri e due magnifiche tette, e alla quale non riesce mai a dire nient’altro che buongiorno, vorrei un caffè? – vuole dimostrare di non essere il maledetto snob che esce di casa la mattina alle dieci per comprare il Corsera e il Foglio e si siede a un tavolino del bar a scrivere poesie nemmeno dialettali su un taccuino nero?
Quest’anno però il poeta Gaetano Forastieri ha anticipato di una settimana la visita a San Gregorio Armeno e poi ha preso il treno per Basilea, una città che ha sempre trovato consona al suo modo di essere, a quella sobrietà che nasconde – è un peccato che i suoi quasi amici non se ne rendano conto – un fuoco creativo autenticamente sovversivo. In questi giorni ci sono almeno due mostre da non perdere, l’Eros nell’arte moderna, nella Fondazione Beyeler, e gli amori tra Niki de Saint Phalle e Jean Tinguely, nel museo dedicato a quest’ultimo. Forastieri ne ha ricevuto quell’entusiasmo verace e lievemente anestetizzato che si aspettava, e perciò si sente appagato e ha assaporato con gusto la passeggiata sul lungoreno, la vista delle ragazze bionde dalla gamba lunga, avvolte in cappottini col bavero di finta pelliccia, e i mercatini di Natale attorno alla Barfüsserkirche, che poi è la chiesa degli Scalzi, come Santa Teresa a Napoli, solo che questa è sconsacrata e ospita il museo della città.
 
 
In Marktplatz hanno eretto un albero di Natale altissimo, tutto illuminato. Adesso sono queste le cose che mettono nelle piazze. Be’, penso, meglio queste che certe altre che ricordo troppo bene. C’è anche un enorme disegno composto da migliaia di candele, sul selciato. Un altro abete, stilizzato, con le fronde che sembrano le curve a zig-zag di uno slalom gigante. Un cartello dice che si tratta di un’iniziativa di Amnesty International contro la pena di morte. Posso esprimere la tenerezza che mi fanno queste brave persone, convinte di cambiare le cose con una fiaccolata?
Non ho ancora visto un presepe, e mi chiedo se ve ne siano. Nelle case dei cattolici, certamente, gli immigrati italiani, spagnoli, portoghesi. Adesso ci sono anche molti latinoamericani e perfino qualche filippino. E in qualche scuola privata, per esempio dalle suore italiane. Però negli spazi pubblici non ce n’è neanche uno. Vorrà dire che continuerò a cercare.
 
 
Il poeta Gaetano Forastieri ha molto gradito il waffel con lo sciroppo di mele caldo. La signorina nel baracchino è piccola, magra, con un musetto svelto, due occhi spiritosi un po’ annegati in un reticolo di efelidi quasi trasparenti, che vanno e vengono a seconda della luce riflessa dalle giostre. Forastieri chiede una seconda porzione e le lascia una mancia esagerata. Poi va ad appoggiarsi a una botte di legno, in piedi, guardando a tratti la ragazza e il movimento della folla. Due coniugi di mezza età commentano la qualità dei loro bratwurst, intingendo la forchetta nella senape sparsa sui vassoietti di carta. Il cielo si è appena dissanguato in un tramonto esagerato, vele diagonali di un rosso sciolto nell’acqua, mescolato a una profondità trasparente di cerulei verdastri che sembrano precipitare verso il basso anziché in alto, come se la città e i suoi abitanti scivolassero fuori dalla protezione della forza di gravità, attirati dai mondi che navigano accanto al nostro, sorpassandosi pigramente come salmoni controcorrente.
Forse è stato un errore prendere la stanza per questa notte. L’albergo è carino, ha la vista sul Reno e dicono che vi sia passato lo stesso Hermann Hesse quando stava scrivendo il Lupo della steppa. Però a pensarci meglio avrebbe potuto prendere il Cisalpino e ripartire già questa sera sul tardi.
Alla fine è entrato anche nel museo storico della città, attratto da una mostra sulla più antica rappresentazione dell’universo, un una pietra rotonda del milleseicento avanti Cristo con il sole, una mezzaluna, le Pleiadi e altre stelle, tutte incastonate in oro. Poi si è perso davanti agli affreschi di una danza macabra medievale, staccati dal cimitero gotico nel quale si trovavano in origine e collocati in una sala nuda del convento sconsacrato. Lì ha finito per attaccare discorso non con una delle ragazze che ha ammirato per tutto il giorno in giro tra i mercatini, ma con un tipo strano, unico altro visitatore del museo, un uomo alto e allampanato, quasi arrotolato su se stesso lungo la spina dorsale, come se la schiena dovesse terminare in una coda e si trovasse invece costretta a fare i conti con un paio di gambe magre e mezze storte.
«Fa impressione, vero?», gli ha detto lo sconosciuto.
Forastieri ha dato fondo a tutto il tedesco che conosce – non è molto – e gli ha risposto di no, insomma, non può proprio definirsi impressione il sentimento che gli trasmettono i riquadri con i personaggi di un universo umano ormai sparito, il mercante, la dama, il vescovo, il nobile, l’uomo d’arme, uniti dallo stesso terrore verso la Morte che incede scheletrita a strapparli alle loro abitudini troppo presto, prima di quanto avessero mai programmato.
«Forse è angoscia, o, aspetti, pena, pena per quei poveracci, come se fossero persone in carne ed ossa che ho conosciuto bene e che vedo ora in preda alla paura».
«Perché è Natale. Non si dovrebbe visitare questo posto a Natale. Faremmo bene a uscire a divertirci nella fiera».
Già, questo è il problema. Divertirsi con chi? Meglio sganciarsi al più presto dal tristo figuro e cercare di attaccare discorso con una qualsiasi delle bellezze che ha inutilmente incrociato per tutta la giornata. Si gira per salutare – all’educazione non si rinuncia facilmente – ma prova un senso di vertigine davanti agli occhi dello sconosciuto che lo guardano fissi: lo sguardo di un cieco? Di un folle? Di un uomo triste, troppo triste perché l’ignavia morale di Forastieri possa comprenderlo?
Devo aver preso freddo, pensa il poeta appena si trova all’aperto, sfregandosi le tempie. Forse è il caso di andare in albergo e buttarsi sul letto, ma non vuole sprecare così la serata. Sbandando vistosamente scende le scale della chiesa e quasi inciampa in una bancarella che vende ciondoli per l’albero di Natale, quasi tutti a forma di basilisco.
 
 
Che razza di idiota, se ne stava lì a guardare la danza macabra mentre tutti gli altri erano fuori a bere e a festeggiare. Per un attimo mi sono chiesto se il mondo non sia cambiato in fondo assai poco, in tutto questo tempo. Ancora a inseguire la morte, ancora pronti a montare un autodafé in piazza. Intanto si è fatta quasi sera e non ho ancora trovato un presepe. Mi sa che alla fine mi accontenterò di un albero di Natale.
 
 
Il poeta Gaetano Forastieri è incastrato nel posto 18A del volo Basilea-Napoli Capodichino, a trenta centimetri dal sedile davanti. Sente le ginocchia anchilosate, ma la colpa è sua, perché poteva fare ginnastica lo scorso inverno e buttar giù almeno i sei chili che si era ripromesso, perché poteva scegliere un volo meno economico, a costo di imbarcarsi a Zurigo, perché poteva prendere un comodo vagone letto invece di buttare duecento euro per una notte in albergo, passata quasi tutta a rigirarsi nel letto, forse per un’indigestione di waffel allo sciroppo di mele, forse per quel senso di vertigine che non se n’è più andato via da quando è uscito dalla Barfüsserkirche e che lui ha addebitato a un attacco febbrile, anche se il termometro si ostinava a dire di no e a fermarsi a trentasei e sette.
Con una dolorosa manovra riesce a liberare il gomito sinistro dall’intercapedine tra il bracciolo e il finestrino dov’era andato a incastrarsi. Afferra il giornale che gli ha offerto l’hostess. È la Basler Zeitung di oggi, l’occasione per fare ancora un po’ di esercizio di tedesco. La prima pagina è tutta occupata da un titolo a sei colonne e da una grande foto a colori, nella quale Forastieri riconosce la chiesa degli Scalzi. Sparite le formelle della danza macabra di Basilea, traduce all’impronta. Dev’esserci un errore, pensa, probabilmente sono più arrugginito di quanto credessi, o ancora intorpidito dal sonno e dal malessere. Ma andando avanti nell’articolo gli ultimi dubbi cadono sotto i colpi dell’asciutta cronaca. Erano le dieci di sera quando il custode si è accorto del furto, se di furto si può parlare: come si fa a far uscire più di trenta frammenti di affreschi da un museo, in mezzo a una piazza affollata di gente?
Io sono uscito alle sei, pensa il poeta, come se dovesse procurarsi un alibi. L’ultimo, dopo di me, dev’essere stato quello strano individuo che mi ha gelato con lo sguardo. Che mi ha quasi paralizzato.
Stropicciandosi gli occhi, va all’ultima pagina del giornale, dedicata di solito alle notizie più amene e curiose. Un’altra foto a colori. Lo strano caso dell’uovo misterioso. Un uovo non appartenente a nessuna delle specie animali conosciute è stato ritrovato a tarda sera sotto il grande abete nel cortile del Palazzo del Gran Consiglio. Gli esperti del museo di zoologia, immediatamente accorsi, non sono stati nemmeno in grado di stabilire a quale classe appartenga. Presenta caratteri comuni sia agli uccelli che ai rettili, hanno affermato. L’esame radiologico non ha dato alcun risultato attendibile. È come se i raggi x rimbalzassero sull’embrione, o su qualunque cosa si trovi all’interno del guscio, hanno aggiunto gli studiosi.
Uno strano malessere sembra essersi diffuso tra quanti sono entrati in contatto con l’uovo. Capogiri, vertigini, l’impressione che uno sguardo gelido li stesse paralizzando.
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da cireno il Mar 24 Dic 2013, 15:44

Grazie Vargas, BUON NATALE, BUON ANNO, BUON TUTTO.
Anche a me Basilea piace moltissimo
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cireno

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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Mer 08 Gen 2014, 16:37


Il gallo

 

 

 

 

 

 

 

 

Strano, a ripensarci, che fosse stata proprio Serena a raccontare per prima quella storia. Un segno del destino, se ci si crede, oppure una combinazione di fatti e ricordi letti con l’intelligenza del dopo. Le premesse erano state una mattina d’estate e il solito gruppo di amici seduti sul muretto del porticciolo. Ormai si incontravano soprattutto durante i mesi di vacanza, alcuni di loro venuti dalle città dove erano andati a lavorare o a frequentare l’università, un paio perfino dall’estero. Gli altri con quell’aria paziente di chi ha atteso per tutto l’anno il ritorno di un periodo di scorribande notturne, racconti nostalgici, forse il rifiorire di vecchi amori. Poi tutte le aspettative rifluivano inesorabilmente nel ripetersi monotono delle giornate.

«Avete sentito la storia del gallo?», aveva detto Serena, interrompendo il movimento del braccio che lanciava sassolini di asfalto nello spazio di mare oleoso tra le pance di due pescherecci.

Ogni volta la pietruzza sembrava galleggiare nei primi centimetri d’acqua, quando era ancora visibile, ed anzi diventava perfino più grande e chiara, per via della rifrazione. Poi veniva subito inghiottita dall’oscurità verdastra ed era come se il suo percorso fosse stato un’illusione ottica, priva di profondità e dimensione.

Nessuno aveva risposto, ma Serena, invece di ricominciare la serie dei tiri, aveva proseguito con una strana eccitazione nella voce.

«Ho sentito dire dai pescatori che di notte, nei vicoli, si vede un gigantesco gallo cedrone, almeno così lo chiamano i vecchi di qui, ma è chiaro che il nome non è proprio corretto. Non siamo mica sulle Alpi».

«Lascia perdere le Alpi. E allora?», aveva detto qualcuno, forse era stata Elisabetta, ma senza troppa convinzione.

Neanche gli altri sembravano molto interessati, nei loro sguardi girati verso Serena c’era tutta la noia del mattino estivo, il vuoto del momento, l’umidità e l’afa, la mancanza di prospettive per il resto della giornata.

«Niente, sarebbe un animale grande almeno quanto un uomo, con la testa di un rosso acceso, violento. La gente dice che sia il diavolo in persona e c’è chi racconta di aver incontrato il giorno dopo i corpi di gatti o cani sgozzati».

«Più che un gallo cedrone sembra la descrizione di un basilisco», osservò pigramente Celso, che aveva abitato per qualche anno a Basilea.

Anche Emilio, come gli altri, aveva pensato che non valesse nemmeno la pena  ridere o esprimere il proprio sarcasmo, di fronte a una storia come quella. Forse aveva soltanto alzato gli occhi verso il borgo medievale che si elevava alle loro spalle, partendo dal porto e arrampicandosi sulle pendici di un promontorio arrotondato. Un reticolo di vicoli saliva ripido fino alla piazzaforte del castello quattrocentesco. Le stradine, imbiancate a calce, formavano gomiti stretti e si incrociavano in piazzette dove a volte un filo d’acqua chioccolava uscendo dalla maschera di una vecchia fontanella o la volta bassa di un arco collegava come un ponte due case più alte, con i muri a sghimbescio.

Ma probabilmente non aveva nemmeno guardato da quella parte. Non aveva avuto nessuna reazione, come gli altri.

«Ma che morti, che siete!», si era lamentata Serena, sbuffando in un modo tutto suo, che risultava sempre affascinante. «A me sembra una storia molto interessante, se volete proprio saperlo. Anzi, vi dirò che ho perfino paura a passare per i vicoli, dopo il tramonto».

Forse aveva detto così perché era l’unica ad abitare nella parte antica della città, un tempo borgo marinaro umido e maleodorante, oggi in gran parte restaurato e trasformato in un conglomerato di seconde o terze case per pendolari di lusso. Magari solo vivendoci si riusciva ad apprezzare il significato di quelle leggende che nascevano dagli ultimi residui della tradizione orale dei pescatori o nelle lunghe conversazioni che le loro mogli e madri ancora intrecciavano dalle poche sedioline di paglia messe davanti alle porte verniciate di azzurro o di verde, sempre più poche un anno dopo l’altro.

Ad ogni modo aveva deciso di lasciar perdere la questione e si era alzata incamminandosi verso il baretto alle loro spalle, seguita con gli occhi dagli altri. Era sempre stata la più carina del gruppo, ma nessuno di loro aveva mai potuto vantarsi di aver combinato qualcosa con lei, salvo le poche gloriose settimane di Emilio, due estati prima, ancora sbandierate come un trofeo, tanto più prezioso in quanto mai ripetuto da lui stesso né imitato da altri. Adesso dicevano che se la facesse con il figlio del proprietario del bar. I suoi amici si chiedevano naturalmente cosa potesse trovarci, in quel tanghero, e aspettavano con ansia il momento in cui anche Serena se ne sarebbe resa conto e lo avrebbe mandato al diavolo.

 

 

Comunque fosse, Emilio era l’unico di loro a conoscere Carlo, «il figlio del bar». Erano andati a scuola insieme e continuavano a vedersi, di tanto in tanto, anche se le loro frequentazioni non erano mai state troppo assidue. C’era però una speciale tradizione a cui non venivano mai meno, la partita di pesca che organizzavano ogni anno, in estate, con il piccolo gozzo di Carlo.

Emilio arrivò per primo, come sempre. Non erano ancora le cinque di mattina e il buio avvolgeva il porticciolo, appiattendo le distanze e le sagome. Gli spazi d’acqua tra le barche erano diventati come dei corridoi solidi, una specie di stradine senza profondità alla cui estremità si osservava uno strano chiarore, una lastra vagamente metallica e ondulata. A Emilio i battelli parvero invece enormi, come una flottiglia di iceberg grigiastri che beccheggiavano come se annuissero alla sua volta. Solo che a quella latitudine, naturalmente, non si erano mai visti degli iceberg.

«Che ti è successo, hai incontrato il gallo cedrone?», disse rivolto a Carlo, quando lo vide arrivare lentamente con il serbatoio del gasolio in una mano e il pacco di lenze e di esche nell’altro; dando per scontato che anche a lui Serena avesse raccontato la leggenda del diavolo.

«Scusami, lo sai che per me è faticoso svegliarmi così presto».

Si misero a montare la barca, senza parlare, guardandosi in silenzio solo per coordinare i pochi gesti necessari a preparare tutto nel minor tempo possibile, in modo da prendere il largo prima che uscisse il sole. In quei momenti Emilio assaporava i rumori del mare e dell’imbarcazione, lo sciacquio della cima che si staccava dal molo e cadeva sotto la chiglia, gli sputi del combustibile che gocciolava dal tubo di gomma, il tonfo del gozzo che si avviava e si faceva strada senza fretta, tagliando le fette di olio davanti alla prua, visibili senza fatica a dispetto del buio, sovrapposte nitidamente all’acqua brunastra. Altre figure di pescatori emergevano una dopo l’altra sui battelli attorno e le loro voci suonavano artificiali, a metà tra l’assonnato e il sussurrato.

Si riappropriava in questo modo, Emilio, di un po’ del mondo che era stato di suo nonno paterno, che faceva appunto il pescatore, un mestiere che si era interrotto già con suo padre: e naturalmente gli piaceva fingere di essere tornato alle origini, tanto più che si trattava di un solo giorno all’anno. C’era per esempio l’ombra disegnata a sbalzo su un avambraccio rossastro, lo spessore di una vena rivestita dal muscolo forte, che si ripeteva uguale nella curva delle barche alla sua destra. Oppure una schiena abbronzata come poteva avvenire nell’anti piaceva fingere di essere tornato alle origini, tanto più che si trattava di un solo giorno all’anno. C’era per esempio l’ombra disegnata a sbalzo su un avambraccio rossastro, lo spessore di una vena rivestita dal muscolo forte, che si ripeteva uguale nella curva delle barche alla sua destra. Oppure una schiena abbronzata come poteva avvenire nell’antichità, cioè senza alcun effetto estetico, semplicemente il sole che aveva battuto giorno dopo giorno sulla pelle, ora esposta all’aria per un attimo, nel momento in cui qualcuno si cambiava una maglia di lana grezza.

«Guarda, quello è gliu’ pruf’ssò», disse Emilio a Carlo, rompendo il silenzio che avevano mantenuto per tutto il tempo in cui erano usciti dal gruppo dei pescherecci. E indicò dentro un gozzo simile al loro un uomo già anziano, che a quella distanza appariva minuto e aveva un’aria diversa, elegante, un profilo che in gioventù doveva esser stato simile a quello di un attore francese di cui ora non ricordavano il nome.

Sapevano entrambi chi era: eccellente pittore, professore – appunto – nel locale liceo. Eppure aveva sempre avuto quella doppia vita, che probabilmente gli aveva impedito di raggiungere la stessa fama di artisti meno dotati di lui: aveva sempre fatto il pescatore, nel senso più vero, di quelli che a fine giornata vanno a vendere il pescato ai grossisti che si affollano sul molo in attesa del ritorno delle barche. E lui vendeva tutto quello che aveva preso – non molto, perché andava sempre da solo, ma sempre roba di prima qualità. Per sé conservava la minutaglia, con cui si preparava delle ottime zuppe, oppure schiacciava le teste dei pesci meno pregiati e forse per questo più saporiti. I pescatori dicono che la testa è la parte migliore del pesce. E i gatti concordano.

Sapevano anche delle leggende che circolavano da tanto tempo sul professore: troppo più intelligente e raffinato rispetto agli altri, metteva a frutto una quantità di trucchi che si era costruito da solo, con l’esperienza degli anni, e riusciva a trovare e memorizzare i posti migliori per buttare la lenza a colpo sicuro. In molti cercavano di seguirlo, magari da lontano, ma lui se ne accorgeva sempre e sembrava divertirsi a metterli fuori strada, menandoli come il can per l’aia, finché quelli, schiumando rabbia, se ne stancavano e lo lasciavano libero di correre dietro alle strane trigonometrie che costruiva orientandosi con un promontorio o con lo spigolo di un monumento sulla costa. Lo vedevano allontanarsi disegnando sull’acqua stranissimi zig-zag, quasi una beffa, un gesto di pura comicità.

«E se seguissimo gliu’ pruf’ssò?», suggerì Carlo.

«Sei matto! Quello ne sa una più del diavolo. Proprio due dilettanti come noi, poi: ci metterebbe in mezzo senza fare nemmeno il più piccolo sforzo. Lascia stare, dài».

«Ma proprio perché siamo due principianti vale la pena di provare, scusa: che abbiamo da perdere, a parte un po’ del nostro tempo? Magari questa volta ci divertiamo noi, invece».

Insomma, fu impossibile togliere dalla testa di Carlo quell’idea che gli era venuta all’improvviso. Girò la barra del motore e la tenne ferma sul gozzo del professore, la cui poppa bassa e bombata si allontanava dapprima verso la punta della città vecchia, segnata da un faro ancora acceso, poi all’improvviso dalla parte opposta, virando di novanta gradi a babordo, in direzione del golfo.

Per un paio di ore non riuscirono a capire se gliu’ pruf’ssò si fosse accorto di loro. Ne ebbero l’assoluta certezza solo quando passarono per la terza volta in mezzo allo stesso castello di pertiche, bastoni infissi nella sabbia del fondale, per la coltivazione delle cozze. A Emilio sembrava addirittura di sentir ridere i gabbiani appollaiati sulla punta dei pali, da cui si tuffavano per andare a strappare i bivalvi attaccati al legno appena sotto la superficie dell’acqua. Lo zig-zag del gozzetto si era accentuato quasi a voler sottolineare la beffa; virò ancora, questa volta di centottanta gradi, mettendosi di traverso e venendo quasi incontro alla loro barca. Era quello il momento in cui di solito gli inseguitori gettavano la spugna e il professore ripartiva deciso alla ricerca dei banchi sottomarini più ricchi di pesce, che localizzava a colpo sicuro, orientandosi grazie a quella sua mappa non scritta, leggibile solo per lui.

«Ora basta, Carlo: lasciamolo andare e cerchiamo un posto per gettare le lenze», disse Emilio, con la pazienza ormai agli sgoccioli.

«Un ultimo tentativo, dài», rispose il suo amico, «ancora uno e poi ci fermiamo. Promesso».

Evidentemente il professore non si aspettava quel supplemento di inseguimento. Ai due ragazzi sembrò che la velocità del piccolo fuoribordo aumentasse, mantenendo la prua diritta davanti a sé, verso il largo. Forse perché un po’ più pesanti, o perché il loro motore era meno potente, o infine per la minore esperienza, si accorsero ben presto di rimanere sempre più indietro, a vista d’occhio.

Emilio si guardò attorno. Carlo lo imitò, spinto magari più dallo sconcerto che aveva intravisto nell’espressione dell’amico. Tutto attorno a loro c’era un circolo perfetto, trasformato in ovale dalla prospettiva, senza interruzione, senza una punta o un promontorio o una catena di colline, ingoiati dalla caligine che a giorno fatto saliva dall’acqua o semplicemente cancellati dalla distanza.

Emilio avvertì per primo la punta fastidiosa del panico, all’altezza dello stomaco. Carlo rideva, ma quel riso nascondeva qualcosa a metà tra l’imbarazzo e la frustrazione.

«E ora, da che parte andiamo?».

Si guardarono in silenzio, poi decisero di girare la prua e tornare da dove erano venuti. Cosa naturalmente più facile a dirsi che a farsi, perché una barca, come si sa, non lascia un solco duraturo nell’acqua, soprattutto se si è due pivelli, e così mentre viravano non sapevano più se avessero già percorso mezzo giro o un po’ di meno o di più. E una volta persa la misura, continuarono a confondersi ad ogni tentativo, e poi si fecero prendere dal nervosismo e infine da paura bella e buona.

Allora si fermarono e pensarono di aspettare che il sole cominciasse a scendere, anche se a dire il vero nessuno dei due era sicuro di quale fosse la posizione del porto rispetto all’occidente e men che mai dove si vedesse il tramonto in quella stagione. Speravano semmai che verso sera il cielo fosse più pulito ed emergesse per incanto qualche punto di riferimento, o almeno il brillìo lontano delle luci della città.

Invece quello che venne fu solo la tempesta.

Se ne accorse per primo Emilio: vide che le onde salivano all’inizio impercettibilmente, come un velo d’olio sull’acqua, poi s’increspavano assumendo l’aspetto che hanno le impronte dei serpenti sulla sabbia, solo che queste erano di un blu di piombo e vi si scorgeva tra l’una e l’altra  una strana trasparenza verdastra, come il passaggio di pesci sottili o piuttosto filamenti d’alga. Più tardi era il cielo stesso che si era appiccicato alla linea del mare, una colla grigia sopra e sotto: e il rollio che aumentava in un modo adesso evidente. Emilio ebbe presto voglia di vomitare, spenta forse momentaneamente dall’improvviso scendere di gocce gelide, pesanti.

Probabilmente non aveva ancora paura, allungava lo sguardo per cercare di capire da che parte fossero le luci del porto ma non ci riusciva. Si era quasi dimenticato di Carlo, che non aveva detto più una parola da qualche ora e nemmeno sembrava muoversi né respirare. Lo vide fermo in un angolo della barca, il mento tra le mani, che osservava il movimento delle onde come se volesse leggervi qualcosa, e si teneva sì forte al parapetto di legno, ma senza apparente preoccupazione. Era diventato come una statua, però non riusciva a trasmettere a Emilio alcun senso di sicurezza.

Poi, in piena notte, quando il vento ormai produceva sibili passando al largo, oltre le loro teste, Emilio si chiese se fosse quello il panico: e non poteva darsi altra risposta, a giudicare da come il suo corpo riproducesse il movimento del gozzo sull’asse verticale e su quello orizzontale, tanto da sentirsi scavato dentro da una tana lunga e vuota, uno di quei cunicoli calcarei che aveva visto tante volte sulla pancia delle anfore romane o medievali ripescate nei fondali del golfo.

Emilio raccontò di essersi trovato persino per un momento in una posizione orizzontale con la faccia sbattuta sull’acqua e di aver ricevuto uno schiaffo che lo aveva fatto rimbalzare fin sul pavimento della barca. Fu allora, disse, che gli venne in mente la storia di Serena e gli si materializzò l’immagine del gigantesco gallo tra i vicoli della città vecchia. Non fece nemmeno in tempo a chiedersi se ci credesse davvero, ricordava solo di aver quasi gridato una specie di bestemmia – gli sfuggivano le parole esatte, ma era come una cantilena e di sicuro conteneva un’invettiva rivolta al diavolo. Disse di essere arrivato addirittura a ordinargli di tirarlo via da quella situazione. Improvvisamente era furioso, non riusciva a controllarsi: avere qualcuno da prendere a pugni, da massacrare di botte, anche il mostro più spaventoso! Anzi, meglio ancora se si fosse trattato proprio di quella bestia del racconto di Serena, l’avrebbe squartato senza pietà, con le nude mani. E poi era diventato di colpo piagnucoloso, si era messo a supplicare:

«Tirami fuori di qui, Satana o chiunque tu sia, per favore, aiutami!».

Allora si era girato verso Carlo – in fondo l’unica persona che realmente lo accompagnava, ricordava Emilio,  il solo che potesse ascoltare i suoi lamenti – e subito il sangue gli si era ghiacciato, il cuore gli si era fermato («fermato davvero, non per un modo di dire: non sentivo più niente che battesse o pulsasse dentro di me. Un silenzio disperato, maledetto»).

Perché quello che sedeva all’altro lato della barca non era più Carlo e allo stesso tempo era ancora lui. Aveva il suo stesso corpo, grosso modo, ma la testa era diventata enorme, una massa rossastra, come accesa, e non riusciva a capire cosa fosse: un bue con delle corna ma non proprio fatte d’osso, semmai carnose, o forse un gigantesco gallo, ma con tutta una specie di corona di cartilagine, sanguigna, che sporgeva oltre il cranio. E non è che proprio lo fissasse, anche se gli occhi erano spaventosi, fiammeggianti: piuttosto guardava davanti a sé, verso il largo, con un’espressione assente o addirittura triste.

Poi la tempesta era cessata di colpo ed Emilio si era accorto che era già spuntato il giorno, e con esso il profilo del promontorio, nemmeno tanto lontano.

 

 

Raccontava questa storia molte volte, togliendo o aggiungendo particolari, ma sempre Carlo lo guardava con lo stesso disprezzo e gli diceva che era un cretino e poi, rivolto agli altri:

«Si è inventato tutto perché è pazzo di Serena. E volete sapere una cosa? Che se la prenda pure, due imbecilli perfetti, fatti l’uno per l’altro. Per me, che si mettano a cercare insieme il loro gallo cedrone. Che vadano al diavolo, se gli piace tanto».
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Re: La malattia metafisica

Messaggio Da Vargas il Gio 06 Feb 2014, 13:12


 

 

 

 

Leggere con Lena



 

 

 

 

L’appartamento di Renzo era all’ultimo piano di un alto edificio in prima fila sul lungomare. L’interno, scopertamente opera di un architetto americano degli anni cinquanta, era luminoso, con le vetrate che superavano in estensione la stessa area coperta dalla muratura. Tutta questa sensazione di vuoto, di luce proiettata nell’orizzontalità degli spazi verso il muraglione basso e nudo che separava il viale dall’Atlantico, contrastava non poco con lo stato deplorevole in cui s’incontrava il palazzo, consunto dalla tisi della salsedine, ogni giorno una crosta d’intonaco bluastro che cadeva scoprendo cicatrici d’impasto cementoso e nervature di metallo e ruggine, piegate verso l’esterno. L’androne poi non si poteva certo definire un ingresso, piuttosto la mera conclusione delle scale direttamente sulla strada, dove esibiva pubblicamente mucchietti di polvere e macerie, macchie e ombre ambigue lungo le pareti, almeno fin dove l’oscurità orfana di neon consentiva l’indagine più minuziosa.

Tra quante cose mi colpirono, la prima volta che andai a trovare Renzo nel suo nuovo alloggio, quella che maggiore impressione doveva farmi fu l’ascensore, che dava pure sul marciapiedi, a fianco del nudo accesso pedonale. I battenti scorrevoli di metallo, di un verde Veronese adesso butterato da pustole di ossido, erano incorniciati da un architrave rettangolare, privo di adorni. La tabella zincata al di sopra del timpano indicava dodici piani, ancorché quello del mio amico, indubbiamente l’ultimo, fosse altrettanto certamente l’undicesimo.  Non seppi mai dove saremmo arrivati se avessimo pigiato il pulsante successivo. L’ipotesi più probabile, oltre che la più semplice, è che l’indicatore luminoso dei piani appartenesse ad un altro edificio e fosse finito lì per sostituire l’originale, evidentemente guastatosi, come quasi ogni altra cosa lì attorno.

Tornando a quella prima visita, aspettai a lungo prima che arrivasse l’ascensore e che le ante si aprissero scorrendo con un rumore di ferraglia, come un trenino lungo la linea di un binario scassato. Entrai nel vano verde illuminato dal biancore del neon, come in una saletta d’ospedale in miniatura. La vidi allora, nell’angolo alla mia destra, appollaiata su uno sgabello a tre zampe che la costringeva a spenzolare i piedi, non potendo toccare il pavimento. Era una di quelle donne senza età, un volto ingrigito, poche o niente rughe, i capelli ancora bruni, raccolti sulla nuca in una specie di pallina, o piuttosto un nodo. Mi guardò con un’interrogazione sprovvista d’interesse e solo in quel momento realizzai che l’ascensore del palazzo aveva un’operatrice e che questa viveva praticamente lì dentro – e, poiché non sembrava che venissero molti visitatori, il più del tempo doveva passarlo chiusa nell’abitacolo e da sola.

Le dissi il piano e lei mise in moto l’elevatore, poi abbassò la testa e prese a sfogliare un libro che teneva in grembo. Trovata la pagina dov’era arrivata, si mise a leggere, incurante del fatto che di lì a un minuto saremmo stati interrotti dalla fermata e dall’apertura rumorosa delle porte. Semplicemente, quando quelle si richiusero riprese la lettura, scendendo lentamente.

Almeno credo che scendesse. In realtà, ogni volta che tornavo da Renzo avevo l’impressione che la signora vivesse in un altrove non situabile, che lei e la sua cabina scomparissero chissà dove nell’intervallo tra le mie venute, forse nel sottosuolo, finché io o qualcun altro non ci decidevamo a chiamare l’ascensore riportandola alla vita. In altri momenti, al contrario, mi ossessionava l’idea di figurarmela ferma al piano terra nella cella di un metro e mezzo per due illuminata dall’interno, perennemente segregata dietro le porte di metallo.

E leggeva. Del resto, cos’altro avrebbe potuto fare? Lavorare a maglia? Non sono più i tempi. Mettersi le cuffiette di un i-pod crollando la testa ritmicamente, o trastullarsi per ore con i polpastrelli incollati ad uno di quegli infernali giochi elettronici? Non mi sembrava il tipo. Magari fissare per ore un punto fermo sulla parete interna, fino a delirare e scivolare successivamente in uno stato prossimo alla catatonia, o recitare ad alta voce We are such stuff as elevators are made of, o un testo di Beckett, Happy Days, che so, oppure Finale di partita. Tentavo di figurarmela mentre arrotolava un sigaro spianando le foglie brunastre del tabacco sulle ginocchia e aspirava profondi batuffoli di fumo bianco, ovvero dedicata a centellinare bottiglie di cristallo sfaccettato, finché il liquido luccicante, whisky o rum, si disfaceva nella discesa ripida dell’esofago incendiato: ma no, non era lei, erano immagini posticce incollate sull’album della mia indolenza mentale.

Lei invece leggeva, silenziosamente assisa sul trespolo che le avevano assegnato, né troppo di fretta né con esasperante lentezza. Man mano che s’infittivano le mie visite al palazzo (avevo un progetto in corso che mi obbligava a riunirmi in continuazione con Renzo), cominciai a distinguere una copertina dall’altra, con un’unica occhiata rapida e discreta, il giallino polverulento di certe edizioni di soffitta o il bianco imbigito di volumi più recenti, stampati sulla pessima carta del periodo especial – in breve: appresi il ritmo della sua lettura, curiosamente assimilabile alle scansioni di un concerto: andante, lento, allegro ma non troppo. Un testo avvincente, un po’ facile, poi un classico per giunta ponderoso, quindi una raccolta briosa di racconti dell’ultima generazione, quasi da addetti ai lavori. Dopo ricominciava il giro, con variazioni sul tema.

Naturalmente finimmo per fare amicizia, essendo io l’unico a mantenere una certa assiduità tra i rari frequentatori dell’edificio. C’erano giorni, anzi, in cui non vedeva nessun altro all’infuori di me, mi confessò citando il Decalogo. Anche perché molti dei condomini preferivano salire e scendere le scale strette e maleodoranti per paura che un improvviso apagón, uno dei black-out che la crisi energetica provocava in continuazione, li cogliesse dentro l’ascensore e li bloccasse al buio per ore. Ne erano terrorizzati.

«E lei come fa, Lena, quando va via la corrente?».

«Non succede molto spesso, in questa parte della città. Comunque c’è un dispositivo manuale che riporta l’ascensore al pianterreno. Quando funziona, perché a volte si rompe. Allora resto dentro, tranquilla, forzo leggermente la porta e la apro quei pochi centimetri sufficienti a far entrare l’aria. L’unico guaio è che si ferma anche il ventilatore e si soffoca dal caldo. Certo, non posso leggere, ma ho tanto altro tempo per farlo. Invece ne approfitto per guardare il cielo dalla fessura tra le ante, le stelle sono molto più nitide quando tutto il quartiere è al buio. Quasi sempre succede quando la notte è serena, di solito ho una certa fortuna».

«Com’è che si può scegliere un lavoro così?».

«Non lo si sceglie mica, lo si accetta. L’avrebbe fatto anche lei, se non avesse avuto alternative».

Adesso arrivavo quasi sempre con un libro in regalo. Lena ringraziava con i soli occhi, senza nemmeno alzarsi dallo sgabello (una sera che lo fece mi resi conto che era molto più alta di quanto immaginassi, fino ad allora mi era sempre parsa poco più che un’appendice alla sua testa e alle mani scarne), apriva il pacchetto e riponeva il volume in grembo, a mala pena osservandone il titolo. Lo vedevo riapparire puntualmente alcune settimane più tardi, spalancato alle prime pagine. Avevo deciso in cuor mio che si trattava della persona giusta per affrontare uno dopo l’altro quelle opere ponderose che richiedono tempo e soprattutto una dedizione totale: Gargantua e Pantagruele, Don Chisciotte, Ulisse, Guerra e Pace, L’uomo senza qualità e la Recherche. Chi altri avrebbe potuto leggerli se non lei, quasi costrettavi da quella volontaria prigionia?

Il primo libro che le regalai fu proprio Gargantua e Pantagruele. Era una vecchia copia trovata su una bancarella ma non per questo meno preziosa. Credo che in tutta la città solo qualche collezionista o professore universitario ne possedesse un esemplare. Altrimenti bisognava andare alla biblioteca nazionale e sperare che nessuno lo avesse fatto sparire nemmeno da lì. A mo’ di dedica le avevo trascritto sulla controcopertina alcune frasi del capitolo XXIV (Come qualmente Gargantua occupava il tempo quando l'aria era piovosa): «Se faceva tempo piovoso e burrascoso, la mattinata era occupata come il solito; solo faceva accendere un bello e chiaro fuoco per correggere l'intemperie dell'aria», e avevo aggiunto di mio: «A Lena, che sa come occupare il suo tempo, leggendo i libri se piove, le costellazioni se non c’è luce».

Il libro era consunto e pieno di annotazioni ai margini, soprattutto a matita, ordinate ma minuscole e quasi illeggibili. Mi resi conto che quando Lena finì il libro ricominciò a scorrerlo dalla prima pagina, dedicandosi alla decifratura delle annotazioni: pensai che per lei, che non era certo una studiosa della letteratura francese, si trattasse di un modo come l’altro per ammazzare il tempo, in attesa di iniziare un altro volume.

A un certo punto, ad esempio, nel capitolo XVII del quarto libro (Come qualmente Pantagruele giunse alle isole di Tohu e Bohu, e della strana morte di Bringuenarilles, trangugiatore di mulini a vento), si legge:

«La temevano un tempo anche i Celti vicini al Reno, cioè i nobili, valorosi, cavallereschi, bellicosi e trionfanti Francesi. Interrogati un giorno da Alessandro il Grande che cosa più temessero in questo mondo, mentre egli attendeva che accennassero a lui, in considerazione alle sue grandi prodezze, vittorie e conquiste e trionfi, essi risposero di non temer nulla se non che il cielo cadesse. Tuttavia non rifiutarono d'entrare in lega, confederazione e amistà con un re sì prode e magnanimo, se stiamo a quanto dice Strabone, lib. 7, e Ariano, lib. 1. Anche Plutarco, nel libro, da lui scritto sulla faccia che appare nel corpo della luna, parla di un tal Fenaco il quale temeva grandemente che la luna cadesse in terra e aveva commiserazione e pietà di quelli che vi abitano sotto come gli Etiopi e i Taprobanesi».

A margine qualcuno aveva annotato: «straordinario esempio di metaletteratura, o, di più, di ucronia: mettere insieme celti, francesi, Alessandro il Grande e gli Etiopi è creare un universo che può vivere in sé e per sé, secoli prima di Borges. È una cosa che solo un contemporaneo di Rabelais poteva permettersi il lusso di fare, Ludovico Ariosto» Accanto un’altra mano, a caratteri se possibile ancora più piccoli, aveva aggiunto: «e non è un caso che Fenaco abbia paura della luna, la stessa dove si trova il senno smarrito di Astolfo, e che i mulini a vento, quasi come una divinità arcana, presiedano a questo capitolo, prefigurando l’epopea di don Chisciotte».

«Che c’entrano i mulini a vento? E chi è Astolfo?», mi chiese Lena, come se stesse proseguendo un dialogo mai iniziato, e considerandomi evidentemente in qualche modo corresponsabile di ciò che era scritto sul libro che io le avevo regalato.

Capii che non sapeva quasi nulla di Cervantese di Ariosto, e che le pagine che divorava si sedimentavano in lei come strati puri, impermeabili a un humus inesistente. Allora mi appoggiai a una parete dell’ascensore e le raccontai brevemente il Don Chisciotte e l’Orlando Furioso, senza accorgermi che eravamo arrivati già da un pezzo al piano di Renzo.




 


 



Le avevo appena regalato un esemplare della Recherche, precisamente il volume di Sodoma e Gomorra, un paio di mesi dopo, quando entrò dietro di me un uomo alto e ossuto. Lo guardai con attenzione, se non altro perché era così raro trovarmi in ascensore in compagnia di qualcuno. Vestiva un vecchio completo chiaro, sobrio e trasandato, sebbene di una trascuratezza pulita, decente, non priva di un che di eleganza, financo di fascino. Gli osservai i capelli grigi, corti, con la scriminatura sulla sinistra, a mala pena percettibile, il fascio di carte sotto braccio, tra cui potei distinguere una rivista giuridica.

Ero certo di non essermi sbagliato quando notai un’insolita attenzione, quasi un guizzo repentino, negli occhi di Lena, per altro subito represso, mentre il nuovo entrato non ebbe alcuna reazione palese e anzi a stento parve accorgersi della nostra presenza, senza che ciò denotasse altezzosità, piuttosto un fatto naturale, la mancanza di interesse di una persona sovrappensiero, se non addirittura distratta.

Scese al sesto piano. Lena lo aveva marcato automaticamente, mostrando di conoscerlo bene. Entrò una donnetta grassoccia, che annunciò di voler scendere al pianterreno.

«Chi era quel tipo?», chiesi a Lena.

«Lui... ecco... è il dottor Valdés, uno dei più famosi avvocati a livello nazionale. È anche un giurista, dirige la Rivista di diritto civile, quella stessa che aveva con sé, se ha avuto modo di notarla».

Ero arrivato al mio piano, o meglio quello di Renzo. Lena mi salutò ringraziandomi per il libro, contro tutte le sue abitudini. Quando si chiuse la porta mi meravigliai di scorgere alle mie spalle la signora che era salita a metà percorso, e ancor più del fatto che si stesse rivolgendo proprio a me.

«Vuole sapere tutta la storia?».

La guardai senza incoraggiarla ma il mio atteggiamento non parve in alcun modo distoglierla dalla sua idea. Si limitò a sbuffare arcuando le guance adipose, punteggiate di minuscoli pori neri, dilatati.

«Deve sapere che Lena non è sempre stata quella creatura dimessa che lei vede adesso. Per un certo tempo ha studiato all’università, dove era iscritta a giurisprudenza. Naturalmente, durante il corso di diritto civile, si innamorò del professor Valdés, come del resto la quasi totalità delle allieve e probabilmente anche una parte dei maschi.  Valdés aveva questa capacità straordinaria di attrazione, senza fare alcuno sforzo, chissà, magari senza nemmeno volerlo. Lena comunque ce la fece, per un certo tempo ebbe una relazione con il professore. Per lui era un’avventura come tante, ma per lei doveva essere una cosa importante. Non si può nemmeno dire che Valdés l’abbia piantata, alla fine, perché quando stava con lei comunque ne aveva anche altre. Quando lui la lasciò, Lena ebbe un violentissimo esaurimento nervoso, abbandonò l’università, proprio a metà dell’esame di civile, e a quanto ne so rimase qualche mese in cura in un ospedale psichiatrico. E ora, dopo tanti anni, eccola qui a lavorare come ascensorista nel palazzo di lui: che non se la ricorda nemmeno, mi creda. Lo conosco come le mie tasche, sono anni che faccio le pulizie nel suo appartamento».

Detto questo, la signora si avviò giù per le scale, a mala pena salutandomi, evidentemente soddisfatta di aver svolto con efficienza il suo mestiere di pettegola. Per parte mia, la seguii con lo sguardo carico di antipatia. A questo punto devo confessare, credo, che ciò che mi colpì davvero non fu tanto quella storia in sé medesima, quanto la mia propria reazione: Lena aveva perso ai miei occhi molto di quell’alone surreale di lettrice rinchiusa in una scatola in periodico moto ascensionale. Non era più un’adoratrice del libro confinata lì dalla crudeltà della crisi economica, bensì una banale ex-ragazza scaricata dal suo amante e passata attraverso una fase di quasi follia, per finire poi a lavorare come operatrice dell’ascensore a un passo dall’appartamento di lui: non so se per un puro scherzo del caso o se lei avesse cercato quel posto di proposito. Probabilmente lo conosceva bene, perché doveva essere stato lì che i due erano soliti incontrarsi.

Ero deluso. Mi sentivo tradito dalla storia semplice e un po’ intellettualistica che mi ero costruito in quei mesi, come faccio sempre, del resto. E forse in fondo ero anche ingelosito dall’aver scoperto che non ero certo io la persona la cui apparizione Lena attendeva con più ansia nel vano delle porte scorrevoli, giorno per giorno.

Feci a meno per qualche tempo delle mie abituali visite a Renzo e quando infine tornai presi l’abitudine di imboccare le scale, che fino a quel momento mi avevano sempre ispirato un vago senso di repulsione, quasi un timore inspiegabile. In una di queste occasioni mi capitò di passare davanti alla porta dell’ascensore (era il terzo piano) e di trovarla aperta. Era evidentemente una giornata di black-out. Non potei evitare di dare un’occhiata fuggevole all’interno, naturalmente senza rallentare il passo, o almeno credetti coscientemente di non farlo. Lena stava seduta con la testa tra le palme delle mani, in direzione dell’apertura, e guardava verso il cielo. Si accorse del mio passaggio e mi sorrise, salutandomi con un semplice cenno. Probabilmente pensava che non ero potuto tornare all’edificio fino ad allora, per qualche ragione di lavoro o perché mi trovassi in viaggio, e che quella sera fossi stato semplicemente costretto a salire a piedi dalla mancanza di corrente.

Feci anche in tempo a rendermi conto, nonostante il buio, che non aveva nessun libro in grembo. Li aveva terminati tutti e non guadagnava abbastanza per potersene permettere di nuovi? Comunque fosse, provai un sentimento di pena misto a qualcosa di simile al senso di colpa e decisi che non mi sarei più comportato in una maniera tanto infantile. Per cominciare, l’indomani le regalai La fuggitiva.

La dedica questa volta fu futile e ingiusta: il fuggitivo semmai ero stato io, e invece le scrissi: «A Lena, che non fuggirà più». Sorrise un po’ triste.


 


 

Circa un mese dopo i fatti che ho appena raccontato, il dipartimento di protezione civile lanciò un allarme generale per l’approssimarsi di un poderoso fronte ciclonico tropicale. Stavo leggendo in giardino con la radio accesa sulla terrazza alle mie spalle quando ascoltai il messaggio. Come tutti gli abitanti della capitale, passai il resto della giornata a predisporre quante più difese possibili per proteggere la casa e le suppellettili. Bloccai i vetri delle finestre con nastro isolante messo ad X, raccolsi i mobili al centro delle stanze, dopo aver tolto i quadri dalle pareti e aver messo i soprammobili al sicuro dentro scatole di cartone.



Alle cinque del pomeriggio l’uragano si abbatté furiosamente sul centro abitato. Rimase sulle nostre teste per tutta la sera e buona parte della notte, con effetti devastanti. Al risveglio (se così può definirsi il levarsi da un letto in cui si è rimasti coricati tutto il tempo al buio e senza poter chiudere occhio, vegliando come una delle tante sentinelle disseminate nella città e alzandosi di ora in ora per spiare il fischio orrido del vento al di là delle finestre) mi sentii singolarmente felice di essere ancora vivo, quasi provassi ora un certo orgoglio per esser passato attraverso quell’esperienza, o per meglio dire, attraverso quella prova.

Poi, improvvisamente mi venne in mente Lena, e pensai con orrore a quello che poteva esserle accaduto dalle cinque del giorno prima, con il black-out e il ciclone che di certo l’aveva raggiunta trovandola intrappolata nella sua cabina, e mai come in quell’attimo questa mi sembrò così piccola, addirittura minuscola dentro il suo pozzo, come un proiettile nel cavo scanalato della canna di un fucile. La vidi stramazzata sul pavimento dell’ascensore sballottato e caduto obliquamente a metà del cunicolo, le lamiere della porta piegate su se stesse fino a renderla ormai inservibile, l’aria che si faceva ogni minuto più rarefatta, in quell’orcio di buio compresso, stagnante.

Uscii di corsa e attraversai la città in un mattino spettrale, con i cadaveri delle palme e delle ceibe deposti a sghimbescio sui viali come traversine abbandonate di una ferrovia urbana, e che ostruivano del tutto gli incroci delle stradine più anguste. Salii in fretta le scale, cercando ad ogni pianerottolo quell’altra e più macabra carcassa, quella dell’ascensore, finché la vidi all’ottavo piano, effettivamente scardinata e piegata a metà come una lattina di birra accartocciata, un buco polveroso e cosparso di calcinacci. Però vuoto.

Mi accorsi che stava salendo qualcuno, una signora con le braccia ingombre di buste di plastica e pacchetti. Mi offrii di darle una mano e le chiesi notizie di Lena, sempre con in testa quei presagi di catastrofe.

«Ma chi, la signorina dell’ascensore? No, non si preoccupi, figuriamoci se la potevamo lasciare lì dentro quella specie di trappola. Si è messa in salvo subito, appena è cominciato il ciclone. Era ancora pomeriggio, poco dopo le cinque. Siccome non era nemmeno il caso di andarsene in giro per strada con quel po’ po’ di burrasca, si è rifugiata in un appartamento. Di certo ha passato la notte lì. Noi, piuttosto, con tutti i problemi che già avevamo nel palazzo, adesso ci ritroviamo anche senza l’ascensore. Dio solo sa quando ce lo ripareranno».

E fece il gesto di riprendere il cammino, sbuffando ancora per il peso delle sporte e forse anche per la prospettiva di un lungo periodo senza la comodità dell’ascensore. La fermai per chiederle ancora un’informazione.

«Sa dirmi per caso in quale appartamento è rimasta la signorina Lena?».

«Mi sembra al sesto piano, dal professor Valdés, che si è gentilmente offerto di ospitarla, ma non ne sono sicura. Perché non bussa lì, così può controllare direttamente?», concluse, guardandomi adesso con sospetto, chiedendosi evidentemente perché mi interessassi tanto alla sorte di quell’anonima donnetta. Ero forse della polizia? C’era qualcosa che non andava?

Io invece ridiscesi con studiata lentezza, sentendomi ora più leggero, sgravato di un senso di colpa che, per non avere alcun fondamento logico, non era stato per questo meno angosciante.

Davanti all’appartamento numero sessantuno mi fermai per qualche istante, ma non ne proveniva alcun rumore. Sperai forse che la porta dell’insigne giureconsulto si spalancasse proprio mentre ero lì di fronte e che potessi vedere uscire i due, magari lui con il braccio attorno alle spalle di lei, sorridendomi un po’ malinconici, con gli occhi lucidi dopo un discorso ripreso a distanza di tanti anni. Naturalmente le probabilità che ciò accadesse proprio in quel momento erano assai scarse – e infatti non avvenne nulla.

 

 

Che finissero per sposarsi, questo sì, lo avevo previsto, e quando me lo raccontarono non feci alcuna fatica a crederlo, né mi stupii affatto. Semmai dovetti provare una punta di risentimento per non essere stato invitato. Anzi, mi avevano del tutto dimenticato perfino nella lista delle partecipazioni. Quello che ancora non ho capito è quanto vi fosse di spontaneo ovvero di calcolato in tutto il comportamento della mite, slavata ascensorista, e se non fosse possibile che avesse organizzato tutto fin dal principio, fin da quando aveva cercato lavoro in quell’edificio.

Quanto a me, rimasi con Il tempo ritrovato, che avevo già comprato per regalarglielo, per alcuni mesi immobile sul mio tavolo, finché decisi di liberarmene inviandoglielo all’appartamento sessantuno, come un tardivo e inconsueto regalo di nozze. «Non è mai troppo tardi perché Gilberte ritrovi il suo Marcel», fu la dedica.

Ma non per questo smise di mancarmi, per un bel pezzo, la muta compagnia della lettrice appollaiata su uno sgabello scomodo, privo di grazia.

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