Marketing e conformismo

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Marketing e conformismo

Messaggio Da Rom il Sab 28 Set 2013, 07:06

Leggendo il titolo del post, sono certo che alcuni dei miei amici ha già capito di cosa si tratta: ebbene sì, del "caso Barilla", l'imprenditore pastaio che ha dichiarato di non voler fare spot pubblicitari che hanno come protagonisti i gay.
Barilla ha anche spiegato che considera la famiglia secondo l'ottica tradizionale, cioè eterosessuale.
Le reazioni sono state molto accese, in molti casi scandalizzate, sia per la "scorrettezza politica" di queste parole, sia per la scarsa lungimiranza commerciale. Chi lo ha difeso ha parlato di libertà di opinione.

Partiamo proprio da questo, cioè la libertà di opinione. Giusto, la libertà vale per tutti: per Barilla, che ha il diritto di dire come la pensa sulla famiglia, e per coloro che non sono d'accordo con lui. Quando le opinioni sono diverse, è probabile che ne venga fuori una polemica, non c'è niente di cui scandalizzarsi. Che la polemica, dunque, faccia il suo corso: rimane solo da vederne i toni e gli argomenti usati.
A me sembra che gli argomenti usati dai critici più accesi siano sbagliati, o più precisamente siano un appello all'ipocrisia: si sa benissimo che il concetto di "famiglia tradizionale" è, tautologicamente, prevalente nell'opinione pubblica, ma si chiede insomma di non dirlo, cioè si pretende di combattere il conformismo con un conformismo uguale e contrario.

E qui andiamo direttamente nell'ambito del "politically correct", e del suo opposto.
Io francamente rifiuto di sentirmi chiamato a scegliere tra i due conformismi: la questione dell'omosessualità non la vedo connessa con quella della "famiglia", o meglio, l'unica connessione che vedo è data dalla sindrome cattolica, che vuole ad ogni costo legare la sessualità al matrimonio.
Di conseguenza, la battaglia per il riconoscimento della famiglia gay è, oggettivamente, una richiesta di inclusione in un sistema di valori conformistici e illiberali.

Dunque, viene opportunamente ad hoc parlare del marketing basato su questo conformismo: la famigliola linda e pinta del Mulino Bianco (Barlilla), che nei decenni scorsi i "politicamente corretti", i trasgressivi, i critici che s'ispiravano alla libertà delle coscienze del gusto, hanno bombardato di feroci ironie (tutte pienamente giustificate), adesso chiedono di esserne attori?

In tutto questo, si perde di vista il vero protagonista di tutta la faccenda: il marketing, appunto, che utilizza e manipola le nostre reazioni.
Vera e unica anima ideologica del consumismo, e di un'economia basata sui consumi, il marketing disegna e rappresenta un mondo falsamente tollerante e altrettanto falsamente inclusivo, per puro calcolo di audience: gruppi di bambini schiamazzanti, protesi verso un gelato, in cui la dose di visetti neri e di occhietti a mandorla è accuratamente calcolata; dialetti, abbigliamento, segni di appartenenza, mestieri e pensieri, tutti studiati e propinati col contagocce millimetrico per colpire una o l'altra coppia di neuroni consumistici, come si fa con i topi di laboratorio.
Il signor Barilla, pessimo uomo marketing, ha parlato con sincerità e ha rotto le regole, che come imprenditore lo avrebbero voluto ipocritamente accorto: l'unico trasgressore, moderatamente libertario, è lui, alla fine.
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