L'espressione artistica

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L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 12:43 pm

Nel buttare giù il mio ultimo raccontino, ma anche nel leggere i commenti ricevuti o nell'osservare i dipinti di Einrix, mi è venuto da chiedermi quali siano i canoni, i binari entro cui si colloca un'espressione artistica, e quali me siano gli elementi fondamentali.
Immagino che esisteranno decine di testi che trattano l'argomento, ma per abitudine mentale invece che scegliere il metodo deduttivo, passando dal mondo delle idee a quello della realtà, preferisco fare il cammino inverso. Ossia, trarre da minime esperienze personali considerazioni che possano valere in assoluto.

E dunque mi sono detto: cosa distingue una lista della spesa o il foglietto illustativo dell'aspirina da una poesia, da un racconto, e quindi da un'espressione artistica?
Beh, se pensiamo a certe espressioni quali la celeberrima opera di Piero Manzoni o i tagli di Fontana, che si tratti di opere d'arte lo decide la valutazione più o meno concorde della critica e del pubblico, non c'è oggettività che tenga.
Se vogliamo restare nel tradizionale, direi che in un racconto o in un dipinto, che siano o meno "opere d'arte", si distinguono una forma ed un contenuto. Ovviamente la pittura si presta di più all'espressione della forma, ossia della bellezza intrinseca del soggetto rappresentato, ma non solo. Ad esempio una sedia, pur se di Van Gogh, rimane una sedia. Mentre l'Urlo di Munch, che per stile si avvicina assai all'olandese, ha anche un indubbio valore contenutistico, esprimendo l'angoscia dell'esistenza, la follia o quant'altro.
Nel racconto invece, ma forse non solo lì, forma e contenuto si intersecano. Il contenuto emerge dalla forma, ma a sua volta la condiziona. Al limite, come ho osservato per la pittura, uno dei due elementi prevale al punto di oscurare l'altro. Si pensi ad esempio a G.B. Marino, "chi non sa far stupir vada alla striglia", o a Boileau, per i quali la forma poteva benissimo sostituire la sostanza, o anzi "la forma è sostanza".

Come si deve comportare dunque chi viene colto dal tocco delle Muse, o meglio dall'insana smania di voler raccontare qualcosa a qualcuno?
Mi sono subito reso conto che occorre innanzitutto avere uno stile leggibile ed esprimere un qualche concetto più o meno interessante. Altrimenti si torna alla lista della spesa. Occorre anche che vi sia un qualche soffio di poesia, concetto che sento ma non saprei meglio definire. Categorie che comunque rientrano nella distinzione fra forma e contenuto di cui sopra.
Ovviamente per riuscire nell'intento occorre esserne capaci, ed è lì il primo problema. Ho notato però che mentre alcuni hanno il dono di saper rendere poetici e densi di contenuto i propri scritti, e qui nel forum ne abbiamo ottimi esempi, a me riusciva difficile arricchire artificialmente quanto descrivevo nel tentativo di abbellirlo. Il risultato era quello di certi retori della politica, capaci di eleganti acrobazie sul filo del nulla, o di certi comici che pensano di far ridere ridendo esageratamente loro stessi delle proprie battute.
Proprio questo ultimo esempio mi ha confortato: il vero comico non ride mai. Si pensi a Buster Keaton, a Jacques Tati, e soprattutto a Chaplin, capace di far ridere o piangere senza muovere un muscolo del viso. E si pensi anche all'ambiente filmico in cui si muoveva: fondali di cartone, storie minimali, abiti stracciati, espedienti scenici rudimentali... Eppure, capace di esprimere slanci lirici indimenticabili. L'emozione lì nasce dalla situazione, e non dalla battuta o dalle smorfie del protagonista.

Il narratore dilettante dunque, per analogia, non dovrebbe compiacersi e rotolarsi nelle proprie parole per tentare di rendere poetico o profondo il proprio lavoro. Se poesia e profondità ci sono, devono emergere con le proprie forze. L'autore deve limitarsi a mettere giù i propri mattoncini come uno zelante muratore. Se poi dal suo lavoro nascerà Notre Dame de Paris, bene. Se invece il risultato si rivelerà simile alla cuccia del cane, almeno non si potrà dire che era un presuntuoso.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Ven Gen 17, 2014 3:57 pm

Io credo che l’opera d’arte sia soprattutto la dimostrazione di un’emozione. Qualcuno sostiene che un dipinto sia invece semplicemente la realizzazione di un’idea e io non sono assolutamente d’accordo: puoi avere un’idea, che chiameremo una trama, per un racconto ma per un dipinto l’idea non è così importante. Un racconto è la realizzazione di un’idea, tu pensi di voler scrivere un racconto d’amore, immagini una trama e su questa costruisci il tuo racconto. Come poi lo scriverai distinguerà la bella realizzazione dal foglio di istruzioni della lavastoviglie. Anche una scultura è la realizzazione di un’idea: non puoi avvicinarti a un blocco di marmo senza VEDERE prima quello che vorrai portare alla luce, liberare “quella” forma dal marmo inutile. Per un dipinto la cosa cambia: tu puoi anche pensare di voler dipingere un paesaggio ma mentre lo dipingi la luce cambia tono, i colori che usi miscelandoli assumono un volto nuovo e allora tu segui il “momento” senza nemmeno pensare, quasi istintivamente. Un’opera d’arte pittorica è questo: l’emozione del momento, lo stato d’animo del momento messi su una tela attraverso l’uso del colore.
Chagall, per citare un nome, ha dichiarato una volta che lui immagina l’opera che sortirà dal suo lavoro e che dopo averla immaginata la mano si muove sulla tela come telecomandata. Chagall scrive poesie con i colori,e non credo pensi prima a quello che andrà a fare, Picasso esprimeva forza fisica, eros, per farlo aveva bisogno di sentire materialmente il soggetto, Mirò sognava ed ecco che cercava le sue opere nel cuore.
Nessuna scienza è mai riuscita a definire l’Arte, solo la filosofia c’ha provato, ma senza grande successo. Perché l’opera d’Arte a differenza dell’artigianato non ha mai una sua utilità, ma non ha nemmeno motivazione e ancor meno ideologia da dimostrare. L’opera d’arte non serve a niente, se proprio vogliamo approfondire la questione: che tu abbia in casa un Mondrian o no, la tua vita non cambierà di una virgola. Cambia qualcosa nel tuo animo quando leggi un racconto che ti coinvolge, e ancora di più può cambiare ascoltando un brano di musica classica ma con un dipinto di un artista anche celeberrimo, dopo averlo visto venti volte appeso nel tuo salotto, questo non succede perché quell’opera è diventata parte della quotidianità. La musica no, io posso ascoltare cento volte Finlandia di Sibelius o l’Adagetto di Mahler e commuovermi più o meno ogni volta.


Ricordo il giorno al mare, ero a Le Castella in Calabria, e siccome la vita di spiaggia mi annoia me ne stavo appartato sotto una pianta con nelle mani “Un Uomo di Oriana Fallaci”, e ricordo benissimo che leggendo piangevo e ridevo, a seconda di quel che leggevo, e questo sta certamente a significare che la Fallaci, con le sue parole, era riuscita muovere la mia emozione. Questo basterebbe per dire che Un Uomo della Fallaci è un’opera d’arte? Non lo so, perchè non so bene cosa significhi, alla fin fine "opera d'arte",  però so che molte persone hanno pianto davanti a una tela nera di Rothchko, quindi una tela tutta nera di questo straordinario artista devo considerarla un’opera d’arte? C’è un bellissimo libro di James Elkins dal titolo “Uomini e lacrime- Storie di gente che ha pianto davanti a un quadro”, che parla di persone commosse davanti a opere che magari anch’io ho visto senza arrivare a commuovermi. Perà quando sono andato a San Sepolcro e nel Museo Civico ho visto la Resurrezione di Piero della Francesca io mi sono davvero commosso mentre mia moglie assolutamente no: E questo cosa vuol dire, forse che l'opera di Piero è una vera opera d’arte e il Campo di Grano di Van Gogh no, visto che davanti a quello stupendo dipinto io non mi sono commosso?

La verità è nell’animo umano, quindi non tanto nelle opere d’arte o supposte tali. E nel particoilare momento in cui ti trovi ad affrontare un'opera d'arte, o a leggere un racconto, una poesia.  
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 4:08 pm

Le Castella... vicino a Casarossa, e al castello di Brancaleone... Mi hai riaperto un libro.

Comunque. La tua chiusa mi pare contraddire alcuni passi del tuo sentito intervento, ma in fondo ne è la conclusione più compiuta. La bellezza di un'opera d'arte, o se vogliamo ridimensionare, di un'espressione artistica, non dipende a mio avviso dal fatto che sia un racconto, un quadro, una scultura o una musica. Tutto risiede nel mistero dell'animo umano, della sua capacità di riconoscere in quel lavoro emozioni che ha già dentro, o che quell'opera miracolosamente riesce a creare. E che tutto ciò sia filtrato da un'estrema soggettività, direi per paradosso che è l'unica oggettività che è possibile definire.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Ven Gen 17, 2014 5:21 pm

Quello che poni è un rompicapo, è un po come chiedere: cosa è la vita. Se uno sapesse rispondere a quella domanda, implicitamente risponderebbe anche alla tua: cos'è l'espressione artistica.
Chi esercita un’attività per la produzione di beni, tramite il lavoro manuale e intellettuale proprio, è un artigiano, e tra gli artigiani spiccano gli artisti. Un musicista, un cantante, sono artisti nella pienezza del termine, se si elevano dalla massa dei musicisti e dei cantanti, per capacità e virtuosismo. Anche gli scienziati, come gli artisti, spiccano dal novero della multiforme massa di chi lavora “con il libri sotto al braccio”. Spesso è una intuizione portata alle estreme conseguenze, o una abilità insuperata, ciò che fa la differenza. Quindi, dal mio punto di vista, artista è chi crea in qualunque modo o esegue qualche cosa in modo perfetto. Insomma, basta scrivere poesie per essere poeta, o dipingere per essere un pittore, oppure scrivere per essere un letterato, ma per essere un artista occorre eccellere nella pittura come in tutte le altre arti, ed aggiungerei, i mestieri. Fontana può essere famoso per il suo taglio della tela, ma se lo si vede come figlio di uno scultore, e lo si segue in tutto il suo sviluppo, alla ricerca di una forma espressiva, tra la pittura, la ceramica, le fusioni, ci si può fare l'idea che per tutta la vita sia stato alla ricerca di un canone che lui definirà spazialista. Credo che lui sia più importante per la storia dell'arte che non per le opere che ne sono la testimonianza. Una Dafne di Tiziano non è paragonabile ad un taglio della tela del Fontana, e se si perdesse la sua storia ( del Fontana) e si ritrovasse nel futuro la sua tela tagliata, non sarebbe come ritrovare il quadro di Tiziano, che avrebbe un valore estetico in se, che non necessiterebbe di congetture sulle vicende della storia dell'arte. Dei Bronzi di Riace, non conosciamo l'autore, eppure è diffusa e condivisa l'idea che si tratti di autentiche opere d'arte. Pur conoscendo gli antefatti, e considerando l'effetto del mercato dell'arte, credo che oggi siano in tanti a non considerare opera d'arte la tela tagliata del Fontana, pur sapendo che quella ha un suo rispettabile valore commerciale, come le nature morte del Modigliani che viaggiano tra i trecento e i seicentomila euro.
 
 
 
Veniamo a noi, del perché dipingiamo o scriviamo. Dipingo perché mi piace usare quella tecnica espressiva, e l'oggetto dell'espressione è tutto ciò che mi circonda. Per oggetto non possiamo cadere nel tranello che si tratti solo di mero contenuto materiale. Dietro c'è la cultura dell'oggetto che sta dentro di noi e che si può riflettere in un diffuso comune sentire. Se per anni ho smesso di dipingere, è stato perché era caduto il desiderio di dare espressione pittorica ad alcuni aspetti della vita. Si sarà trattato anche di priorità, del lavoro che mi assorbiva tutte le energie, ma credo che si trattasse anche della sfiducia nel mezzo pittorico come strumento del racconto che volevo fare. Basta andare ad una mostra collettiva, quella che nasce da donazioni di artisti per qualche associazione di volontariato; si vede una tale quantità di tecniche che confondono. Anche le gallerie d'arte moderna sgomentano, per una raffigurazione senza storia, accompagnata, in genere, da una tecnica molto scadente o quanto meno discutibile. Eppure, nonostante tutto, mi sono riaffacciato alla pittura, quasi sicuramente per capire meglio ciò che stava uscendo sempre di più dalla mia concezione dell'arte. L'immagine, i paesaggi urbani, le nature morte, sono cose che sento in un certo qual modo di poter dominare, mentre sono molto spaesato sugli esterni, col verde e le montagne, forse per quella ricchezza di contenuti che deve finire nella pennellata sparendo definitivamente.
Per questa ragione, cercherò di studiare gli esterni di Morandi e di qualche altro pittore, proprio per comprendere cosa fosse essenziale nel loro racconto, anche se non va mai dimenticato che nell'arte è sempre importante l'approccio specifico che differenza un artista da tutti gli altri.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 5:40 pm

Se dovessi paragonare il mestiere del raccontare con quello del dipingere, per quanto riguarda la mia modestissima esperienza direi che il racconto, dovendosi necessariamente svolgere pagina dopo pagina, somiglia ad un mosaico, il cui valore si apprezza solo guardando l'insieme da una certa distanza. Mentre il quadro lo si può valutare subito già da una sola occhiata.
Ed in effetti, l'analogia si adatta a quella che ho fatto sopra, dei mattoncini che formano la cattedrale, o viceversa la cuccia del cane.

la similitudine fra pittura e narrativa regge invece nella fase dell'esecuzione, in cui ad ogni frase del racconto corrisponde la pennellata del pittore. La qualità può risiedere in ogni singola pennellata, e allora è Raffaello, o nell'insieme, e allora è Van Gogh o Picasso.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Adam il Ven Gen 17, 2014 7:01 pm

Credo che per semplificare il discorso e dare un contributo ai dubbi di Arzak, sia necessario distinguere tra Arte e sue espressioni. Infatti mentre per la prima le definizioni, come perimetrazione del concetto, sono pressoché impossibili, limitandosi al massimo al convenire che l'universalità di giudizio estetico su di una qualsiasi opera artistica è una delle caratteristiche essenziali, per le sue espressioni sia visive che di comunicazione è più facile.

E non per tutte le manifestazioni della creatività umana con pretese artistiche i parametri sono gli stessi. Per la poesia, ad esempio, se uno si rifà alle sue origini - la poesia lirica, non può che convenire che la metrica ossia il ritmo nascente dal susseguirsi armonico di sillabe e accenti, sia uno dei parametri che definiscono la funzione poetica del linguaggio, così come il canto degli antichi poeti accompagnati dal suono della lira. Ma, nel contempo, non si può negare che anche al di fuori delle regole convenzionali in letteratura non si possa avere fulgidi esempi di poesia in prosa.

Quando si legge lentamente, come il ritmo dei remi che si tuffano in acqua, l'Addio ai monti sorgenti dall'acque c'è il generale consenso nel giudicare quelle righe manzoniane pura poesia, molto più, secondo me, di quanta ce ne sia in componimenti poetici anche dello stesso autore, illustranti cose del mondo.

Quindi a mio parere è poesia tutto ciò che induce nel lettore o uditore le sensazioni che l'animo del poeta aveva nel momento della creazione dell'opera, esattamente come nelle arti visive, grafiche o pittoriche o scultoree - ma anche architettoniche - è la sensazione dell'osservatore che stabilisce se il trasferimento di emozioni dell'autore è effettivamente avvenuto. Ovviamente le stesse considerazioni valgono per tutte le altre manifestazioni artistiche, alcune delle quali raggiungono più facilmente, per loro natura, il cuore di chi ne gode, mentre per altre il godimento è raggiunto solo attraverso una preparazione culturale, senza la quale spesso il giudizio è l'esatto opposto dell'apprezzamento. 

Un discorso a parte merita lo spettacolo, quella multiforme rappresentazione artistica alla quale contribuiscono spesso molte specialità e che forse, tra tutte è quella che che un questa società dominata dalla TV e dalle radio, raccoglie il maggior successo.

Caro Arzak, non so dire se il tuo racconto (incompleto) ha squarci o brandelli poetici, ma certamente ha il ritmo dello spettacolo. Infatti il racconto dipanato in prevalenti dialoghi, è sceneggiatura pronta per diventare sia una soap opera, sia un capolavoro cinematografico; dipenderebbe, naturalmente dal talento del regista e dalla capacità degli attori. Ma devi aggiungere quel quid di patos che al momento latita e senza il quale Cireno non si arrapperà mai.  
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Ven Gen 17, 2014 7:37 pm

Arzak, avrò scritto diecimila pagine solo negli ultimi anni, senza mai aver scritto un racconto. E lo stesso vale per la professione: ho scritto centinaia di relazioni, documenti, ma mai una storia. Non sono portato a scrivere storie, anche perché non me ne sono mai occupato. Vi è chi è naturalmente portato a ideare una serie eventi da rappresentare come in una scena, e a tesserne gli intrecci. Dovrei studiarlo a tavolino, a cominciare dalla finalità dell'opera (divulgativa, di evasione, riflessiva sui temi dei sentimenti e dei costumi), per poi scegliere protagonisti e storie emblematiche da intrecciare con le giuste precessioni e i tempi dell'opera letteraria.

E avrei dovuto anche leggere molti romanzi, per acquisire quella familiarità che non ho, dato che ho sempre preferito saggi di altro genere.

Per la pittura, il mio allenamento e la mia familiarità è maggiore, ed anche il ventaglio dei temi che ho trattato in passato, mi ha permesso di sondare le diverse possibilità di espressione in quel campo.

La poesia è dipingere con le parole, la scena di una commedia è l'immagine del racconto a cui si riferisce, come l'attore è il personaggio del testo. Mai come oggi col fumetto tutto è stato messo assieme: disegno-pittura, commedia e racconto, ma anche il cinema ne è una sintesi. Le similitudini nascono e si nascondono nell'intreccio, in un mondo dove la comunicazione sta divenendo sempre più complessa.


Anni fa. in un altro contesto, scrivevo:
- (...) Quando uno strumento come l’intelletto può essere usato in piena libertà non genera solo fatti concreti, ma anche sogni emblematici come possono esserlo le religioni, le ideologie, la stessa arte e la poesia.
- (...) Lasciamo all’arte ed alla poesia, per le rappresentazioni, anche le più astratte, la massima libertà espressiva con lo scopo di salvaguardare un principio di prudenza verso l’emersione di nuove possibili verità o di critica e riflessione sui guasti che talune forme di pensiero hanno di fatto prodotto.
- (...) Ma da essi (i principi che possono essere organizzati ed ordinati nel piano generale della scienza.) ne può derivare anche l’arte, come ne fosse un compendio razionale e talvolta un superamento dello stesso sapere, non necessariamente aderente a quegli stessi principi distinti, allo stesso modo in cui devono invece essere presenti nelle scienze.

Per concludere: un discorso molto complesso e difficile da inquadrare, proprio come il senso della nostra esistenza.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 8:40 pm

Davvero interessanti i tre ultimi concetti. Ed in particolare il secondo. Ma non finalizzerei l'insorgere di nuove verità e di elementi di riflessione alla sola critica ai guasti di certe forme di pensiero, concetto che mi pare restrittivo. Anzi capovolgerei il discorso: la libertà dell'arte permette di liberare energie che la sola razionalità non è in grado di esprimere, e che possono contribuire ad allargare la sfera della nostra mente a realtà prima non considerate, a nuovi mondi. Si pensi a cosa è stato nella pittura Dalì, e se vogliamo anche De Chirico.

L'art pour l'art? NO. L'esperienza artistica distorce la realtà, ma proprio per questo ne mette in luce aspetti che un occhio solo razionale non scoprirebbe mai. E ciò non è solo gradevole, ma è UTILE. Non a caso i regimi autoritari consideravano degenerata l'arte che proponeva schemi deformati della realtà. Il popolo non deve lasciarsi andare a pericolose fantasie, quali immaginare un mondo diverso.

E' il discorso che faccio quando mi capita di parlare della fantascienza, il genere che più amo. Vedere o immaginare la realtà da altri punti di vista non è solo divertente, ma anche pedagogico...

Tornando a bomba, ho anch'io un'esperienza simile a quella di Einrix, con cui scopro punti di contatto ogni giorno. Ho fatto il disegnatore, e per un certo periodo ho anche dipinto, sempre da dilettante, anche se non con grandi risultati estetici. E ho scritto una quantità di pagine, ma solo di carattere tecnico. E quello stile piatto piatto mi è rimasto: periodi brevi, concetti semplici, nessun volo pindarico ed una tendenza didascalica insopprimibile, come se dovessi sempre spiegare qualcosa, invece di descriverla.  
Ma, come dicevo sopra, forse lo stile è secondario, se il mosaico complessivo alla fine compone qualcosa di espressivo. Il ché non è affatto detto, ma perlomeno ci si prova. E poi, quando non si scrive per la pagnotta, il piacere in fondo è quello di esprimersi, più che il risultato. Proprio come quando si viaggia, dove la meta è a volta solo una scusa per giustificare il piacere del viaggiare.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 9:04 pm

Adam ha scritto:Caro Arzak, non so dire se il tuo racconto (incompleto) ha squarci o brandelli poetici, ma certamente ha il ritmo dello spettacolo. Infatti il racconto dipanato in prevalenti dialoghi, è sceneggiatura pronta per diventare sia una soap opera, sia un capolavoro cinematografico; dipenderebbe, naturalmente dal talento del regista e dalla capacità degli attori. Ma devi aggiungere quel quid di patos che al momento latita e senza il quale Cireno non si arrapperà mai.  
Se aggiungere pathos significa chiù pilu pe' tutti, potrei anche concordare. Il fatto è che occorre tenere conto delle diverse sensibilità (qui c'è anche qualcuna che si disturba per un bacio, figurarsi). E' il discorso dell'utente medio, concetto che è stato considerato come una mia estemporanea stravaganza, ma che è il sale della buona educazione.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Ven Gen 17, 2014 9:14 pm

"Anzi capovolgerei il discorso: la libertà dell'arte permette di liberare energie che la sola razionalità non è in grado di esprimere, e che possono contribuire ad allargare la sfera della nostra mente a realtà prima non considerate, a nuovi mondi. Si pensi a cosa è stato nella pittura Dalì, e se vogliamo anche De Chirico"

Concordo. In fondo, in fisica o in filosofia si chiama metafisica, ma nel caso della pittura, può essere arte quando si vada oltre la rappresentazione fotorealistica della realtà, salvo che quella stessa foto non abbia in se il contenuto del surrealismo o di altra espressione difficile da definire.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Ven Gen 17, 2014 9:54 pm

Beh, anche la fotografia, pur se per molti versi la si considera un rappresentazione oggettiva, è anch'essa una deformazione della realtà. A volte addirittura una falsificazione... O una reinterpretazione artistica, a volte senza nemmeno ricorrere a trucchi o alterazioni cromatiche.
Ma già il fatto che fissiamo in uno scatto una situazione in divenire fa sì che quella foto qualche secondo dopo non rappresenti più la realtà, ma solamente una raffigurazione storica e deformata di una porzione di essa.
C'è poi il discorso che l'atto stesso del fotografare, come accade quando inserisco l'amperometro nel circuito, modifica in qualche modo la realtà che intende rappresentare. A maggior ragione tutto ciò vale per la pittura... discorso lungo e interessante...
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Rom il Sab Gen 18, 2014 1:17 am

Arzak ha scritto:Nel buttare giù il mio ultimo raccontino, ma anche nel leggere i commenti ricevuti o nell'osservare i dipinti di Einrix, mi è venuto da chiedermi quali siano i canoni, i binari entro cui si colloca un'espressione artistica, e quali me siano gli elementi fondamentali.

Vaste programme, monsieur Arzak.
Ho letto i vari interventi degli amici e mi ci sono perso.
Di fronte a domande come questa, ci passano per la testa risposte che girano come in un caleidoscopio, e bene fanno a rimanere in quello stato: qualche volta l'unico modo di essere precisi è rimanere indeterminati.
Se proviamo a riprodurre il caleidoscopio in pagina, con una sequenza di parole, è probabile che il risultato confermi la necessità che a occuparsi di arte sia un artista, per evitare l'effetto di smarrimento, perché le immagini (o i concetti) che vorticano nella mente possono anche rimanere indeterminati, le parole no.

Trovo difficile affrontare il tema dell'arte, pensando alla pittura o alla musica, alle quali forse arrivo di riflesso, parlando e riflettendo invece sulla forma di comunicazione più attinente alla mia sensibilità, cioè la scrittura.
Tu chiedi, in sostanza, cosa sia arte e con quale criterio definiamo ciò che lo è e ciò che non lo è.
Una risposta mi è venuta immediata, leggendo già le prime righe del tuo post, e mi si è consolidata nel seguito dei vari interventi.
Arte è tutto ciò che cambia il nostro senso della vita, o il modo di vedere il mondo.

Nel formularla, so che è una definizione insufficiente, imprecisa: bisognerebbe dire "ciò che, creato da un autore umano...", ma qualcosa me lo sconsiglia, e conosco la ragione - la stessa per cui ho scritto "arte" e non "opera d'arte", che avrebbe evitato il problema alla radice. Inevitabilmente, infatti, rientra prima o poi nel discorso il concetto del "bello", il quale non è limitato alle opere umane, ma ricomprende anche gli spettacoli della natura, oltre che quella che mi permetto di considero l"eterogenesi degli effetti".

Una delle migliori vrtù di questa definizione è, secondo me, quella di mettere al posto che merita la questione del rapporto tra forma e contenuto, che ha un'interesse tecnico, ma non sostanziale.

Un'altra virtù della definizione è di mettere intrinsecamente in gioco, in un ruolo essenziale, l'identità, oltre che l'esistenza, dello "spettatore", del lettore, insomma di chi recepisce la comunicazione.
La relazione tra (opera d')"arte" e "spettatore" è estremamente complessa, articolata in innumerevoli variabili, e cercare dei punti fermi è coerentemente molto difficile, oscillando tra problematiche tecniche, culturali e psicologiche, o perfino (nel caso del "bello naturale") metafisiche: ho scelto, con questa definizione, il punto fermo dell'effetto, della conseguenza ultima, anche se col limite di essere assolutamente soggettiva.
Niente canoni, dunque. O almeno, un'estremizzazione soggettiva, che tende a mettere un freno alla ricerca risolutiva di un canone che, in un modo o nell'altro, rischia di essere limitante, creando forse tanti problemi quanti ne risolve.

Mi rendo conto, tuttavia, che la definizione sembra rendere la vita difficile a una quantià di opere - pur apprezzate, piacevoli,  splendidamente realizzate, interessanti - che non hanno quell'effetto, in realtà straordinario, di cambiare la visione del mondo o il senso della vita di chi in esse viene coinvolto.
In parte è vero: bisogna, secondo me, ridurre il campo di ciò che con troppa facilità consideriamo "arte", o meglio, essere tendenzialmente più restrittivi nel criterio, sia pure soggettivo, col quale ragioniamo sulla materia. Per esempio, recuperando la voglia e la capacità di distinguere l'immaginazione dalla fantasia, l'emozione dal sentimento, l'autobiografico dal soggettivo, appunto.

In parte, invece, è ingannevole: la profondità dell'effetto non dipende dalla grandezza, o dall'importanza, o dalle intenzioni, dalle pretese dell'opera. E nemmeno dalla possibilità di collocare l'opera in un contesto illustre, e ovviamente in una graduatoria di valore commerciale.
Anche se, ragionevolemente, qui è necessario riconoscere che esiste un problema.
Un'opera, una qualunque cosa che ciascuno ha il diritto di chiamare "arte", secondo la mia definizione, può tuttavia esserlo in base a un rapporto talmente soggettivo o ristretto a una partcolare linea di sensibilità, che risulta effettivamente difficile catalogarlo in una dimensione che possa essere universalmente riconosciuta, sia pure con tutte le eccezioni critiche del caso.
In genere, quando si prospetta un problema, si usa accennarne la soluzione.
Io non ho, automaticamente, questa esigenza: in questo caso, il problema esiste e rimane aperto.

Personalmnte, devo dire che sono per la "teoria del frammento", cioè quella che attribuisce un eventuale valore artistico anche a un frammento, ossia a un'opera completa o incompleta del quale non si conosce la provenienza, l'autore o altro.
E, come ho detto in altra occasione, considero "frammento" anche certi dettagli archeologici o certi oggetti, proprio in base a un loro valore che prescinde dalle intenzioni dell'autore: del resto, siamo abituati a vedere certe opere, appunto, d'arte nella loro versione bianco/giallastra, essenziale e marmorea, laddove in origine erano non solo colorate, ma ricoperte di avorio, legno, oro e altri materiali ornamentali.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Sab Gen 18, 2014 8:16 am

Arzak ha scritto:Davvero interessanti i tre ultimi concetti. Ed in particolare il secondo. Ma non finalizzerei l'insorgere di nuove verità e di elementi di riflessione alla sola critica ai guasti di certe forme di pensiero, concetto che mi pare restrittivo. Anzi capovolgerei il discorso: la libertà dell'arte permette di liberare energie che la sola razionalità non è in grado di esprimere, e che possono contribuire ad allargare la sfera della nostra mente a realtà prima non considerate, a nuovi mondi. Si pensi a cosa è stato nella pittura Dalì, e se vogliamo anche De Chirico.

L'art pour l'art? NO. L'esperienza artistica distorce la realtà, ma proprio per questo ne mette in luce aspetti che un occhio solo razionale non scoprirebbe mai. E ciò non è solo gradevole, ma è UTILE. Non a caso i regimi autoritari consideravano degenerata l'arte che proponeva schemi deformati della realtà. Il popolo non deve lasciarsi andare a pericolose fantasie, quali immaginare un mondo diverso.

E' il discorso che faccio quando mi capita di parlare della fantascienza, il genere che più amo. Vedere o immaginare la realtà da altri punti di vista non è solo divertente, ma anche pedagogico...

Tornando a bomba, ho anch'io un'esperienza simile a quella di Einrix, con cui scopro punti di contatto ogni giorno. Ho fatto il disegnatore, e per un certo periodo ho anche dipinto, sempre da dilettante, anche se non con grandi risultati estetici. E ho scritto una quantità di pagine, ma solo di carattere tecnico. E quello stile piatto piatto mi è rimasto: periodi brevi, concetti semplici, nessun volo pindarico ed una tendenza didascalica insopprimibile, come se dovessi sempre spiegare qualcosa, invece di descriverla.  
Ma, come dicevo sopra, forse lo stile è secondario, se il mosaico complessivo alla fine compone qualcosa di espressivo. Il ché non è affatto detto, ma perlomeno ci si prova. E poi, quando non si scrive per la pagnotta, il piacere in fondo è quello di esprimersi, più che il risultato. Proprio come quando si viaggia, dove la meta è a volta solo una scusa per giustificare il piacere del viaggiare.




Arte e razionalità sono situazioni antitetiche: l’arte è istinto, non è mai ragionamento. 
Ma a parte ciò vorrei soffermarmi su due particolari del post di Arzak, diciamo particolari “tecnici”.


Dalì è stato un ottimo artista mentre De Chirico è stato, limitatamente fino al 1918, grandissimo. Questo affermo non per la mia poca simpatia nei riguardi della pittura surrealista che trovo in molti casi estremamente facile da realizzare, ma proprio perché non la considero, salvo rarissimi casi come certe opere di Max Ernst, certe opere(poche) di Magritte, qualche opera di De Chirico, difficile da realizzare. Basta infatti avere una buona mano disegnativa e poi la distorsione classica che i surrealisti usano per esprimere la loro “extra-realtà” è normalmente facile da esprimere. Un surrealista che sta sopra ogni altro è, a mio giudizio, il fratello di De Chirico, Alberto Savinio, e qui infatti siamo nel campo della genialità, e un altro genio del surrealismo è Mirò, e non sono solo mie convinzioni.


Io ho fatto Brera, l’Accademia, e avevo (forse l’ho già scritto?) un professore che rispondeva al nome di Achille Funi, grande maestro, grande artista. Nel corso di una lezione dove si copiava a matita una natura morta o un nudo, non ricordo, lui che girava fra i tavoli, passando vicino al mio, guardò il mio disegno quasi finito e disse”tu hai una mano buonissima, ma l’Arte non viene dalla mano, che è solo un mezzo nemmeno così importante, e  nemmeno dalla testa, che nell’Arte non serve a niente: l’Arte è cuore ma soprattutto mistero”. Aveva ragione: un buon disegnatore potrebbe essere un buon falsario o un buon coipista, insomma un artigiano, ma essere artisti è roba diversa(ecco perchè guardo ai surrealisti alla dalì con sospetto...)


        



Periodi brevi quando si scrive. Periodi brevi, concetti semplici è stato lo stile che ha fatto esplodere l’arte americana nel mondo: Hemingway, Dos Passos, Faulkner, F.S:Fitzgerald(un pochino meno), perfino Steinbeck,  Richard Yates e altri, perfino Burroughs e oggi anche Philiph Roth, scrivono stile…servizio televisivo: immagini brevi, montaggio veloce, semplice, ve ne siete accorti? Si può gradire o no, ma questo è: io leggevo Hemingway, Fiesta per esempio, in tre ore. Capisco, grande C.E. Gadda, capisco che Manzoni ha fatto perfino della lirica in certe pagine, ma oggi gli aerei esistono, così come la televisione, i treni ad alta velicità: non ci son o più solo cavalli e diligenze…e per tornare al pathos erotico citato da Adam, non servono più due ore per spogliare una femmina ritrosa, oggi ci si sposa, cioè si va in chiesa alla funzione del matrimonio, addirittura senza portare mutande sotto l’abito bianco (nuova moda dal Brasile)…..cambiano i tempi, le mode, le nevrosi, quindi adeguarsi è normale, quindi amico Arzak, scrivere periodi brevi, semplici, senza arzigogoli, vuol dire scrivere bene. Fidati.


Mi scuso per gli errori di battitura, mi disturba rileggere quello che scrivo. Mi annoia.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Arzak il Sab Gen 18, 2014 9:52 am

Per quel poco che possono significare i miei giudizi da profano, considero De Chirico un grande innovatore, pur se nella scia del surrealismo "metafisico" di quegli anni, ma un pessimo esecutore. Chiunque abbia una minima nozione di prospettiva credo dovrebbe rabbrividire di fronte ad un quadro come questo:


Basta guardare la sommità degli gli archivolti o verificare la mancata convergenza di linee che dovrebbero invece convergere, per fremere di raccapriccio e per dedurne che il tizio non ha mai frequentato una lezione di disegno tecnico.
E non mi si dica che era un effetto voluto: l'intento perfezionista si vede, ma la perfezione è ben lontana. Basta guardare Escher per capire a quali ben superiori livelli si può collocare la deformazione prospettica della realtà.
Tutt'altro giudizio invece per la suggestione di opere del genere, che comunque rappresentano un punto di riferimento artistico imprescindibile.
PS: noto adesso il trenino ciuffetero sullo sfondo. Incommentabile.

Rom: sì, il programma era teoricamente vasto, ma come noterai dopo la domanda originaria su cos'è l'Arte mi sono subito ridimensionato andandone a titillare solo i mezzi attraverso i quasi si esprime, e cioé la forma e il contenuto. Scoprendo che questi si intrecciano, si sovrappongono, a volte si soffocano l'uno con l'altro.

Stile semplice senza arzigogoli. Nel mio caso non è una scelta, ma una necessità. Ma non è nemmeno detto che sia un pregio. Non è tuttavia nemmeno un difetto, se dalla prosa scarna poi alla fine emerge qualcosa. E' questa la sfida.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Sab Gen 18, 2014 10:16 am

Caro Rom apprezzo moltissimo quello che hai scritto, e per gran parte lo penso anche io. Voglio però fare una postilla sulla tua definizione d'arte, che merita di essere vista anche dal suo lato oscuro.
 
 
”Arte è tutto ciò che cambia il nostro senso della vita, o il modo di vedere il mondo”.
 
 
Frase difficile questa, proprio perché indeterminata, forse solo aperta, e non si sa neppure fino a che punto. E' arte quella di Hitler che per qualche decennio ha cambiato le vite del popolo tedesco, tentando pure di cambiare le prospettive del mondo? E' arte quella di Stalin, che ha cambiato il modo di vita della Russia, ed in noi anche il nostro senso del vedere il comunismo, dopo quella insopprimibile ubriacatura?
 
 
Ho scelto una delle maniere più difficili per mostrare il pericolo-valore insito in quella definizione, ma qui si parla di senso della vita e di modo di vedere il mondo e quindi, attraverso la filosofia che ricerca il senso della vita, senza porsi limiti e confini, si approda nell'idealismo, che ne è una fattispecie.
 
 
La risposta, in astratto, è che può essere arte anche quella, seppure della specie legata alla malvagità e ad un senso totalitario dello stato.
 
 
Nel senso di “La grande bellezza”, il mondo viene cambiato dal brutto esteriore che agisce anche se non lo si accetta, e forse anche dal bello esteriore. Come se l'esteriorità manifestata nell'arte non sia che la maschera attraverso cui l'umanità realizza "apparentemente" le sue trasformazioni. Ma qui stiamo scivolando, come spesso accade per i problemi dell'esistenza, nel suo circolo vizioso, da cui il solo modo per uscirne è di non percorrerlo.
 
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Rom il Sab Gen 18, 2014 4:28 pm

einrix ha scritto: E' arte quella di Hitler che per qualche decennio ha cambiato le vite del popolo tedesco, tentando pure di cambiare le prospettive del mondo?

Le cinquanta sfumature del genitivo: cosa mi stai chiedendo, quando parli de "l'arte di Hitler"?
Hitler come espressione artistica? Hitler come pittore? L'opera dello statista Hitler, che ha devastato mezzo mondo? L'epopea hitleriana, che sopravvive in certi miti collettivi?

Escludendo la seconda - il pittore - e mettendo le altre in fila senza troppe distinzioni, la mia risposta è sì: come le guerre di Cesare e di Alessandro, come la cupa ascesa e rovina dell'impero di Filippo II, come la fiammeggiante Rivoluzione d'Ottobre.
Sono quadri storici che, come ogni quadro, devono essere guardati dalla giusta distanza: per la pittura e per la fotografia ci sono regole precise, che stabiliscono la misura di questa distanza, per le vicende storiche la faccenda è più complessa, ma il principio è lo stesso.
La potenza evocativa e rappresentativa degli esempi che ho accennato, oltre a quella di Hitler, è immensa e ancora non finisce di alimentare emozioni, pensieri e ispirazioni: non sono i "fatti" a creare il mito, ma l'eco che propagano nella coscienza.
Certo, per accettare questa tesi, bisogna superare un doppio ostacolo: il primo, relativo all'arte intesa solo come "opera" canonicamente iscritta nelle categorie riconosciute; il secondo, che riguarda la sottintesa convenzione per cui l'arte, e il concetto stesso di "bello", siano riconducibili esclusivamente alla sfera del "buono" e del "bene".
Per evitare tutte queste complicazioni, possiamo semplicemente dire che certe vicende storiche sono "equivalenti", negli effetti, all'arte.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Lara il Sab Gen 18, 2014 4:39 pm

Io non sarei così restrittiva come Cireno. La forma è la peculiarità espressiva del singolo autore, e non se ne può fare una graduatoria di merito. Personalmente, io ritengo illeggibili certe pagine di Hemingway , quasi un birignao di asciuttezza, che vogliono solo solidificare il piedistallo del monumento all’autore , senza essere funzionali né alla storia, né al senso.
E’ vero che la lingua e il mondo si evolvono, ma i versi ducenteschi di Dante rimangono sempre luminosi e palpitanti come formule perfette , un incastro miracoloso di suoni, di immagini e di senso.
Il senso, appunto.
La visione del mondo di cui parlava Rom è la necessità nascosta che conduce a scrivere, per provare a rappresentare quel che si è  capito o sentito, o solo immaginato o osservato, e genera l’urgenza di inchiodarlo su una pagina, per una versione in prosa di quel particolare punto di vista o di quella esasperazione della sensibilità.
Mallarmé  diceva che ogni libro è un’aggiunta al mondo. Infatti, si scrive anche perché il mondo non ci basta, e allora giochiamo a fare Dio, approntando storie e paesaggi, verosimili o fantastici a seconda dei propri gusti.
Oppure, siamo stati testimoni di fatti che ci paiono smuovere significati ultimi dell’esistenza o smuovere tenerezze essenziali per la gioia di vivere, e non vogliamo che vadano perduti, perciò li depositiamo laddove possano ancora essere rinvenuti, in un’opera d’arte.
L’arte non disvela solo nuove visioni del  mondo, ma può anche confermarci nella particolare piega della nostra sensibilità, far riaffiorare sentimenti e ragioni che ci accompagnano in sottofondo, e farli emergere come i soli significativi per il nostro modo di stare al mondo.
E fin qui abbiamo parlato delle intenzioni, svelate o sottese, che un’opera d’arte si  prefigge, ma anche le forme  possono essere  altrettanto  numerose e  misteriose come le intenzioni.
Io prediligo la scrittura cristallina alla Yourcenar, amo il Calvino delle lezioni americane, ma  non quello dei racconti fantastici.
E non è solo una questione di forma, evidentemente, perché lo stile di Calvino è lo stesso, ma non riesco a farmi coinvolgere dal racconto fantastico, i cui rimandi esistenziali  si allontanano troppo  da una realtà, che già faccio fatica a trattenere.
 
Per il momento, mi fermo qui.
Senza annunciarvi impegni mangerecci o altro, come fanno curiosamente Tessa e Einrix, quasi si vergognassero di dedicare parte del loro tempo a questo forum, o viceversa , di dover giustificare con altro la voglia di allontanarsene. 
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Sab Gen 18, 2014 4:48 pm

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Arzak ha scritto:Per quel poco che possono significare i miei giudizi da profano, considero De Chirico un grande innovatore, pur se nella scia del surrealismo "metafisico" di quegli anni, ma un pessimo esecutore. Chiunque abbia una minima nozione di prospettiva credo dovrebbe rabbrividire di fronte ad un quadro come questo:


Basta guardare la sommità degli gli archivolti o verificare la mancata convergenza di linee che dovrebbero invece convergere, per fremere di raccapriccio e per dedurne che il tizio non ha mai frequentato una lezione di disegno tecnico.
E non mi si dica che era un effetto voluto: l'intento perfezionista si vede, ma la perfezione è ben lontana. Basta guardare Escher per capire a quali ben superiori livelli si può collocare la deformazione prospettica della realtà.
Tutt'altro giudizio invece per la suggestione di opere del genere, che comunque rappresentano un punto di riferimento artistico imprescindibile.
PS: noto adesso il trenino ciuffetero sullo sfondo. Incommentabile.

Rom: sì, il programma era teoricamente vasto, ma come noterai dopo la domanda originaria su cos'è l'Arte mi sono subito ridimensionato andandone a titillare solo i mezzi attraverso i quasi si esprime, e cioé la forma e il contenuto. Scoprendo che questi si intrecciano, si sovrappongono, a volte si soffocano l'uno con l'altro.

Stile semplice senza arzigogoli. Nel mio caso non è una scelta, ma una necessità. Ma non è nemmeno detto che sia un pregio. Non è tuttavia nemmeno un difetto, se dalla prosa scarna poi alla fine emerge qualcosa. E' questa la sfida.


Il De Chirico delle piazze d'Italia, ripetute centinaia di volte ad uso del mercato, è il meno rappresentativo della sua opera. 
De Chirico era un disegnatore eccezionale, e la mancata prospettiva delle sue piazze è voluta, perchè la metafisica non può avere prospettive reali. E poi il de Chirico che dico io è quello fino al 1918, come ho già detto.
Questo sotto è del 1925, questo è il mio de Chirico

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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Sab Gen 18, 2014 5:11 pm

Lara ha scritto:Io non sarei così restrittiva come Cireno. La forma è la peculiarità espressiva del singolo autore, e non se ne può fare una graduatoria di merito. Personalmente, io ritengo illeggibili certe pagine di Hemingway , quasi un birignao di asciuttezza, che vogliono solo solidificare il piedistallo del monumento all’autore , senza essere funzionali né alla storia, né al senso.
E’ vero che la lingua e il mondo si evolvono, ma i versi ducenteschi di Dante rimangono sempre luminosi e palpitanti come formule perfette , un incastro miracoloso di suoni, di immagini e di senso.
Il senso, appunto.
La visione del mondo di cui parlava Rom è la necessità nascosta che conduce a scrivere, per provare a rappresentare quel che si è  capito o sentito, o solo immaginato o osservato, e genera l’urgenza di inchiodarlo su una pagina, per una versione in prosa di quel particolare punto di vista o di quella esasperazione della sensibilità.
Mallarmé  diceva che ogni libro è un’aggiunta al mondo. Infatti, si scrive anche perché il mondo non ci basta, e allora giochiamo a fare Dio, approntando storie e paesaggi, verosimili o fantastici a seconda dei propri gusti.
Oppure, siamo stati testimoni di fatti che ci paiono smuovere significati ultimi dell’esistenza o smuovere tenerezze essenziali per la gioia di vivere, e non vogliamo che vadano perduti, perciò li depositiamo laddove possano ancora essere rinvenuti, in un’opera d’arte.
L’arte non disvela solo nuove visioni del  mondo, ma può anche confermarci nella particolare piega della nostra sensibilità, far riaffiorare sentimenti e ragioni che ci accompagnano in sottofondo, e farli emergere come i soli significativi per il nostro modo di stare al mondo.
E fin qui abbiamo parlato delle intenzioni, svelate o sottese, che un’opera d’arte si  prefigge, ma anche le forme  possono essere  altrettanto  numerose e  misteriose come le intenzioni.
Io prediligo la scrittura cristallina alla Yourcenar, amo il Calvino delle lezioni americane, ma  non quello dei racconti fantastici.
E non è solo una questione di forma, evidentemente, perché lo stile di Calvino è lo stesso, ma non riesco a farmi coinvolgere dal racconto fantastico, i cui rimandi esistenziali  si allontanano troppo  da una realtà, che già faccio fatica a trattenere.
 
Per il momento, mi fermo qui.
Senza annunciarvi impegni mangerecci o altro, come fanno curiosamente Tessa e Einrix, quasi si vergognassero di dedicare parte del loro tempo a questo forum, o viceversa , di dover giustificare con altro la voglia di allontanarsene. 


Io non sono restrittivo, ma penso che quando la gente camminava con la spada su un fianco della persona per forza si esprimeva con modi e anche parole diverse da come ci si esprime oggi. La grandezza di Hemingway sta proprio nella forza delle sue parole, tu, leggendolo, vedi la scena, sei davanti a uno schermo, non hai bisogno di immaginare.


Dante è certamente luminoso ma quando scriveva i suoi versi a Siena dipingeva Cimabue e magari Giotto: era un altro mondo. Saltando secoli anche Proust ha descritto un altro mondo e perfino Dannunzio non starebbe bene in questa società nevrotica e sbrigativa. Hemingway invece si, questa società era il suo ambiente e lui ne è stato un vero rappresentante.
Del resto tu stessa, amica Lara, mi dai ragione quando scrivi che “La visione del mondo di cui parlava Rom è la necessità nascosta che conduce a scrivere, per provare a rappresentare quel che si è  capito o sentito, o solo immaginato o osservato, e genera l’urgenza di inchiodarlo su una pagina”, perché Hemingway non ha fatto altro che quello che tu hai scritto: ha rappresentato quello che ha visto e sentito. Poi, lui così crudo e realistico, con Il Vecchio e il Mare ha fatto anche della poesia.


Sei nata sotto un segno di terra? Fossi nata sotto un segno come il Cancro ameresti i racconti fantastici di Calvino che comunque non è il mio autore preferito. 
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Lara il Sab Gen 18, 2014 11:17 pm

Anch’io penso che Ettore e Andromaca siano una delle coppie più belle della pittura di tutti i tempi, così avvinghiati e così evidentemente forgiati nella stessa materia.  Eleganza e sentimento del disegno, colori caldi, una coppia memorabile, intima e sfacciata.
Ecco, ci sono dei quadri che mi legano a sé per fili imprecisati, mentre di altri cerco di ricostruire il lontano movente dell’autore, senza riuscire a decifrarlo.
E’ per questo che mi guardo bene dal parlare di musica, ed anche di pittura, perché ritengo di non essere educata a quei linguaggi.
Quindi, mi limito a subire l’incanto di alcune tele o di alcuni brani musicali, senza collocarli nella storia espressiva di quell’arte.
La letteratura, invece, bene o male, utilizza il linguaggio naturale, la comunicazione allo stato puro, le parole.
E dunque, la forma, lo stile, assumono per la creazione artistica la stessa importanza che rivestono le tecniche pittoriche e le tessiture musicali.
Come dice Rom, anche un gesto può rivestire un significato artistico, come hanno sostenuto i futuristi, la vita come opera d’arte, e tutte le altre amenità da biennale.
E’ un discorso sfuggente, e noi non siamo dei critici d’arte, ma semplici lettori, dai gusti diversi.
Quello che Arzak ha introdotto è il tema della “riconoscibilità” dell’espressione artistica, indipendentemente dalle preferenze dell’uno o dell’altro per un certo linguaggio o certi contenuti.
Perché non dimentichiamo che la creazione artistica è bidirezionale, parte dall’autore per arrivare al lettore, dispiegando le sue potenzialità solo quando ha raggiunto e stimolato l’intelligenza o il sentimento di quest’ultimo. Viceversa, ha fallito.
Non c’è obiettività che tenga. Quello del bello, del giusto, dello straordinario, sono sentimenti, valori che non possono misurarsi con il metro dell’obiettività.
E allora? C’è un’arte primitiva e un’arte evoluta? Un’arte per pochi e un’arte popolare? Evidentemente, si.
Ci sono infinite espressioni artistiche, tante quanti sono i linguaggi utilizzabili in modo efficace per scuotere cuori e coscienze.
“La meraviglia” di Metastasio, “l’épater le bourgeois” di Manet, possono diventare accademia e manierismo in cattive mani, così come lo stile asciutto e cinematografico può diventare anch’esso manierismo, uno stilema senz’anima.
 
Continua…
(si, è una minaccia)  
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Rom il Dom Gen 19, 2014 1:19 am

cireno ha scritto:Arte e razionalità sono situazioni antitetiche: l’arte è istinto, non è mai ragionamento. 
Ma a parte ciò vorrei soffermarmi su due particolari del post di Arzak, diciamo particolari “tecnici”.
Dalì è stato un ottimo artista mentre De Chirico ...

…e per tornare al pathos erotico citato da Adam, non servono più due ore per spogliare una femmina ritrosa, oggi ci si sposa, cioè si va in chiesa alla funzione del matrimonio, addirittura senza portare mutande sotto l’abito bianco (nuova moda dal Brasile)…..cambiano i tempi, le mode, le nevrosi, quindi adeguarsi è normale

Dicevo, nel mio post, che era necessario distinguere tra le varie forme espressive - pittura, musica, letteratura, etc - ma avrei potuto  anche definirle "forme ricettive", mettendo al centro non l'autore ma l'altro, il destinatario, il lettore, lo spettatore, l'ascoltatore.
Nel vaste programme c'è spazio per queste e altre distinzioni: è vaste proprio per questo.

La musica si ascolta, la pittura si guarda: arrivano alla mente attraverso i sensi primordiali, essenziali. E' facilissimo guardare e ascoltare, mentre le difficoltà basilari sono tutte dalla parte dell'autore, anche soltanto per emettere un suono dall'ancia di un sassofono o per lasciare segni di colore su una tela.
La letteratura non si guarda, non si ascolta, i sensi sono ridotti a puro ed esclusivo strumento transitorio, il ruolo primordiale dei sensi è preso dalla lingua: se c'è una comunanza linguistica tra autore e lettore, solo allora iniziano i giochi, la possibilità o l'impossibilità di capire. Le difficoltà sono uguali per entrambi, autore e lettore: uguale la volontà, l'applicazione, e la comunanza linguistica passa attraverso i mille filtri, le distorsioni, della storia, dell'accumulazione culturale, della sintassi del pensiero.
La letteratura è, ancora prima che i giochi comincino, fatta di pensiero, è già in sé un'opera d'arte collettiva, che dev'essere smontata, smaterializzata e rimontata affinché diventi comunicazione effettiva tra un determinato autore e un detreminato lettore.
I sensi, in questo gioco, hanno certamente una parte: ma è un rapporto che nasce da dentro, non è spinto dall'esterno.
Perché la letteratura sia arte, non basta che la lingua sia rimontata nella sua forma, ma dev'esserne trasformata la materia, perchè non c'è una materia che vada bene per tutti i "dentro" possibili, per ottenere tutte le risonanze volute.

A questo punto, la differenza tra istinto e razionalità è un dettaglio, una pura questione di cronometro fisiologico della mente, una concertazione tra neuroni.

Venendo ai matrimoni senza mutande, amico mio, dobbiamo ricordare che per secoli le mutande sono state un accessorio secondario e che probabilmente non solo nelle cerimonie matrimoniali, ma nelle feste e nelle raccolte dell'uva, la gran parte delle donne non portava le mutande, sotto le pesanti gonnelle. E che le fanciulle, o le monache, del Boccaccio non pare che avessero esitazioni superiori al minuto per alzare quelle gonnelle, a che lo diavolo fosse messo nello ninferno.
Seriamente, non si tratta di adeguarsi, sceintemente, ma di esprimere spontaneamente un'eventuale diversità o somiglianza, continuità o discontinuità.
Sulla brevitas ci torniamo in un altro momento - per adesso ricordiamoci di Cesare, di fronte al quale Hemingway sembra De Mita.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Dom Gen 19, 2014 11:24 am

Lara ha scritto:Anch’io penso che Ettore e Andromaca siano una delle coppie più belle della pittura di tutti i tempi, così avvinghiati e così evidentemente forgiati nella stessa materia.  Eleganza e sentimento del disegno, colori caldi, una coppia memorabile, intima e sfacciata.
Ecco, ci sono dei quadri che mi legano a sé per fili imprecisati, mentre di altri cerco di ricostruire il lontano movente dell’autore, senza riuscire a decifrarlo.
E’ per questo che mi guardo bene dal parlare di musica, ed anche di pittura, perché ritengo di non essere educata a quei linguaggi.
Quindi, mi limito a subire l’incanto di alcune tele o di alcuni brani musicali, senza collocarli nella storia espressiva di quell’arte.
La letteratura, invece, bene o male, utilizza il linguaggio naturale, la comunicazione allo stato puro, le parole.
E dunque, la forma, lo stile, assumono per la creazione artistica la stessa importanza che rivestono le tecniche pittoriche e le tessiture musicali.
Come dice Rom, anche un gesto può rivestire un significato artistico, come hanno sostenuto i futuristi, la vita come opera d’arte, e tutte le altre amenità da biennale.
E’ un discorso sfuggente, e noi non siamo dei critici d’arte, ma semplici lettori, dai gusti diversi.
Quello che Arzak ha introdotto è il tema della “riconoscibilità” dell’espressione artistica, indipendentemente dalle preferenze dell’uno o dell’altro per un certo linguaggio o certi contenuti.
Perché non dimentichiamo che la creazione artistica è bidirezionale, parte dall’autore per arrivare al lettore, dispiegando le sue potenzialità solo quando ha raggiunto e stimolato l’intelligenza o il sentimento di quest’ultimo. Viceversa, ha fallito.
Non c’è obiettività che tenga. Quello del bello, del giusto, dello straordinario, sono sentimenti, valori che non possono misurarsi con il metro dell’obiettività.
E allora? C’è un’arte primitiva e un’arte evoluta? Un’arte per pochi e un’arte popolare? Evidentemente, si.
Ci sono infinite espressioni artistiche, tante quanti sono i linguaggi utilizzabili in modo efficace per scuotere cuori e coscienze.
“La meraviglia” di Metastasio, “l’épater le bourgeois” di Manet, possono diventare accademia e manierismo in cattive mani, così come lo stile asciutto e cinematografico può diventare anch’esso manierismo, uno stilema senz’anima.
 
Continua…
(si, è una minaccia)  
Io penso invece che tu potresti benissimo parlare sia di musica che di pittura, perché queste due espressioni artistiche non pretendono che i fruitori siano per forza degli esperti. Eppoi c’è un metodo classico per chi non si reputa così educato ai diversi linguaggi artistici: non fare mai affermazioni tranchant tipo “ma che cazzo vuol dire tagliare una tela, sono capace anch’io” e roba del genere che sempre denota ignoranza e arroganza.


E’ vero, cara Lara, la letteratura usa le parole, quindi qualcosa che ci è naturale, però…..


Tu hai scritto che Hemingway non ti piace ma ecco qua necessaria la presenza di quel “però”: quale Hemingway? Quello originale o quello tradotto?  La dolcezza di una poesia provenzale è traducibile in lingua tedesca? Le parole sono pietre, aveva ragione Levi, ma nel senso che chi le compone lo fa senza spostarle dal loro habitat: se dall’italiano le porto all’ucraino quelle pietre si deformano.  La musica e la pittura invece no, non sono pietre, quando io ascolto la sinfonia 11 di Shostakovitch vedo con la mente il Palazzo d’Inverno nel 1905 e la strage di popolo che fece la cavalleria dello zar Nicola, quando vedo un’opera di Chagall che amo moltissimo, i leggo la sua poesia scritta con un pennello, perché qui non abbiamo bisogno di traduzioni, nessuna Fernanda Pivano, grande traduttrice degli americani, mi serve, perché bastano i miei occhi e le mie orecchie.


Perché “amenità” da Biennale? La Biennale è espressione delle ultime ricerche, spesso anche destinate a svanire subito all’orizzonte, ma questa è la sua funzione: che Biennale sarebbe se esponesse Fattori o Balla?
Contesto anche la tua idea che “la creazione artistica sia bidirezionale, nel senso che parte dall’autore per giungere al lettore”. Cioè contesto perché penso che nessun artista sia davvero interessato al giudizio finale di chi affronterà la sua opera. Io scrivo cose perché mi piace scrivere quelle cose, oppure dipingo un quadro perché voglio dipingere quel quadro, perché dovrebbe interessarmi quello che penserà l’altra parte del fiume? Dici che una determinata creazione artistica raggiunge il suo scopo “solo” quando “ha raggiunto e stimolato l’intelligenza e il sentimento di chi la fruisce” ma io dico che non è così, altrimenti cosa pensare di chi irride il taglio di Fontana, o la non-prospettiva delle opere metafische di De Chirico? Che sbagliano loro oppure che Fontana e De Chirico hanno fallito il loro messaggio?


Il manierismo è il pappagallismo di una precedente, innovativa corrente artistica, ma  non è vero che il manierismo sia per forza un’espressione deteriore perché conseguente, ripetitivo di qualcosa che è già stato esplorato. Nella storia della pittura italiana il manierismo ha dato grandissimi artisti, come Pontormo, come il Rosso Fiorentino, come Andrea del Sarto, il Vasari, Tintoretto , per non parlare di grandissimi geni quali Michelangelo e il Parmigianino.


Vero, lo stile asciutto di certi film è maniera, cioè "alla maniera del"  linguaggio televisivo, veloce e crudo. Il primo ad adottarlo, il più grande è stato Quentin Tarantino, regista grandissimo. 
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Dom Gen 19, 2014 11:52 am

Rom ha scritto:

Dicevo, nel mio post, che era necessario distinguere tra le varie forme espressive - pittura, musica, letteratura, etc - ma avrei potuto  anche definirle "forme ricettive", mettendo al centro non l'autore ma l'altro, il destinatario, il lettore, lo spettatore, l'ascoltatore.
Nel vaste programme c'è spazio per queste e altre distinzioni: è vaste proprio per questo.

La musica si ascolta, la pittura si guarda: arrivano alla mente attraverso i sensi primordiali, essenziali. E' facilissimo guardare e ascoltare, mentre le difficoltà basilari sono tutte dalla parte dell'autore, anche soltanto per emettere un suono dall'ancia di un sassofono o per lasciare segni di colore su una tela.
La letteratura non si guarda, non si ascolta, i sensi sono ridotti a puro ed esclusivo strumento transitorio, il ruolo primordiale dei sensi è preso dalla lingua: se c'è una comunanza linguistica tra autore e lettore, solo allora iniziano i giochi, la possibilità o l'impossibilità di capire. Le difficoltà sono uguali per entrambi, autore e lettore: uguale la volontà, l'applicazione, e la comunanza linguistica passa attraverso i mille filtri, le distorsioni, della storia, dell'accumulazione culturale, della sintassi del pensiero.
La letteratura è, ancora prima che i giochi comincino, fatta di pensiero, è già in sé un'opera d'arte collettiva, che dev'essere smontata, smaterializzata e rimontata affinché diventi comunicazione effettiva tra un determinato autore e un detreminato lettore.
I sensi, in questo gioco, hanno certamente una parte: ma è un rapporto che nasce da dentro, non è spinto dall'esterno.
Perché la letteratura sia arte, non basta che la lingua sia rimontata nella sua forma, ma dev'esserne trasformata la materia, perchè non c'è una materia che vada bene per tutti i "dentro" possibili, per ottenere tutte le risonanze volute.

A questo punto, la differenza tra istinto e razionalità è un dettaglio, una pura questione di cronometro fisiologico della mente, una concertazione tra neuroni.

Venendo ai matrimoni senza mutande, amico mio, dobbiamo ricordare che per secoli le mutande sono state un accessorio secondario e che probabilmente non solo nelle cerimonie matrimoniali, ma nelle feste e nelle raccolte dell'uva, la gran parte delle donne non portava le mutande, sotto le pesanti gonnelle. E che le fanciulle, o le monache, del Boccaccio non pare che avessero esitazioni superiori al minuto per alzare quelle gonnelle, a che lo diavolo fosse messo nello ninferno.
Seriamente, non si tratta di adeguarsi, sceintemente, ma di esprimere spontaneamente un'eventuale diversità o somiglianza, continuità o discontinuità.
Sulla brevitas ci torniamo in un altro momento - per adesso ricordiamoci di Cesare, di fronte al quale Hemingway sembra De Mita.

Quale Cesare, Pavese? Musatti? Quello del De Bello gallico? Scherzo, naturalmente, Cesare Pavese è da sempre uno dei miei idoli, per ugualmente amo Hemingway, quello dei 49 Racconti, quello del vecchio e il mare, ma anche quello di Fiesta.
Il tuo post l’ho letto dopo aver risposto a quello di Lara e mi sembra che di sponda o di traverso tu dica  quello che io ho scritto nel post a Lara.
Una sola osservazione: la letteratura diventa arte quando riesce a non essere scritta sulla sabbia. Se il vento del tempo lascia intatte le parole scritte da un poeta o da uno scrittore allora quelle parole sono arte. Non vedo altri strumenti per misurare l’artisticità di un prodotto letterario.
Le mutande sono state una delle più significative invenzioni erotiche che la naturale seduzione della donna è mai riuscita a pensare. Alzare della “pesanti gonne” e trovare subito il “premio” cioè il frutto quasi mai nemmeno tanto proibito, sarà stato comodo per l’epoca in cui la donna era trattata pressappoco come il gallo tratta la gallina, stile una botta e via, quindi vediamo di non farla tanto lunga, ma l’invenzione delle mutande ha mutato la faccenda: il doverle togliere, vincendo la ovvia resistenza della femmina, voleva dire “il premio te lo devi anche guadagnare”, e quindi l’eros ha visto aumentare la sua importanza.
De Mita era tutto fuorchè scemo, ma tu certamente ti riferisci al modus verbis di De Mita
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da Lara il Dom Gen 19, 2014 2:21 pm

Caro Cireno, io, infatti, ho parlato di “certe”  pagine di Hemingway che, tra l’altro, è stato una delle mie prime letture adolescenziali, insieme a Scott Fitzgerald. Li ho letti entrambi di corsa, un libro dietro l’altro.
Cosa che non bisognerebbe mai fare, se non si è più che sicuri del proprio gradimento, e  si voglia  evitare l’effetto serial.
Il primo che lessi, di Hemingway, fu  “Per chi suona la campana”, seguito da “Fiesta”, verso il quale cominciai a nutrire qualche perplessità, subito rientrata con la lettura dei  49 racconti.
Gli ultimi libri di Hemingway sono il serial incentrato sul suo personaggio d’autore, una autoriproposizione, celebrata col rito di uno stile assolutamente funzionale al ritratto dell’uomo duro e fragile, l’uomo che non spiega e non è spiegato, perché la vita va vissuta pericolosamente e raccontata in modo minimalistico per farne risaltare l’eccezionalità. Il suo ultimo libro è stato il suicidio, proprio perché senza una vita dispiegata, da uomo giovane, con forze , appetiti, e fresche malinconie,  neanche il racconto sarebbe stato possibile.
Mi è capitato recentemente di trovare su un banchetto di scambio “Isole nella corrente”, credo. E non sono riuscita ad andare oltre i primi capitoli.
Fare il verso a sé stessi è la cosa peggiore che possa capitare ad un autore, perché si respira la gratuità, l’esaurimento delle ragioni che avevano ispirato quello stile e non un altro. Ho avuto pena per chi mi chiedeva di rientrare nella finzione della riscoperta di un mondo che, anche per lui, non era più né urgente, né necessario.
Scott Fitzgerald ha quasi la stessa valenza, col glamour della mondanità. Ambedue cinematografici, Fitzgerald sarebbe stato il Visconti attento ai pizzi, ai fazzolettini ricamati e  ai mantelli di pelliccia.
Mi rendo conto che stiamo parlando di contenuti, sostenuti da una forma.
La domanda è:  E’ grande letteratura? Probabilmente no, ma sono entrambe espressioni artistiche, riconoscibili, con una unitarietà di stile, col solo infingimento della creazione fantastica, ma basate sulla verità  della propria ispirazione.
Infatti, appena  questa viene meno, e si comincia a barare, tutto diventa  artificioso, quasi ridicolo.
Stephen King sostiene che occorre innanzi tutto essere onesti con i propri lettori, ed è una lezione magistrale, perché non si può prescindere da una posizione di autenticità.
I “manieristi” di cui tu parli avevano assorbito un canone estetico, ma è essenziale percorrerlo alla propria maniera, non diversa, ma “propria”, senza camuffarsi  in mezzo alle tecniche di una scuola riconosciuta, nemmeno in mezzo al proprio modo di scrivere, se non si ha veramente voglia di dire qualcosa.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Dom Gen 19, 2014 2:35 pm

Come fotogrammi flash
 
 
 

Gadda - Signori e briganti
 
Il vento ruba dalla cucina aromi appetitosi. Da quella cucina piena di
vita, col fuoco sotto le pentole, l’acqua che scorre allegra e i gatti in
agguato sotto i mobili, vola un canto dolcissimo. È una voce d’angelo. La
ragazza che canta ha gli occhi color cioccolato, i capelli lunghi, neri, di
seta, le mani delicate e il sorriso che squaglia la ragione. Gli infelici che
passano sotto quella finestra finiscono tutti per ammalarsi.
  
 
Calvino - Il cavaliere inesistente
 
Io sono. - la voce giungeva metallica da dentro l’elmo chiuso, come fosse non una gola ma la stessa lamiera dell’armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d’eco, - Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez! - Aaah... - fece Carlomagno e dal labbro di sotto, sporto avanti, gli uscì anche un piccolo strombettio, come a dire: "Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco!" Ma subito aggrottò le ciglia. - E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso? Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d’una ferrea e ben connessa manopola si serrò piú forte all’arcione, mentre l’altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido. - Dico a voi, ehi, paladino! - insisté Carlomagno. - Com’è che non mostrate la faccia al vostro re? La voce uscì netta dal barbazzale. - Perché io non esisto, sire
 
 
Hemingway - il vecchio e il mare
 
Risalirono insieme la strada fino alla capanna del vecchio, ed entrarono per
la porta spalancata. Il vecchio appoggiò alla parete l'albero con la vela serrata
e il ragazzo posò accanto a esso la tinozza e il resto dell'attrezzatura. L'albero
era lungo quasi quanto l'unica stanza che costituiva la capanna. La capanna
era costruita con scaglie dure di palma reale, quelle che chiamano guano, e
dentro vi era un letto, una tavola, una sedia e una zona sul pavimento di
terriccio dove cucinare con la carbonella. Sulle pareti brune fatte con le foglie
piatte, sovrapposte, del guano resistente e fibroso, vi era una fotografia a
colori del Sacro Cuore di Gesù e un'altra della Vergine di Cobra. Erano
ricordi della moglie.
 
 
 
Dino Buzzati - il segreto del bosco vecchio
 
Quando egli diede le dimissioni dall'esercito, i soldati del suo reggimento trassero un sospirone, poiché difficilmente si poteva immaginare un comandante più rigido e meticoloso. L'ultima volta ch'egli varcò, uscendo, il portone della caserma, lo schieramento della guardia ebbe luogo con speciale celerità e precisione, come da alcuni anni non avveniva; il trombettiere, che pure era il migliore del reggimento, superò veramente se stesso con tre squilli di attenti che divennero proverbiali, per il loro splendore, in tutto il presidio. E il colonnello, con un leggero inarcamento delle labbra che poteva sembrare un sorriso,[1] mostrò d'interpretare come un segno di commosso ossequio quella che in sostanza era una manifestazione di intimo giubilo per la sua partenza
 
 
 
James Joyce - DEDALUS
 
Sarebbe stato piacevole distendersi sul tappeto del caminetto
davanti al fuoco, il capo appoggiato alle mani, e pensare a quelle
frasi. Rabbrividì come se avesse sentito sulla pelle acqua gelida
e limacciosa. Era stata una perfidia da parte di Wells farlo
cadere a spallate nella piscina perché non aveva voluto barattare
la piccola tabacchiera con la castagna secca di Wells, vincitrice
di quaranta partite. Com'era stata fredda e melmosa, l'acqua! Un
tale una volta aveva visto un grosso topo di fogna saltare nella
schiuma. La mamma sedeva davanti al caminetto insieme a Dante, in
attesa che Brigida servisse il tè.
 
 
Honore de Balzac - Il parroco di Tours
 
 L'appartamento, cui si accedeva salendo una scala in pietra, si trovava in un'ala esposta a mezzogiorno. Don Troubert occupava il pianterreno e Mademoiselle Gamard il primo piano del corpo centrale dell'edificio, che dava sulla strada. Quando Chapeloud ne prese possesso, le stanze erano spoglie e i soffitti anneriti dal fumo. Le cornici dei caminetti, in pietra rozzamente scolpita, non erano mai state dipinte. All'inizio, come mobilio, il povero canonico non mise nient'altro che un letto, un tavolo, alcune sedie, e i pochi libri che possedeva. L'appartamento assomigliava a una bella donna vestita di stracci. Ma due o tre anni più tardi, avendo ereditato duemila franchi da un'anziana signora, don Chapeloud li spese per comprare una libreria in quercia, che proveniva dalla demolizione di un castello smantellato dalla Banda Nera, e vantava incisioni degne dell'ammirazione di un artista. Il prete l'acquistò, sedotto, prima ancora che dal buon prezzo, dalla perfetta coincidenza fra le dimensioni del mobile e quelle della galleria.
 
ecc.


Ultima modifica di einrix il Lun Gen 20, 2014 1:38 pm, modificato 1 volta
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da einrix il Dom Gen 19, 2014 2:41 pm

Lara, è un piacere leggerti, quando non parli di politica.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Lun Gen 20, 2014 9:09 am

einrix ha scritto:Lara, è un piacere leggerti, quando non parli di politica.


è sempre un piacere leggere Lara, perchè è sempre un piacere leggere, parlare, stare anche in silenzio davanti a un caffè al tavolino del bar, con le persone intelligenti.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Lun Gen 20, 2014 9:13 am

ROM, avresti potuto usare un carattere um paio di punti più grande, io non riesco a leggere e quindi nemmeno a capire perchè hai messo quei brani di romanzi insieme, quasi a confronto.
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Messaggio Da Rom il Lun Gen 20, 2014 11:46 am

cireno ha scritto:ROM, avresti potuto usare un carattere um paio di punti più grande, io non riesco a leggere e quindi nemmeno a capire perchè hai messo quei brani di romanzi insieme, quasi a confronto.

Perché te la prendi con me?
Anche io non capisco perché Einrix ha fatto quella sua piccola antologia.
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Re: L'espressione artistica

Messaggio Da cireno il Lun Gen 20, 2014 12:51 pm

Lara ha scritto:Caro Cireno, io, infatti, ho parlato di “certe”  pagine di Hemingway che, tra l’altro, è stato una delle mie prime letture adolescenziali, insieme a Scott Fitzgerald. Li ho letti entrambi di corsa, un libro dietro l’altro.
Cosa che non bisognerebbe mai fare, se non si è più che sicuri del proprio gradimento, e  si voglia  evitare l’effetto serial.
Il primo che lessi, di Hemingway, fu  “Per chi suona la campana”, seguito da “Fiesta”, verso il quale cominciai a nutrire qualche perplessità, subito rientrata con la lettura dei  49 racconti.
Gli ultimi libri di Hemingway sono il serial incentrato sul suo personaggio d’autore, una autoriproposizione, celebrata col rito di uno stile assolutamente funzionale al ritratto dell’uomo duro e fragile, l’uomo che non spiega e non è spiegato, perché la vita va vissuta pericolosamente e raccontata in modo minimalistico per farne risaltare l’eccezionalità. Il suo ultimo libro è stato il suicidio, proprio perché senza una vita dispiegata, da uomo giovane, con forze , appetiti, e fresche malinconie,  neanche il racconto sarebbe stato possibile.
Mi è capitato recentemente di trovare su un banchetto di scambio “Isole nella corrente”, credo. E non sono riuscita ad andare oltre i primi capitoli.
Fare il verso a sé stessi è la cosa peggiore che possa capitare ad un autore, perché si respira la gratuità, l’esaurimento delle ragioni che avevano ispirato quello stile e non un altro. Ho avuto pena per chi mi chiedeva di rientrare nella finzione della riscoperta di un mondo che, anche per lui, non era più né urgente, né necessario.
Scott Fitzgerald ha quasi la stessa valenza, col glamour della mondanità. Ambedue cinematografici, Fitzgerald sarebbe stato il Visconti attento ai pizzi, ai fazzolettini ricamati e  ai mantelli di pelliccia.
Mi rendo conto che stiamo parlando di contenuti, sostenuti da una forma.
La domanda è:  E’ grande letteratura? Probabilmente no, ma sono entrambe espressioni artistiche, riconoscibili, con una unitarietà di stile, col solo infingimento della creazione fantastica, ma basate sulla verità  della propria ispirazione.
Infatti, appena  questa viene meno, e si comincia a barare, tutto diventa  artificioso, quasi ridicolo.
Stephen King sostiene che occorre innanzi tutto essere onesti con i propri lettori, ed è una lezione magistrale, perché non si può prescindere da una posizione di autenticità.
I “manieristi” di cui tu parli avevano assorbito un canone estetico, ma è essenziale percorrerlo alla propria maniera, non diversa, ma “propria”, senza camuffarsi  in mezzo alle tecniche di una scuola riconosciuta, nemmeno in mezzo al proprio modo di scrivere, se non si ha veramente voglia di dire qualcosa.

Ho letto Fiesta in tre ore, di notte,  con la sola luce della luna che entrava dalla grande finestra della mia camera. Non potevo tenere la luce accesa alle due, alle tre di notte, perché mio padre non l’avrebbe permesso.
Aver letto Hemingway, Dos Passos, Steinbeck,  Dreiser, Faulkner ecc. da ragazzo forse, anzi quasi certamente, incide sulla mia valutazione circa l’artisticità di questi autori. Perché inconsciamente mi ricorda la mia adolescenza, la prima giovinezza, e allora il giudizio è facilmente falsato dal  ricordo di quel mondo colorato di rosa. Per esempio, mi è capitato di risentire il Concerto di Varsavia  di Richard Addinsell e London Fantasie di Clive Richardson, i primi due pezzi di musica “seria” che io avevo mai sentito e li ho ascoltati quasi con un  leggero “groppo” in gola: era stato il mio avvicinamento, la mia esplorazione alla musìca classica……Bè ora certamente non giudico London Fantasie come un pezzo di musica classica quindi potrebbe essere che rileggendo oggi quegli autori  non esprimerei il giudizio che ho postato nell’altro post.


Fare il verso a se stessi-scrivi-è la cosa peggiore che possa capitare a un autore.  Capitasse solo agli autori, ma purtroppo capita anche alla razza umana maschile e femminile, quando non  accetta il passare del tempo e allora ecco là, vedi donne ottantenni che si vestono e si truccano come avessero 26 anni, o uomini di età simile che cercano di nascondere la realtà tingendosi i capelli, botulinizzando le labbra, vestendo alla sbarbata: patetici, come esseri umani, sono davvero patetici, oltre che ridicoli, mentre invece l’artista che fa il verso di se stesso  è assolutamente logico, naturale, nella norma perché un’ispirazione non è una catena di montaggio, non sforna idee a ritmo continuato, tu guarda un artista qualsivoglia, e qui parlo di pittori, fa un quadro,  poi la ripete modificando qualcosa, per qualche anno trova nuove fonti, nuove energie ma alla fine, passati alcuni anni, eccolo a creare opere che fanno il verso a quelle iniziali, litografie della stessa opera, fatte a mano dal’artista. E questo lo fanno anche gli autori letterari, prendono un indirizzo e poi lo percorrono cambiando situazioni e attori, ma sempre, di fondo, avere sempre la stessa stesura.
Voglio dire che aveva ragione Fontana: un artista fa un’opera, poi la ripete per tutta la vita perché anche gli artisti devono mangiare.


PS E’ morto stamane Claudio Abbado: io piango con la sua famiglia e con tutti quelli che lo hanno amato come grande maestro. Purtroppo questa è la vita. 
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