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23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo

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Messaggio Da einrix Ven 03 Mag 2013, 08:15

Non mi era mai capitato di ritrovare in un articolo di giornale o in un libro, i concetti che mi sono costruito lavorando tutta una vita, prima nei servizi e poi per trent'anni nell'industria, come è avvenuto, leggendo questo libro di Ha Joon Chang. In compenso, in questo libro tutta la materia si sviluppa in maniera ordinata, mentre nella mia mente vi erano spunti e concetti, talvolta confusi, che trovavano a fatica una sistemazione. E' la differenza tra chi ha una formazione ingegneristica,seppure eclettica, e chi invece è specializzato in economia nel senso più ampio che comprenda la sociologia e la politica.

Ve ne mostro solo un incipit tratto da un pezzo dell'introduzione, affinché ne capiate la portata.

L'economia globale è a pezzi. Nonostante stimoli fiscali e monetari senza
precedenti abbiano evitato che la crisi finanziaria si trasformasse in un suo
totale collasso, quella del 2008 resta comunque la seconda maggiore cri-
si economica della storia dopo la Grande Depressione. E anche se ades-
so (marzo 2010) alcuni dichiarano finita la recessione, non è affatto certo
che ci sarà una ripresa duratura. In assenza di riforme del sistema finan-
ziario, politiche monetarie e fiscali poco rigorose ci hanno portato nuove
bolle finanziarie, mentre l'economia reale soffre per la mancanza di mo-
neta. Se queste bolle scoppiano, l'economia globale potrebbe ricadere in
una nuova recessione (double-dip). E, se mai ci sarà una ripresa duratura,
le conseguenze della crisi si continueranno a sentire a lungo in ogni caso.
Passeranno molti anni prima che le imprese e le famiglie rimettano in se-
sto i loro conti. Gli enormi deficit di bilancio creati dalla crisi costringe-
ranno gli stati a ridurre sensibilmente gli investimenti pubblici e la spesa
per il welfare, con effetti negativi sulla crescita economica, sulla povertà
e sulla stabilità sociale, forse per decenni. Chi ha perso il lavoro e la casa
durante la crisi rischia di restare escluso per sempre dal sistema economi-
co. Le prospettive sono spaventose.
Fondamentalmente, questa catastrofe è stata causata dall'ideologia del
libero mercato, che dagli anni ottanta domina il mondo. Ci hanno det-
to che, se lasciati liberi, i mercati avrebbero prodotto il risultato più ef-
ficiente ed equo. Efficiente perché gli individui sanno come utilizzare al
meglio le risorse a loro disposizione; equo perché il processo competitivo
del mercato assicura che gli individui siano premiati secondo la loro pro-
duttività. Ci hanno detto che alle imprese va concessa la massima libertà,
perché, conoscendo più di chiunque altro il mercato, sanno cos'è meglio
per i loro affari. E se vengono lasciate libere di fare quello che vogliono,
la creazione di ricchezza sarà massimizzata e ne beneficerà tutta la socie-
tà. Ci hanno detto che l'intervento dello stato nei mercati ha come unico
effetto la compressione della loro efficienza. Che, a causa di un egualita-
rismo mal interpretato, l'intervento dello stato è spesso concepito in mo-
di che limitano la creazione di ricchezza. E quand'anche non fosse cosi,
ci hanno detto che gli stati non possono migliorare i risultati del mercato
perché non hanno né le informazioni né gli incentivi necessari per pren-
dere buone decisioni. In definitiva, ci hanno detto di riporre tutta la no-
stra fiducia nel mercato e di non intralciarlo.
Seguendo queste raccomandazioni, negli ultimi trent'anni gran par-
te dei paesi ha introdotto politiche liberiste: privatizzazione d'industrie
e istituti finanziari statali, deregolamentazione della finanza e dell'indu-
stria, liberalizzazione del commercio e degli investimenti internazionali,
riduzione delle imposte sul reddito e della spesa sociale. Queste politi-
che, come ammettono i loro stessi sostenitori, possono originare qualche
problema, come per esempio una maggiore disuguaglianza, ma ci hanno
detto che alla fine avrebbero portato benessere a tutti, creando una so-
cietà più dinamica e sana perché, quando la marea si alza, solleva tutte le
barche insieme.
Il risultato di queste politiche è stato l'opposto di quanto promes-
so. Mettiamo da parte per un momento la crisi finanziaria, che lascia nel
mondo ima ferita che non si rimarginerà per almeno dieci anni. Già prima
del 2008, anche se molti non lo sanno, le politiche liberiste avevano pro-
dotto una crescita più lenta, maggiore disuguaglianza e instabilità in gran
parte del mondo. In molti paesi ricchi questi problemi erano mascherati
da una grande espansione del credito. Così, per esempio, il fatto che dagli
anni settanta negli Stati Uniti i salari fossero rimasti fermi e le ore lavorati-
ve aumentate, era stato opportunamente occultato dal boom consumistico
sostenuto dal credito. E se i problemi erano «abbastanza» gravi negli sta-
ti ricchi, nei paesi in via di sviluppo si sono rivelati drammatici. Il tenore
di vita nei paesi dell'Africa subsahariana negli ultimi tre decenni non si è
mosso, mentre nello stesso periodo i paesi del Sud America hanno regi-
strato una flessione di due terzi della crescita del reddito pro capite. Sem-
pre nello stesso periodo, in alcuni paesi in via di sviluppo, Cina e India
per esempio, la crescita è stata veloce (anche se parallelamente è aumen-
tata la disuguaglianza), ma, pur parzialmente liberalizzando, questi stati
si sono rifiutati d'introdurre politiche interamente liberiste.
Dunque, quello che ci hanno detto i sostenitori del libero mercato
- o, come sono spesso chiamati, gli economisti neoliberisti - nel migliore
dei casi è vero solo in parte, nel peggiore del tutto falso. Come mostrerò
in questo libro, le «verità» che spacciano gli ideologi sono basate su pre-
supposti superficiali e visioni ottuse, se non addirittura su tesi che favo-
riscono gli interessi personali. H mio scopo è dire alcune verità essenziali
sul capitalismo che i sostenitori del libero mercato non dicono.
Questo libro non è un manifesto anticapitalista. Criticare l'ideologia
del libero mercato non significa essere contro il capitalismo: malgrado i
suoi problemi e i suoi limiti, credo sia il migliore sistema economico che
l'umanità abbia inventato. La mia critica si rivolge alla sua particolare
versione che ha dominato il mondo negli ultimi trent'anni: il capitalismo
neoliberista. H capitalismo neoliberista non è l'unica via per gestire il ca-
pitalismo, e certamente non la migliore, come provano i risultati degli ul-
timi tre decenni. Questo libro mostra che esistono altre vie, altri modi e
che tali opzioni devono e possono essere perseguite.
Anche se la crisi del 2008 ci ha fatto mettere in seria discussione i cri-
teri con cui le nostre economie sono gestite, molte persone non si fanno
troppe domande in proposito, perché la ritengono una materia inac-
cessibile ai non esperti. E senza dubbio lo è, ma fino a un ceno punto.
Per dare risposte precise, in effetti, occorrono conoscenze su molti ar-
gomenti tecnici, alcuni dei quali così complicati che anche gli esperti si
trovano in disaccordo fra loro. È naturale, dunque, che gran parte di noi
non abbia le conoscenze necessarie per imparare tutti i dettagli tecnici
e pronunciarsi sull'efficacia del TARP (Troubled Asset Relief Program),1
sulla necessità del G20, sull'opportunità della nazionalizzazione delle
banche o sui giusti livelli di remunerazione dei manager. E quando si
passa a questioni come la povertà in Africa, il funzionamento dell'Orga-
nizzazione mondiale del commercio (WTO) o le norme sull'adeguatezza
patrimoniale stabilite dalla Banca dei regolamenti internazionali, mol-
tissimi si perdono completamente.

Gran parte delle nostre discussioni sulla politica economica del governo, e sui conflitti sociali che nascono dalle crisi, girano intorno a questi temi, e se Marx ha colto la fase primigenia di questo sviluppo capitalistico, qui siamo in una fase avanzata, che prospetta nuovi problemi e nuove ragioni per le quali la forbice della diseguaglianza può allargarsi o restringersi per effetto delle politiche sociali che i governi sanno o possono mettere in campo. Bellissimo è il discorso sulla deindustrializzazione apparente, che espelle lavoratori dalle fabbriche, per effetto dell'aumento di produttività, che che nel contempo, riesce a mantenere valori apprezzabili di produzione e prodotto. O l'altra considerazione, che senza il mantenimento di un grado adeguato di produzione industriale, non si può vivere di soli servizi, che poi è quello che sta capitando da noi in Italia.
Nel libro troverete infiniti altri spunti, per i quali ogni capitolo meriterebbe una discussione, perché si potrebbe essere anche parzialmente d'accordo con alcune sue enunciazioni. Ma nel complesso è un libro che riordina i pensieri della mente dopo che questa è stata offuscata, scombinata, e distorta da propagandisti interessati o da pubblicisti ignoranti quanto non mai.

Comperatevelo e leggetevelo, e troverete molte delle risposte che state cercando.

Questa non vuole essere una pubblicità diretta o indiretta a questo libro, ma una semplice recensione ad un testo che sta chiarendo le mie idee sulla natura ideologico-politica dei tempi in cui viviamo.

Dopo Marx, Kant, Popper e altri, penso che questo sia un testo chiave della mia formazione perché i fatti descritti li riconosco come valori confrontabili con la mia esperienza e con il frutto delle mie riflessioni.

Grazie per l'ascolto.
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Messaggio Da Guya Ven 03 Mag 2013, 11:31

einrix ha scritto:Sempre sugli stessi argomenti, proprio questa mattina mi sono accorto che Laterza sta pubblicando una collana speciale con la finalità di chiarire molti di quei concetti che ho esposto nel libro di Ha Joon Chang.

E così ho comperato sia
- La ricchezza avvantaggia tutti [FALSO] di Z. Bauman 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo 9788858106525
- Non ci possiamo permettere lo stato sociale [FALSO] di F. Rampini 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo 9788842095026
ma ve ne sono altri su altri temi controversi.

Forse non è la sezione giusta questa, prendendo quasi la piega di un :Consigli per la lettura

E converrà magari trovargli uno spazio più consono. Mi affido al buon senso di chi gestisce il Forum
Grazie.

ok lo sposto in Spazio Free - Racconti
titolandolo "Consigli di lettura" qua --> http://areaforum.forumattivo.it/t174-consigli-di-lettura
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Messaggio Da cciappas Ven 03 Mag 2013, 12:18

sto leggendo il libro delle 23 cose sul capitalismo,., e leggerò anche gli altri...

ciò che mi sorprende è qiesta fioritura di titoli non allineati dopo decenni di alleluya per il liberismo selvaggio.

cciappas

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Messaggio Da einrix Ven 03 Mag 2013, 14:20

cciappas ha scritto:sto leggendo il libro delle 23 cose sul capitalismo,., e leggerò anche gli altri...

ciò che mi sorprende è qiesta fioritura di titoli non allineati dopo decenni di alleluya per il liberismo selvaggio.

Sorprende felicemente anche me. Ho sempre intuito quei problemi e che dietro ci fossero un sacco di malintesi, sta di fatto che era difficile argomentare su quegli stessi temi con la bravura di un professionista come Ha Joon Chang. Tra l'altro lui viene da un mondo, la Corea, che ha subito quel processo accelerato non spiegabile in altri modi, e che deve aver confuso meno le sue idee.

Se si lascia perdere per un po il significato storico politico di comunismo, come si può non constatare che il novanta per cento delle risorse di un paese sono in comune, leggi e cultura comprese. Eppure, pur vestendo alla moda, e manifestando gusti diffusissimi, ognuno pensa di essere un unicum. Si, molto all'estremo è così, ma poi il detto "voi eulopei tutti uguali, noi cinesi tutti diversi", fa capire che è vero solo perché distrattamente ci crediamo, o come in questo caso, equivochiamo a bell'e a posta.

Se poi si va al significato storico, occorre decidere se parliamo di filosofia o di storia. Marx parlava di diritti e di capitalismo nel secolo dei padroni delle ferriere, ed in quello stesso secolo, si è fatta la rivoluzione in Russia, e se non fosse stato per la fondazione di un partito comunista che poi ha portato la dittatura (che eufemisticamente si chiama del proletariato), lo sviluppo capitalistico ci sarebbe stato lo stesso, perché era una esigenza ineliminabile, in quella fase storica. Marcuse stesso parla di Capitalismo come di invariante rispetto ai sistemi sociali. Tant'è che il capitalismo si adatta ad essere di stato come di privati senza alcuna remora. E allora, quello che conta, semmai è vedere qual'è la serie di rapporti che vi sono tra gli esseri umani che vivono in una determinata area geografica, e che poi assumono il ruolo di padroni, di schiavi, o di ricchi capitalisti o servi, operai, e così via. E tutto ciò, in qualunque epoca storica si viva.

Ecco perché oggi, vinte le lotte sui diritti, e irrobustite le tutele per l'istruzione, la salute, la previdenza, le protezioni sociali, in un clima che appare di deindustrializzazione, di fioritura di servizi, certi discorsi si sintetizzano in quei ventitrè capitoli, o nei testi di Baum e Rampini.

E se questi sono autori che disvelano sul piano della economia certi meccanismi per favorire talune classi, piuttosto che altre, dato che le classi anche se confuse, ci sono ancora, Popper analizzava da suo punto di vista quali quadri istituzionali servivano meglio allo scopo dello sviluppo di società complesse, che da un capitalismo primitivo passassero ad una fase in cui il capitalismo divenisse maturo. E disegna sull'equilibrio dei poteri istituzionali la sua società aperta, indicandone pure i nemici. E quello stesso tema, continua a valere, qualunque siano le complessità in cui si fraziona l'umanità, perché sostiene come tutte quelle istanze, rappresentate da qualche forma di espressione politica, debbano pur sempre trovare un accordo di collaborazione, perché l'alternativa, che c'è sempre, è il conflitto.

E se uno cerca le ragioni di quei principi che contrappongono la scelta della collaborazione al conflitto, allora deve leggersi Il gene egoista di "Richard Dawkins" che spiega bene quali meccanismi darwiniani si instaurano in natura, da cui la sociologia può anche trarre qualche emblematico insegnamento.

http://www.ibs.it/code/9788804393184/dawkins-richard/gene-egoista.html
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Messaggio Da einrix Ven 03 Mag 2013, 14:25

Guya ha scritto:

ok lo sposto in Spazio Free - Racconti
titolandolo "Consigli di lettura" qua --> http://areaforum.forumattivo.it/t174-consigli-di-lettura

Grazie Guya. 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo 4149909871
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Messaggio Da Vargas Ven 03 Mag 2013, 16:20

Caro Cciappas, il capitalismo ha molte brutte, fors'anche orribili cose, e alcuni pregi, ammettiamolo, tra le quali un'insopprimibile tensione verso la libertà che non è tale perché i capitalisti o chi li segue siano santi, ma perché alla lunga il mercato fa emergere quello che la gente vuole, nonostante i tentativi di indirizzarlo. Io perciò non mi meraviglio del fiorire di libri non allineati, ne vedremo altri. Per fortuna.
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Messaggio Da Ospite Ven 03 Mag 2013, 16:34

Vargas ha scritto:Caro Cciappas, il capitalismo ha molte brutte, fors'anche orribili cose, e alcuni pregi, ammettiamolo, tra le quali un'insopprimibile tensione verso la libertà che non è tale perché i capitalisti o chi li segue siano santi, ma perché alla lunga il mercato fa emergere quello che la gente vuole, nonostante i tentativi di indirizzarlo. Io perciò non mi meraviglio del fiorire di libri non allineati, ne vedremo altri. Per fortuna.
dubito che dal mercato emerga quello che la gente vuole, in quanto il mercato è daminato dal lato "offerta" e quindi, al più, da esso emerge il miglior produttore(in senso non sempre riferito alla qualità del prodotto).
Il merito del capitalismo è stato storicamente quello di massimizzare le capacità produttive, processo giunto praticamente al culmine con conseguente finanzarizzazione e - con la crisi di questa - l'attuale incertezza e regressione.
Forse a questa fase storica son dovuti i primi (deboli) tentativi di riflessione critica testimoniati da quei libri.

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Messaggio Da cciappas Ven 03 Mag 2013, 18:33

Vargas ha scritto:Caro Cciappas, il capitalismo ha molte brutte, fors'anche orribili cose, e alcuni pregi, ammettiamolo, tra le quali un'insopprimibile tensione verso la libertà che non è tale perché i capitalisti o chi li segue siano santi, ma perché alla lunga il mercato fa emergere quello che la gente vuole, nonostante i tentativi di indirizzarlo. Io perciò non mi meraviglio del fiorire di libri non allineati, ne vedremo altri. Per fortuna.

nel capitalismo non vedo nessuna tensione verso la libertà... o almeno non per tutti...

il capitalismo di stato ha già creato molte dittature... e sempre il capitalismo ha creato disoccupazione, precariato e tanti casi Bophal più o meno gravi..

io ho sempre detto del le aziende devono avere gli stessi diritti e gli stessi doveri degli uomini,, cosi come gli uomini non possono rubare ne ad altri ne alle aziende , neppure queste debbono poter rubare agli uomini il diritto di sopravvivere con dignità-.

e l'unica autorità che può impedire simili furti è la politica non corrotta.

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Messaggio Da Vargas Ven 03 Mag 2013, 18:44

Non hai torto, Cciappas, anche se io ho sottolineato solo uno dei tanti aspetti del capitalismo.
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Messaggio Da einrix Ven 03 Mag 2013, 19:57

Il capitalismo, se astraiamo dai capitalisti come li abbiamo conosciuti, fossero essi privati o statalisti, non è nient'altro che grandi somme di denaro finalizzate alla costruzione di industrie manifatturiere o grandi opere.

Possiamo dire che le grandi opere (il taglio del Canale di Suez, o la diga di Assuan), le fabbriche tessili, le acciaierie, le fabbriche chimiche, le manifatture di beni come le lavatrici, le cucine a gas, i frigoriferi, siano mostri?

Quello è puro capitalismo, dalla tipologia dell'investimento, ai processi industriali che vengono generati e che cambiano continuamente sempre alla ricerca della massima ottimizzazione dei fattori produttivi, e della qualità del prodotto.

Per i processi industriali passiamo dalla catena rigida alle isole di montaggio, o alla completa automazione delle lavorazioni, dei trasporti e dei montaggi. E per ogni progresso in quel campo, mutano anche i rapporti tra chi è padrone dell'impresa e chi dentro vi lavora in funzione dei cicli. Ci sono anche manifatture cooperative, o infinite piccole imprese che hanno il nucleo nella famiglia.

Sono anni che intendo il capitalismo in termini generali e non storici - salvo non parlare di storia - perché vi è più di una forma capitalistica che coesiste in questo nostro mondo, anche se nei paesi sviluppati, ormai non sono più quelle della fine del settecento. Oggi semmai, quel capitalismo di un tempo, da padrone delle ferriere, si è trasformato in capitalismo finanziario senza volto che produce i suoi disastri, non sfruttando direttamente l'operaio, ma tenendo quei capitali pronti per quando maturino le crisi valutarie legate ai cambi o al finanziamento del debito di paesi che hanno ecceduto, e perciò sono deboli abbastanza per essere depredati.
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