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Un articolo di Rodota'

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Messaggio Da Lara Sab 05 Ott 2013, 14:14

L’Agenda politica che serve al paese
 
di Stefano Rodotà

Stiamo vivendo il grado zero della politica. E in questo vuoto di politica rischia di precipitare l’intera società italiana, sì che diventa sempre più evidente che solo una riflessione severa può consentirci di non rimanere impigliati in aggiustamenti mediocri che finirebbero inevitabilmente con il peggiorare la situazione.

Dobbiamo prendere atto che si è corso un azzardo politico, e ora ne stiamo pagando il prezzo, prevedibile e elevatissimo. Era nato un governo fin dall’inizio prigioniero delle smanie di un autocrate, come ormai riconoscono i suoi stessi seguaci. E le costrizioni imposte all’azione del Governo sono state rese ben evidenti da due semplici fatti. Lo stallo infinito intorno alla questione dell’Imu, imposto dalla volontà di soddisfare una promessa elettorale di Berlusconi, mentre svanivano quelle del Pd. L’impossibilità di affrontare il nodo della riforma della legge elettorale, malgrado le ripetute sollecitazioni del Presidente della Repubblica, che era giunto fino a farne una delle ragioni costitutive del nuovo Governo e della maggioranza delle larghe intese.

Tutto questo è avvenuto in un contesto ben più insidioso, fatto di fibrillazioni continue che hanno privato la politica di ogni orizzonte temporale e di senso. Fin dal primo momento, il Governo Letta è stato oggetto di continue, insistenti sollecitazioni da parte dell’infedele alleato di governo, che rattrappiva le “larghe” intese in una quasi quotidiana negoziazione, che imponeva le questioni prioritarie, fissava paletti, con una pressione che assumeva spesso le sembianze del ricatto. Mentre l’orizzonte apparente era quello di diciotto mesi, del cosiddetto “cronoprogramma”, quello reale si rivelava sempre più angusto. Settimane prima, giornate poi, fino a giungere alle indegne vicende dell’ultima fase, quando ci si è ridotti ad interrogarsi di ora in ora sulla possibile sopravvivenza del governo. Di fronte ad una situazione così drammatica il Pd ha mostrato una gran debolezza, considerando come unico e supremo bene il solo fatto che il Governo riuscisse a durare.

In questo modo la politica è stata privata di ogni significato, ridotta a pura schermaglia, ha rivelato una trama sempre più misera, intessuta di illegittimi interessi personali, con aggressioni a chiunque, persino nella maggioranza o nello stesso Governo, cercava di introdurre qualche barlume di ragione, di aprire qualche spiraglio verso una più larga comprensione delle questioni reali. Già pesantemente insidiata da una sostanziale sottomissione all’economia e ai suoi diktat, la politica è stata così immersa in un presente senza prospettive, nell’affanno di emergenze di cui non si coglieva più il significato.

Questo dissolversi della politica ha finito con l’incarnare un estremo paradosso. Una politica governativa fragile fino all’inesistenza si è aggrappata ad una immaginaria grande politica costituzionale. Poiché questa ha bisogno di tempi più lunghi di quelli scanditi dagli affanni del giorno per giorno, si è pensato che in tal modo il Governo avesse contratto una sorta di assicurazione sulla vita. E invece si è di fronte ad una stanca coazione a ripetere, al tentativo di un intero ceto politico ormai in confusione di scaricare tutte le responsabilità della situazione presente sulla Costituzione. Un diversivo divenuto pericoloso, poiché una seria politica costituzionale può nascere solo da una adeguata riflessione della politica su se stessa. Mancando questa riflessione, divenuta la politica ufficiale sempre più regolamento di conti all’interno di oligarchie, era inevitabile che la riforma costituzionale assumesse un marcato carattere strumentale, rivelasse la sua natura congiunturale. Da qui la manipolazione delle regole di garanzia indicate dalla Costituzione, da qui la tentazione d’ogni regime debole di cercare una via d’uscita in un accentramento del potere.

A questo punto una conclusione sembrerebbe obbligata. Un minimo di moralità politica, direi quasi un comune senso del pudore, imporrebbe di non nominare più, in un momento così delicato, i cambiamenti costituzionali, per i quali mancano le condizioni essenziali: un comune sentire dei soggetti politici che a ciò s’impegnano e una loro piena legittimazione. È del tutto palese, invece, che le forze politiche sono divise su tutto, sono prive di vera cultura costituzionale, sono oggetto di una ripulsa da parte dei cittadini, impietosamente confermata da tutte le rilevazioni demoscopiche, che collocano al di sotto del cinque per cento la fiducia nei confronti di partiti e Parlamento.

Se davvero si volesse cominciare la ricostruzione di un circuito di fiducia tra istituzioni e cittadini, restituendo a questi ultimi una vera “agibilità politica”, la riforma elettorale dovrebbe uscire dalle ipocrisie e dalle convenienze, e divenire la vera emergenza da affrontare subito. Per fare questo passo, indispensabile per riportare il nostro sistema politico alla legalità costituzionale, servono senza dubbio coraggio e fantasia politica. Virtù perdute, in un paese che coltiva con delizia lo “stato di necessità”, come alibi permanente per non fronteggiare in modo adeguato i veri problemi e per sottrarsi all’obbligo di restituire alla politica visione e orizzonti larghi.

La politica non è morta, ma rischia di essere coltivata fuori dai luoghi istituzionali. Da molte parti vengono proposte precise per costruire un’agenda politica che colga i dati di realtà e guardi al futuro. Ricordo solo alcune parole. Lavoro, considerato fondamento della democrazia come vuole l’articolo 1 della Costituzione, al quale guardare anche nella prospettiva di una riforma complessiva del sistema delle tutele, considerando le proposte tutt’altro che eversive sull’introduzione di forme di reddito garantito. Europa, come spazio della politica e non della sola economia, dunque non amputato della sua Carta dei diritti fondamentali. Beni comuni, che evocano le questioni concretissime del regime giuridico della rete telefonica, di servizi idrici rispettosi dei risultati dei referendum del 2011, della conoscenza in rete di cui non può impadronirsi l’Agicom. Diritti civili, che tanto hanno giovato ad Angela Merkel, con aperture sulle quali dovrebbero meditare tanti politici che si dicono cattolici. Iniziativa legislativa popolare, come canale effettivo di comunicazione tra cittadini e istituzioni. Eguaglianza soprattutto, di fronte a 14 milioni di poveri, quasi il 22% della popolazione. Utopie concrete, da coltivare, se si vogliono evitare i rischi di un passaggio dalla disaffezione per la politica alla rottura della coesione sociale.
 
3 ottobre 2013
 
http://temi.repubblica.it/micromega-online/lagenda-politica-che-serve-al-paese/
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Messaggio Da einrix Dom 06 Ott 2013, 20:29

Insomma, ci ha detto che dobbiamo tenerci il bicamenralismo perfetto e non possiamo neppure rivedere il Titolo V che sta dando tanto filo da torcere per tutte le controversie che solleva tra regioni e Governo centrale.

No, non sono d'accordo. Queste riforme, meglio farle, e se poi si può tagliare il numero dei parlamentari, non ho nulla da obiettare.

Sulla legge elettorale voglio che il premio di maggioranza non permetta ad un partito che prende una manciata di voti, di avere una maggioranza. Ci vuole almeno un cuorum che vada oltre il 40%, per evitare quello che già come storia abbiamo vissuto.
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Messaggio Da Bastiano.B.Bucci Lun 07 Ott 2013, 00:28

Scusa mi dici dove le hai lette queste cose?
Lo stesso titolo V è nato, come ben ricorderai, da modifiche frettolose applicate senza attente analisi sull'onda di parole d'ordine che ponevano inusitatamente gli enti che compongono una Nazione tutti sullo stesso piano, sulla base del principio di "sussidiarietà" Come se manutenere una panchina fosse lo stesso che decidere dei diritti elementari dei cittadini.
Sono esattamente lo stesso tipo di interventi che si auspicano ora, a partire dalla emergenza, decisi senza alcuna partecipazione popolare: Una commissione di "saggi" che non compare in nessuna procedura costituzionale, che dovrebbe suggerire ad un governo, in vita contro l'intera volontà popolare, con un parlamento di nominati, sulla base di una legge elettorale anticostituzionale, come modificare la carta istitutiva della nostra Repubblica.
Non so se ti rendi conto dell'enormità della cosa. Le riforme che tu ritieni impellenti non risolverebbero alcuno dei problemi attuali, e non cambierebbero di una virgola l'"efficienza" della politica, ma soprattutto, dopo aver atteso per tanti anni, non verrebbero vanificate da qualche mese di riflessione nel rispetto delle normali procedure democratiche.
L'unica reale impellenza sarebbe una legge elettorale democratica.

Le riforme si possono certo fare, la Costituzione si può modificare (l'art. 138 serve a questo), ma non possono nascere da contingenze e necessità politiche "impellenti" e soprattutto non senza una volontà popolare cosciente ed informata.
Zagrebelsky dice che le Costituzioni vengono scritte nei momenti in cui in popoli sono sobri per valere nei momenti in cui sono ebbri. 
Le Costituzioni le debbono scrivere o riscrivere i rivoluzionari, non i potenti, che le userebbero certo per puntellare i loro traballanti poteri. Proprio come si sta cercando di fare ora.

Per uomini di sinistra su questi principi non dovrebbero neanche esserci discussioni di sorta. Ma come diceva qualcuno (Gaber?) non ho paura  di Berlusconi, ma del Berlusconi che è in me. Ed in chi sta facendo queste operazioni di Berlusconi ce n'è davvero tanto... troppo.
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Messaggio Da cireno Lun 07 Ott 2013, 06:45

Grazie Bastiano di aver peceduto con queste parole

 Una commissione di "saggi" che non compare in nessuna procedura costituzionale, che dovrebbe suggerire ad un governo, in vita contro l'intera volontà popolare, con un parlamento di nominati, sulla base di una legge elettorale anticostituzionale, come modificare la carta istitutiva della nostra Repubblica.


il mio pensiero. Però qualcosa si dovrà fare per modificare, o meglio ammodernare, questa Costituzione, in certi articoli che sembrano superati dai tempi. E allora in questo caso sarebbe valso il principio che ha spinto Trotzskij a pensare ai Soviet, cioè comitati di cittadini scelti a caso per estrazione, per stabilire come modificare quei certi articoli. Sarebbe stata una cosa così difficile da pensare e attuare? Ma che mi frega di quel comitato di saggi, basta con i saggi, i veri saggi siamo noi che viviamo una vita normale,
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Messaggio Da einrix Lun 07 Ott 2013, 08:53

Quando si dice che non si deve modificare la Costituzione, nonostante gli evidenti difetti che ho fatto presente sopra, si è più che conservatori.
E qui si dice che la Costituzione non deve essere cambiata perché, bla, bla.
Morale: Rodotà ha solo allungato il brodo, scrivendo una pagina.
Quello che lui voleva dire era semplicemente: La Costituzione non deve essere cambiata, e per me sbaglia di grosso.
 
I Saggi? Sono stati un escamotage per evitare il logorio della vita parlamentare, che avrebbe impedito un qualsiasi ragionamento costruttivo. Senza contare i giovani imbecilli che senza un mestiere, si sono imbucati in Parlamento. Avrebbero fatto solo Tweet o FaceBook, come Rimi.
 
Le proposte dei Saggi, sono già arrivate. Adesso anche i giovani imbecilli possono partire da qualche cosa di concreto, ed alla fine, sarà pur sempre il popolo bue che potrà dire la sua con un referendum.
 
O volevate che fosse il popolo bue che scrivesse le modifiche, che i giovani imbecilli le mettessero in bella e che nel frattempo i saggi fossero invitati a sciare sul ghiacciaio del Bianco, per tenerli in qualche modo in frigorifero?
 
Anche io ho allungato il brodo.
Ripeto: via il bicameralismo perfetto, riduzione dei parlamentari come optional, e correzione Titolo V.
Col referendum popolare poi valuterò se il Parlamento avrà fatto un buon lavoro oppure no. Altro che i Saggi.
 
Sulle altre parti, come il Semi-Presidenzialismo non sono troppo d'accordo. Basta vedere in Francia quanta coabitazione hanno fatto, oppure come negli USA viene tenuto legato un Presidente Obama quando non abbia la sua maggioranza (anche lui al Senato). Cosa cambia da una Germania che adotta da decenni le Grosse Koalition, o l'Italia che fa i governi tecnici (Ciampi, Amato, Monti) o quelli alla Enrico Letta. Ognuno trova un modo, nell'ambito della propria legislazione costituzionale per continuare a tirare avanti.

Altro è il fatto che un popolo come il nostro, sia sull'orlo della nevrosi da due decenni, ormai, e che qualunque cosa faccia, si avviti sempre di più nella malattia, non capendo che ne può venire fuori se anziché tenere la gente in cassa integrazione, o disoccupata, la manda a lavorare.

Un popolo di vagabondi o di incapaci di intraprendere lavori utili, non sarà mai felice.
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Messaggio Da einrix Lun 07 Ott 2013, 09:04

Sulla legge elettorale, dichiaro la mia indifferenza rispetto a quelle proporzionali con soglia al 5% o quelle maggioritarie con premio oltre il 40~45%. Ripristinerei l'obbligatorietà del voto, e multerei chi non vota, in base al proprio reddito, come fanno in Finlandia con gli automobilisti che non rispettano il codeice della strada.

La soglia del 5% serve a non far proliferare i partitino rompiscatole. Quella del 40~45% per evitare che con pochi voti si prendano maggioranze. E l'obbligatorietà del voto serve ad evitare che la gente poi dica che il Parlamento è deligittimato. Intanto facciano il loro dovere, e poi si vedrà.
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Messaggio Da cireno Lun 07 Ott 2013, 12:12

einrix ha scritto:Sulla legge elettorale, dichiaro la mia indifferenza rispetto a quelle proporzionali con soglia al 5% o quelle maggioritarie con premio oltre il 40~45%. Ripristinerei l'obbligatorietà del voto, e multerei chi non vota, in base al proprio reddito, come fanno in Finlandia con gli automobilisti che non rispettano il codeice della strada.

La soglia del 5% serve a non far proliferare i partitino rompiscatole. Quella del 40~45% per evitare che con pochi voti si prendano maggioranze. E l'obbligatorietà del voto serve ad evitare che la gente poi dica che il Parlamento è deligittimato. Intanto facciano il loro dovere, e poi si vedrà.
 Una vera democrazia non dovrebbe avere premi ne sbarramenti ne privilegi per i partiti più votati. Se si attua il proporzionale tutti hanno il diritto di presentare il loro micro-partitino alle elezioni e avere lo stesso spazio sui media che hanno i mega-partiti.
Altrimenti è democrazia aggiustata.
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Messaggio Da Vargas Lun 07 Ott 2013, 13:01

 

  1. Mi sembra che Rodotà, in questo coerente con il suo prestigioso curriculum, parta dalla considerazione che la politica debba recuperare il suo significato più alto e che occorrano grandi riforme, a cominciare da quella costituzionale. Poi, tuttavia, sembra contraddirsi, affermando che si «imporrebbe di non nominare più, in un momento così delicato, i cambiamenti costituzionali, per i quali mancano le condizioni essenziali». La politica deve occuparsi di temi ambiziosi, puntare a fare le grandi riforme, oppure deve astenersene perché inadeguata? Deve occuparsi di riforme costituzionali o solo di riforme istituzionali non di rango costituzionale? Deve occuparsi solo della riforma elettorale o nemmeno di quella? Non mi sono chiare in proposito le risposte di Rodotà.


  2. Giusta, ancorché per forza di cose sintetica, la ricostruzione degli ultimi mesi di attività politica del paese. Da non iscritto al Pd né ad alcun altro partito – mai, in tutta la mia vita – non sono però d’accordo con Rodotà quando dice che nell’ultima tragicomica fase, quella delle dimissioni poi rimangiate da Berlusconi e dai suoi, «il Pd ha mostrato una gran debolezza»: a mio avviso si può legittimamente imputare debolezza al Pd e in genere alla sinistra in varie fasi della politica degli ultimi anni, ma non, oggettivamente, in queste ultime settimane. Il Pd ha dichiarato di votare per la decadenza di Berlusconi in giunta e in aula e non mi risulta che abbia mai fatto marcia indietro, neanche quando sembrava che il ricatto del PdL andasse avanti, neanche quando Berlusconi ha fatto in modo da far cadere sul governo Letta la decisione dell’aumento dell’IVA proprio nelle ore di stallo in cui ufficialmente i ministri del centrodestra risultavano dimissionari.


  3. Incoerentemente con quanto detto in avvio, Rodotà critica la politica governativa perché «fragile fino all’inesistenza, si è aggrappata ad una immaginaria grande politica costituzionale»: a me sembra che la legislatura si fosse aperta proprio con l’annuncio della formazione di un governo indubbiamente debole, zoppo, basato su un fragile compromesso, ma che doveva garantire soprattutto il tentativo di portare a termine alcune riforme istituzionali. Si può discutere se si trattasse di una grande politica costituzionale o di una piccola riforma istituzionale, se fosse reale o immaginaria, ma che fosse questo il primo obiettivo del governo Letta e della fragile coalizione di maggioranza è un dato certo e non un aggiustamento dell’ultima ora, né «una sorta di assicurazione sulla vita» del governo stesso.


  4. «Una seria politica costituzionale può nascere solo da una adeguata riflessione della politica su se stessa»: frase molto bella, nobile e anche veritiera, ma che ha un difetto non piccolo: implica che la politica viva in una dimensione di sospensione temporale dall’urgenza del presente, che possa isolarsi dalle esigenze quotidiane di gestione per chiudersi in un’autoreferenziale speculazione intellettuale. Sappiamo che non è così, e allora delle due l’una: o la politica – ovvero i parlamentari, i membri del governo e delle altre istituzioni, nonché i partiti – dovrà studiare le riforme contemporaneamente all’adempimento delle altre funzioni, o dovrà delegare lo studio delle riforme stesse a soggetti esterni: commissioni, saggi, mondo accademico.  


  5. Non è chiaro per quale delle due strade propenda Rodotà: da un lato, sembra voler escludere la politica dal compito di fare le riforme, perché «le forze politiche sono divise su tutto, sono prive di vera cultura costituzionale, sono oggetto di una ripulsa da parte dei cittadini». Dall’altro, afferma che «se davvero si volesse cominciare la ricostruzione di un circuito di fiducia tra istituzioni e cittadini, restituendo a questi ultimi una vera “agibilità politica”, la riforma elettorale dovrebbe uscire dalle ipocrisie e dalle convenienze e divenire la vera emergenza da affrontare subito». Ora, a parte la separazione a mio avviso artificiosa tra riforme costituzionali e altre riforme istituzionali di carattere non costituzionale, qual è la legge elettorale, non si capisce come possano i cittadini riprendere agibilità politica, in una democrazia, se non votando nuovi rappresentanti: e allora chi ci garantisce che azzerando la politica i nuovi rappresentanti siano per miracolo migliori di quelli di ieri, siano tutti puri, onesti e allo stesso tempo capaci, avendo quasi per decreto divino quel «coraggio e fantasia politica» che questi di oggi non hanno? Io non credo in una separazione stagna tra cittadini e politici, credo che vi sia un’osmosi continua e che i politici siano espressione della cultura prevalente nel paese, sebbene in parte contribuiscano a loro volta a crearla. Illudersi, come fanno alcuni del Movimento cinque stelle, che l’elettorato abbia mantenuto in questi anni un’innocenza tradita dai politici e che basti restituirgli protagonismo perché d’incanto la politica ne emerga emendata è un errore grave. mi sembra che su questo punto importante l’articolo di Rodotà non dia risposte.


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Messaggio Da Vargas Lun 07 Ott 2013, 15:07


Quale testo di Popper stai rileggendo, Cireno? Così magari ci confrontiamo.
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Messaggio Da cireno Lun 07 Ott 2013, 15:15

Hegel e Marx, falsi profeti
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Messaggio Da Vargas Lun 07 Ott 2013, 15:17


Bene. Lo cerco nella mia biblioteca.

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Messaggio Da einrix Lun 07 Ott 2013, 18:25

Hegel e Marx falsi profeti, é il secondo volume de «La società aperta e i suoi nemici»- Armando Editore.

Il primo volume è sottotitolato : Platone Totalitario

Innumerevoli sono gli elogi che Popper fa a Marx. E' Hegel il suo vero bersaglio.
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Messaggio Da cireno Lun 07 Ott 2013, 18:31

Ora che einrix me lo ricorda dovrei avere anche il primo volume, che credo di non avere mai nemmeno aperto. Cercherò
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Messaggio Da Vargas Lun 07 Ott 2013, 18:45

Ehi, detto con affetto, ma per chi mi avete preso, amici? Conosco La società aperta di Popper. Chiedevo solo che cosa stesse leggendo Cireno per rivedermelo. Un articolo di Rodota' 780668378 
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Messaggio Da cireno Lun 07 Ott 2013, 19:42

Vargas ha scritto:Ehi, detto con affetto, ma per chi mi avete preso, amici? Conosco La società aperta di Popper. Chiedevo solo che cosa stesse leggendo Cireno per rivedermelo. Un articolo di Rodota' 780668378 
ehi, io so chi sei: un mio carissimo amico romanista che scrive racconti bellissimi, che ha un difettino che ssprime quando scrive che Totti ha "mirato" in una selva di gambe calciando di esterno destro: una roba da mago silvan. Diciamo che ci ha tirato, perchè è un campione, e gli è andata bene, come gli è andata bene a Chiellini contro il Milan e male a Guarin contro la Roma.
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Messaggio Da Lara Lun 07 Ott 2013, 22:24

Ora, per quanto si possa essere stufi del bicameralismo perfetto, per quanto un migliaio di rappresentanti popolari siano decisamente troppi, e la centralità del parlamento possa essere utilmente mitigata dall’indicazione del premier, tutte queste, sono cose squisitamente accademiche e fondative, da rifinire nel corso del tempo, con la lucidità e la passione di padri costituenti per le generazioni future.
Ma, a parte qualche spicciolo di risparmio sul mantenimento del nostro mastodonte parlamentare, non spostano di una virgola l’efficacia della rappresentatività, legata invece alla legge elettorale.
Quel che si afferma in questi giorni, da parte di coloro schierati a difesa della Costituzione, è che parlamentari eletti con questo simulacro di nominificio partitico, comitati esterni allo stesso parlamento, una classe politica votata da tempo alla delegittimazione incrociata tra poteri dello stato, tutto può fare, fuorchè metter mano alla Costituzione, per di più aggirando le procedure previste dalla stessa Costituzione per le sue modifiche.  E’ come quando l’avvocato Ghedini corre in tribunale dopo essersi fabbricato la legge che depenalizza il falso in bilancio o aver accorciato la prescrizione per il reato del suo imputato.
Il conflitto di interessi tra questa classe politica e la modifica della legge elettorale salta agli occhi, come salta agli occhi il difetto di requisiti per il ruolo di costituenti, il cui modello orginale fu eletto in apposita Assemblea con voto popolare.
A riprova che tutto questo agitarsi per le riforme costituzionali non produce nulla sul piano della vera azione politica, è il grande entusiasmo con il quale tutti vogliono dedicarcisi. Non partorirà un solo euro di tasse in più, c’è il caso che si riesca a squilibrare il sistema a danno della magistratura, i parlamentari tagliati riguarderanno solo i parlamenti futuri, e comunque di cariche politiche ce ne è sempre una miriade, sparsa tra Regioni, Province ed enti inutili. L’importante è animare un dibattito che rinculi sempre più dalle decisioni necessarie in campo economico. 
Quello che fa paura è questo giocare con il fuoco. L’architettura istituzionale come alibi per rappresentare un programma di governo condiviso, laddove la condivisione è assente per tutto il resto.  L’antitesi socio-economica personificata dai due principali partners di governo dovrebbe camuffarsi dietro la comune volontà di metter mano alle riforme istituzionali, che è quanto di più spregiudicato si possa concepire in termini di avventurismo costituzionale. Perché certi interessi si riverberano  in modo pesante sugli equilibri dei meccanismi istituzionali, tanto da suggerire che la trattazione e l’approvazione di certi testi vadano concordati con vaste maggioranze, tempi lunghi, e controprove referendarie.
Qualcuno ha sostenuto che è un bene sottrarre certi temi al parlamento e alle sue lungaggini, evocando quella sorta di spregiativa considerazione mussoliniana per i  “ludi cartacei”.  Non c’è niente di improvvisato e niente di superfluo nella democrazia  ben regolata, come non c’è in nessun gioco seriamente praticato.
Solo i dilettanti si meravigliano delle ammonizioni e delle squalifiche.
Non è la prima volta che si gioca ai massimi sistemi per nascondere il deserto di più piccole e certe intenzioni. Dalla Bicamerale al Comitato dei saggi sono passati vent’anni, qualcuno ha pure pensato di essere avanzato nel dibattito politico-istituzionale.
Peccato per quegli impietosi dati macroeconomici che parlano di arretramento epocale, e di sfaldamento della coesione sociale.
Difendere la Costituzione da ulteriori aggressioni è anche solo un modo di rifiutare che si parli d’altro, che la si strumentalizzi come diversivo e parafulmine di ben altre impotenze.
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Messaggio Da Rom Mar 08 Ott 2013, 01:19

Vargas ha scritto:«Una seria politica costituzionale può nascere solo da una adeguata riflessione della politica su se stessa»: frase molto bella, nobile e anche veritiera, ma che ha un difetto non piccolo: implica che la politica viva in una dimensione di sospensione temporale dall’urgenza del presente, che possa isolarsi dalle esigenze quotidiane di gestione per chiudersi in un’autoreferenziale speculazione intellettuale.
Non so perché i tuoi messaggi compaiono, almeno sul mio pc, in caratteri microscopici, che non cambiano nemmeno nella mia risposta e anzi generano fenomeni di schizofrenia, come questo corsivo che non riesco ad eliminare.

Concordo con Rodotà: la politica ha bisogno di riflettere su se stessa, specialmente quando ha l'ambizione di attingere a una fase costituente.
Le esigenze dell'attualità, che giustamente richiami, non possono essere considerate come un ostacolo, a patto naturalmente che la politica non si riduca alla sequenza elezioni-governo (o opposizione) - ossia, che i partiti non siano cartelli elettorali, ma siano invece sede di collegamento con la società, non solo per il rapporto generico tra cittadini e politica, ma anche per quello più specifico tra cultura e politica. Una sede permanente, che non aspetta l'avvento di una necessità, di una scadenza, per riflettere ed elaborare idee sui grandi temi istituzionali e sui fenomeni sociali.
Credo che questo sia il concetto sotteso alle parole di Rodotà.
Rom
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Messaggio Da Vargas Mar 08 Ott 2013, 06:56


Mi spiace, Rom, io sto scrivendo con grandezza dei caratteri 18, non so perché ti succede quello che segnali: sei l'unico o succede anche ad altri? Che cosa sbaglio nell'impostazione grafica?
Quello che tu dici è giusto, ma - scusami, da suo ammiratore - non è affatto quel che sostiene Rodotà: o meglio, Rodotà lo afferma in un primo momento (la politica deve riflettere su se stessa), salvo poi delegittimarla, affermare che non ne sarebbe capace, che è meglio a questo punto dimenticarsi l'orizzonte dei grandi temi. Che poi è quello che ribadisce Lara, criticando questo simulacro di nominificio partitico e ritenendolo non titolato a metter mano alle architetture costituzionali. Tutto bene, potrei essere, o meglio sono, d'accordo. Ma poi? Chi deciderà quand'è che la politica ha recuperato la sua innocenza ed è tornata in grado di dedicarsi alle grandi riforme? Se non ha diritto di farle adesso, né in prima persona né affidandosi a comitati e saggi vari, la prossima rappresentanza politica nascerà con lo stesso peccato originario di questa attuale, per come la vedo io. Oppure sarà migliore perché avranno vinto quelli che piacciono a me, o a te, o a Lara, o a Cireno, o a Stefano Folli, o a Giuliano Ferrara, o a Marco Travaglio, o a Cesare Prandelli? Su quali basi potremo dirlo? Non sarebbe una politica figlia dello stesso popolo? Oppure basterà una manifestazione in piazza il 12 ottobre, un urlo di Grillo, uno sberleffo a Renzi, per cancellare d'incanto decenni di lobotomizzazione televisiva (non sono mie parole, io non ci credo fino in fondo), di cultura della play station e del nintendo, di facebook e twitter? All'improvviso saremo tutti figli di profonde dissertazioni su Popper e Adorno? Fatemi capire. 
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Messaggio Da cireno Mar 08 Ott 2013, 07:20

il tuo ultimo post è assolutamente leggibile, quelli di prima no.

Popper ha scritto:-

-diventai marxista mel 1915, all'età di 13 anni, e antimarxista nel 1919, quando ne avevo 17. Ma rimasi socialista fino ai 30 anni, sebbene nutrissi dubbi crescenti sulla possibilità di vedere associati libertà e socialismo.

questa è una frase (poi ne seguono altre) che immediatamente solleva la mia reazione: di che libertà parla Popper? ma quando ha scritto ste parole aveva capito bene cosa fosse la libertà nel senso vero del termine?
Io ho dei dubbi.
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Messaggio Da Rom Mar 08 Ott 2013, 10:20

Vargas ha scritto:
Mi spiace, Rom, io sto scrivendo con grandezza dei caratteri 18, non so perché ti succede quello che segnali: sei l'unico o succede anche ad altri? Che cosa sbaglio nell'impostazione grafica?
Quello che tu dici è giusto, ma - scusami, da suo ammiratore - non è affatto quel che sostiene Rodotà: o meglio, Rodotà lo afferma in un primo momento (la politica deve riflettere su se stessa), salvo poi delegittimarla, affermare che non ne sarebbe capace, che è meglio a questo punto dimenticarsi l'orizzonte dei grandi temi.
Anche questo tuo post, che leggendolo è stavolta di dimensioni normali, quando lo quoto mi compare in caratteri microscopici, preceduto e seguito dalla dicitura-codice e , e i caratteri piccoli rimangono anche nel testo scritto da me, immodificabili.

La questione mi sembra semplice: la politica dovrebbe riflettere su se stessa, ma non è capace di farlo, in quanto questa politica è diventata un'altra cosa rispetto a ciò che dovrebbe essere.
Certamente, una volta preso atto di questo, ne conseguono i dilemmi che tu metti in evidenza.
Dilemmi che, fisiologici in se stessi, assumono l'aspetto paradossale e insolubile che tu descrivi proprio a causa della mutazione avvenuta nella forma-partito.
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Messaggio Da Vargas Mar 08 Ott 2013, 12:01

Qui, caro Rom, più che Popper, Hegel e Marx, dovremmo tirare in ballo Zygmunt Bauman e tutte le sue declinazioni della società liquida. Perché la mutazione avvenuta nella forma-partito mi sembra inevitabile. Le strutture cui siamo stati abituati per decenni riflettevano una società molto più rigida, nel bene e nel male, con valori certi, punti di riferimento stabili e una generale lentezza nelle modifiche del tessuto che la formava. Come ognun sa, lo stato liquido è caratterizzato da una limitata coesione tra le molecole, rispetto a un solido. Analogamente, le parti che compongono la società tendono a sentirsi meno legate l'una all'altra, in ogni contesto: ci si muove di più, si frequentano quasi in contemporanea ambienti diversi, si condividono valori meno omogenei, o forse più che altro una pluralità di valori ogni volta che ci spogliamo di un abito ed entriamo in uno dei diversi circoli che ci ospitano. Può essere un bene, e io tendo sempre a rifuggire dalla tentazione di farmi laudator temporis acti: penso che il mondo migliori di anno in anno, di secolo in secolo. Tuttavia occorre riconoscere che la gestione dei rapporti si fa più difficile: è un po' come nel calcio; era più facile fare certe giocate alla velocità degli anni Cinquanta, più arduo ripeterle oggi. Analogamente, è più difficile affidarsi a un partito in un tempo che offre tali e tante alternative, una tale pluralità di fori dove esprimersi e dove pescare informazioni, commenti, idee. Perché internet non può ancora sostituire una biblioteca? Perché quello che offre di più, in estensione, lo perde in parte in profondità. Se non passo attraverso il vecchio vaglio di una casa editrice, di un redattore, di un correttore di bozze, ho il vantaggio di poter far leggere quel che scrivo a migliaia o potenzialmente milioni di persone quando prima mi era negato, ma potrei purtroppo scrivere che la terra è piatta e che la legge di gravità è una bufala, e chi mi leggesse potrebbe credere a me piuttosto che a un bravo fisico. Dico cose ovvie, ma lo faccio per aggiungere che lo stesso avviene in politica: la straordinaria possibilità che hanno tutti di far sentire la propria voce si paga in parte con l'assenza della faticosa formazione che davano le diverse scuole di partito, e quando i rappresentanti di una siffatta politica liquida arrivano ai posti di potere e possono decidere che struttura dare alla Costituzione, i risultati possono essere devastanti. Dobbiamo rispondere limitando questo diritto di partecipazione? Non credo. Ma non possiamo più nemmeno rispondere affidandoci ai partiti come li abbiamo conosciuti in passato. Perciò credo che la risposta vada cercata altrove, nella cultura, nell'istruzione, nella formazione. E' in quei settori che stiamo perdendo la battaglia, riducendo gli investimenti, delegittimando gli insegnanti, offrendo poco e male. Un giorno, in occasione dell'inaugurazione di un laboratorio di lettura e scrittura per ragazzi di un quartiere povero di una città sulle Ande, un giornalista di un canale televisivo mi chiese perché stessimo offrendo quel tipo di aiuto. Risposi che se tu insegni oggi a un bambino a leggere o addirittura a scrivere una favola o una poesia, domani avrai un ponte, un ospedale, un acquedotto. Credevo e credo davvero a quello che dicevo, perché è da lontano che si costruiscono le società. Come il lancio di Totti a Strootman, Cireno ci perdonerà.
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Messaggio Da cireno Mar 08 Ott 2013, 15:11

e ancora si fa una fatica assurda per leggere i tuoi post...


sulle Ande, un giornalista di un canale televisivo mi chiese perché stessimo offrendo quel tipo di aiuto. Risposi che se tu insegni oggi a un bambino a leggere o addirittura a scrivere una favola o una poesia, domani avrai un ponte, un ospedale, un acquedotto. Credevo e credo davvero a quello che dicevo, perché è da lontano che si costruiscono le società
 
Caro amico, riesci a fare poesia anche quando parli di politica. Bellissimo questo periodo, pieno di quella merce tanto rara oggi che si chiama “sensibilità”.
Andando alla nostra politica ecco che non posso che condividerti quando scrivi che il nostro Paese sta perdendo la sua battaglia proprio sulla mancanza sempre più accentuata di istruzione, formazione, cultura.

Non ti seguo quando affermi che i partiti sono praticamente superati e sono in disaccordo con le tue parole che pretenderebbero che il mondo migliora di anno in anno, di secolo in secolo. Su questo miglioramento io avrei molto da discutere, così come sull’idea di libertà di Popper. Prima però di contestare vorrei capire: che vuoi dire con quel “penso che il mondo migliori di anno in anno, di secolo in secolo. “ ?
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Messaggio Da Vargas Mar 08 Ott 2013, 15:24


 In realtà il mondo peggiora, Cireno, se non riesco a scrivere con il giusto corpo dei caratteri. Un articolo di Rodota' 780668378 
Seriamente, voglio dire proprio quello che ho scritto: che non è vero che si stava meglio prima, che le cose vanno peggiorando, che tutto va a rotoli. Questo lo diciamo noi, che in diversi gradi abbiamo già una certa età e che semplicemente e legittimamente abbiamo nostalgia dei nostri vent'anni. In realtà il mondo, sia pur a fatica, migliora. Io ho sempre diffidato di chi dice «Mi sarebbe piaciuto vivere al tempo dei romani», «La mia epoca ideale sarebbe il Rinascimento», «Che bello sarebbe stato nascere nell'Ottocento in Inghilterra». Sarebbe stato bello se quella persona avesse fatto parte dello 0,1% di persone che all'epoca dei romani avevano allo stesso tempo ricchezza, libertà, cultura e potere. Molto più alte le possibilità di nascere schiavo, oppure misero contadino a spezzarsi la schiena sull'Appennino o in Iberia, o invece a morire di una delle tante malattie incurabili in Illiria o in Dacia. E se uno fosse nato nel Rinascimento, al 95% non avrebbe nemmeno saputo di vivere in contemporanea con Michelangelo, anzi, nemmeno che esisteva una città che si chiamava Firenze. Molto più probabilmente sarebbe morto di scorbuto a trentacinque anni, dopo averli trascorsi storpio, sporco e sdentato in una fredda capanna sulle Alpi o nel caldo insopportabile di una zolfatara siciliana. Romanticismo inglese? Per un dieci per cento della popolazione: gli altri a morire nelle fabbriche o in guerra. Insomma, ci sono ancora ingiustizie, dolori, morte, ma è cieco chi non vede come l'umanità lentamente, troppo lentamente, stia comunque facendo progressi. Guardare indietro non è giusto, occorre a corretta prospettiva storica, che viene dopo aver letto e studiato (e tu in questo ci sei maestro). E' giusto protestare per quel che ancora c'è di sbagliato, è giusto indignarsi se anche solo una persona muore di fame o non ha lavoro o non ha la libertà politica o civile, ma non diciamo che si stava meglio prima. Questa è la mia umile idea, ovvio. 
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Messaggio Da Vargas Mar 08 Ott 2013, 15:31


Chiosa: so benissimo, anche per motivi professionali, quanta povertà, fame, mortalità per malattie vi sia nel mondo, fuori dal ricco Occidente. Ma attenzione: c'era anche prima. Tutti gli indicatori più seri mostrano una diminuzione di questi dati in tutto il mondo, proporzionalmente. Tutto bene? Niente affatto, per me quel che conta è il singolo individuo, se una sola persona è torturata, ha fame, è analfabeta, l'umanità ha perso. Ma le cose non sono peggiorate. Solo, non sono migliorate con la velocità che vorremmo, e che forse purtroppo non sarà mai realistica.
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Messaggio Da Rom Mar 08 Ott 2013, 16:03

Vargas ha scritto:
Analogamente, le parti che compongono la società tendono a sentirsi meno legate l'una all'altra, in ogni contesto: ci si muove di più, si frequentano quasi in contemporanea ambienti diversi, si condividono valori meno omogenei, o forse più che altro una pluralità di valori ogni volta che ci spogliamo di un abito ed entriamo in uno dei diversi circoli che ci ospitano. Può essere un bene, e io tendo sempre a rifuggire dalla tentazione di farmi laudator temporis acti: penso che il mondo migliori di anno in anno, di secolo in secolo. Tuttavia occorre riconoscere che la gestione dei rapporti si fa più difficile: è un po' come nel calcio; era più facile fare certe giocate alla velocità degli anni Cinquanta, più arduo ripeterle oggi. Analogamente, è più difficile affidarsi a un partito in un tempo che offre tali e tante alternative, una tale pluralità di fori dove esprimersi e dove pescare informazioni, commenti, idee.
Per rimanere nella definizione, io tendo ad essere laudator, quando lo ritengo giusto, ma non restaurator: tornare indietro è impossibile - quante volte abbiamo immaginato di tornare ad avere vent'anni, conservando la saggezza dei quaranta, sapendo benissimo che la testa dei quaranta ci avrebbe impedito di avere la freschezza, la divina stupidità della giovinezza, e soprattutto la percezione del tempo che ci faceva sentire immortali.
Non avendo in mano la formula della Fondazione, che nella trilogia di Asimov consentiva di manipolare tutti i parametri che servono a prevedere la Storia futura, mi limito a prendere atto che le variazioni che oggi sembrano di dettaglio, in pochi decenni possono dare vita a un mondo così diverso da essere non classificabile secondo i criteri attuali, che per altro già sono per la loro parte inattuali oggi.
Il concetto stesso di "costituzione", per esempio, potrebbe diventare facilmente obsoleto, legato com'è agli stati nazionali e ai tempi lunghi della trasformazione della società.
Possiamo anche immaginare, sulla scia del presente, una globalizzazione che riporti l'impero socio-economico mondiale a quello stato esistente nell'Europa del '700 pre-rivoluzionario, o a quello del mondo proto-industriale delle democrazia oligarchiche.
E' piuttosto interessante, però, notare come la quasi totalità della letteratura del '900 non si dimostri particolarmente ottimista circa le magnifiche sorti e progressive, e come si sa letteratura e poesia sono come i canarini nelle miniere, capaci di preavvertire i pericoli incombenti: da Kafka a Huxley, passando per Wells fino alla schiera dei grandi autori della fantasociologia, nessuno scommette sull'avvento della Città del Sole, favorito dalla società tecnologica.
Per parte mia, tornerei a concentrarmi sulla cosa più difficile, cioè sulla mutazione psichica e psicologica, ossia quella che presiede non solo all'azione ma anche al giudizio sull'azione, insomma sulla percezione che genera definizioni.
In questo senso, torno a citare ciò che scrivono Fruttero e Lucentini nel loro divertente libretto sulla vita quotidiana durante il fascismo: "Gli italiani di allora ritenevano di essere liberi, perché facevano coincidere la libertà con quello che veniva loro concesso".
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Messaggio Da Vargas Mar 08 Ott 2013, 16:11


Io trovo, Rom, che siano casi molto diversi tra loro. In Kafka si combinano da un lato la narrazione della condizione umana in termini assoluti, l'assurdità dell'essere uomo indipendentemente dalla storia, e - come tu giustamente noti - l'angoscia verso un pericolo incombente, non riferito a un futuro lontano. Wells usava il futuro piuttosto come metafora del presente. Più pessimisti alcuni grandi autori di fantascienza, ma per molti altri il futuro era ed è piuttosto un territorio di divertissement e un pretesto narrativo. Lo stesso vale per molti scrittori di ucronia: come Philip Roth che immagina la vittoria di Lindberg su Roosevelt ne Il complotto contro l'America. Decisamente più pessimista sulle sorti future dell'umanità Dick, assai più divertito Lansdale. 
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Messaggio Da einrix Mar 08 Ott 2013, 18:00

Caro Vargas, faccio fatica a trovare qualche cosa, in quello che hai scritto, su cui non sia d'accordo. Ciò lo dico in via prudenziale, ma vorrei tornare un attimo per tutti, sul problema generale dei saggi. Si sa che Platone ritenesse i filosofi i migliori nell'arte del governo, ma così facendo escludeva tutti gli altri dal governo della città, ciò che non corrispondeva certo al concetto di democrazia. Senza contare il fatto che di quel passo è facile arrivare al riconoscimento delle caste, e quindi ad una società fondata sulle caste. Quando saliamo su di un treno, su di un autobus, su di un aereo, affidiamo la nostra vita al pilota del mezzo, fidando sul fatto che neppure lui voglia perderla, ma lo stesso concetto non vale quando affidiamo illimitatamente, incondizionatamente la nostra vita ad un governante, perché il potere che lui riceve, potrebbe essere quello che noi abbiamo perso.
Quando Lara insiste nel dire che questa è gente che è meglio se lascia perdere riforme che non sa fare, poi mi dovrebbe spiegare chi sono le persone, in Italia, che possano modificare la Costituzione oggi, e comunque mi risponda posso sempre rigirargli la frittata, perché le persone che sono finite in Parlamento sono state scelte da Berlusconi e da Grillo (Bersani ha fatto le primarie, per le candidature), ma sono state elette da fior di strafalcioni di elettori, che di sicuro nessuno riesce a cambiare. Quindi la loro legittimazione da Stato Morale, secondo Lara non l'avranno ricevuta, ma dallo Stato di Diritto si. Poco importa se stiamo attendendo una sentenza sulla legittimità costituzionale del Porcellum; la delegittimazione si avrà un istante dopo e nei termini che verrà sancita dalla sentenza. Infine, rispetto a quelle tre questioni costituzionali, trite e ritrite, e vecchie come il cucco, non mi si verrà a dire che si corrono rischi. Si può fare a meno del bicameralismo perfetto e si deve correggere il pasticcio del Capitolo V. Sul numero dei parlamentari poi, è solo un contentino alla stupidità della gente che vuole far risparmiare gli altri, e a me sta bene perché con l'Europa, ormai, i Parlamenti nazionali possono perdere un po della loro forza. Quindi, valuto il ridimensionamento numerico dei rappresentanti più in funzione di una integrazione europea che per una reale necessità di decongestionare la Buvette di Montecitorio.
Sulla Paura Liquida o sui Partiti Liquidi, adesso c'è questo vezzo di cercare le ragioni e le condizioni del punto di fusione delle nostre società. La società è profondamente cambiata in questi decenni, e in Europa, non siamo autori o vittime di guerre d'aggressione, sul nostro territorio. Non sono in corso guerre civili, ed in questo clima che per decenni si è sviluppato con tassi di crescita elevati, è cresciuta quella fiducia che tradotta in libertà ha abbassato la tensione necessaria alla fusione. Così molti legami si sono liquefatti, da quelli politici, a quelli nelle classi e tra le classi, nella famiglia, con aborto, divorzio, emancipazione femminile e redditi autonomi. La stessa cultura, diffusa con la scuola dell'obbligo e i media, ha fatto fare passi da gigante alla conoscenza delle persone; e non importa se oltre al conoscere abbiano davvero capito il senso dei propri saperi. Il problema è nato quando lo sviluppo quantitativo del lavoro si è arrestato per effetto dell'aumento della competitività-produttività, e non si è saputo orientare una società che passava dalla piena e sicura occupazione al precariato ed alla disoccupazione. L'essere in un liquido che saliva di livello, per quanti non sanno nuotare, ha prodotto quella paura liquida, accompagnata da numerose forme di isterismo collettivo di cui anche le ultime elezioni ne sono una dimostrazione esemplare. E certi nostri ragionamenti finiscono per essere improntati proprio a quel clima, al punto da pensare che con l'immobilismo – non muovendoci – si possa sprofondare con minore velocità. Meglio muoversi, e qualche cosa succederà.
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Messaggio Da afam Mar 08 Ott 2013, 20:21

Concordo pienamente con Vargas. Certo nella nostra vita viviamo molte ingiustizie e vorremmo che (sempre nell'ambito della nostra vita) sparissero. Purtroppo ciò non può avvenire perché la nostra vita è breve. Penso che se un essere umano dell'antichità se tornasse a vivere ora troverebbe molte cose migliorate. Noi possiamo solo sperare che la crescita della vera civiltà continui anche dopo di noi. Un articolo di Rodota' 780668378
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Messaggio Da cireno Mar 08 Ott 2013, 20:39

Vargas dice che il mondo è progredito, non si muore più di scorbuto a 35 anni, non ci sono più epidemie  devastanti, la vita si è allungata, non si vive più magari sdentati in una fredda capanna ecc. quindi, stiamo molto meglio di come stavano gli abitanti della Firenze del 500 o di come stavano gli operai lombardi dell’800.
Perbacco, ci mancherebbe altro che il cemento non avesse soppiantato le capanne di fango, ci mancherebbe altro che lo spazzolino da denti non sia stato capace di salvare denti nella bocca della gente, e che la vitamina C non avesse sconfitto lo scorbuto, ma questo vuol dire che l’umanità sta meglio? Fisicamente sta meglio, grazie alla medicina e alla chirurgia, ma dentro, nell’anima, la gente sta davvero meglio?
L’Africa ha avuto due grandi colonizzazioni, una musulmana e una europea. Bene, prima delle colonie “bianche” in Africa si viveva meglio e non perché i bianchi avessero portato solo crudeltà e sopraffazioni, che hanno portato, ma perché hanno tentato di portare le nostre consuetudini, la nostra “civiltà” a che viveva da secoli una diversa, non inferiore, civiltà.
Ora noi viviamo di più, non abbiamo epidemia e in boca abbiamo i denti, quindi stiamo meglio anche nell’anima, come chiedevo più sopra? Non credo. Allora stiamo meglio nell’ambiente che ci siamo dati dopo aver bruciato le capanne, stiamo meglio soffocati da cemento, asfalto, aria inquinata, acqua avvelenata, cibi alterati dalla chimica? Stiamo meglio?
Ho vissuto per qualche anno in campagna, ho visto mio nonno e mia nonna morire nel loro lettone, circondati da figli e nipoti, oggi si ha vergogna perfino di morire, e i nostri vecchi li nascondiamo in qualche camera d’ospedale: affidiamo a mani estranee la loro morte. Stiamo meglio così?
Ho vissuto per anni in campagna e tutta lagente del paese, della fattoria, dove si viveva con il cortile in comune porta a porta, rappresentava un comunità, ci si aiutava l’un l’altro in caso di necessita, i vecchi non si mandavano all’ospizio ma stavano là, davanti al fuoco in iverno e seduto fuori dalla porta di casa in estate. Oggi fatichiamo a conoscere chi sta sul nostro stesso piano del condominio e se nella casa uno muore nemmeno si viene a sapere: non lo vedi più e poi viene a sapere che è morto. Anche questo è aver progredito?
Lasciamo perdere la vita in città il dover vivere respirando il veleno delle auto, vedere i nostri bambini ammalarsi in continuazione di bronchiti sinusiti e malattie del sistema respiratorio, ma dobbiamo considerare anche questa simil vita un progresso?

Mi fermo qui, ma potrei scrivere ancora un mese su questo progresso. Sapete quale è la gallina delle uova d’oro delle case farmaceutiche? La produzione di psicofarmaci, quella roba che ha sostituito la camomilla.
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Messaggio Da afam Mar 08 Ott 2013, 20:49

Hai perfettamente ragione, Cireno. Ma questo è appunto la nostra limitazione. Il "progresso" che, sicuramente, io non vedrò, consisterà nell'annullamento di queste ingiustizie che tu denunci. Ne nasceranno altre (di ingiustizie) ma anche quelle finiranno. Posso sbagliarmi, ma pensando ai nostri antenati e a quello che hanno sofferto, sia pure tra le ingiustizie dell'attuale mondo, mi ritengo fortunata di aver vissuto nel mondo attuale, nonostante tutto.Un articolo di Rodota' 780668378
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