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Messaggio Da Rom Mer 11 Dic 2013, 10:31

Il Capranica.
Io c'ero, al Capranica, quando fu celebrata la nascita del PDS - si chiamava così l'erede del PCI o lo slide-show dei nomi inganna la mia memoria?
Il Capranica è un prezioso, nemmeno troppo grande, teatro nel centro di Roma, a due passi da Montecitorio.
Quel giorno non solo la platea era piena, ma tutte le strade intorno erano un alveare di gente che chiaccherava, discuteva, passeggiava, con la convinzione di partecipare a un evento importante, voluto da una dirigenza che sapeva ciò che stava facendo.
C'erano ovviamnte molte facce e molti nomi, qualcuno già noto, altri che lo sarebbero diventati negli anni successivi.
C'erano anche alcuni che dieci anni dopo sarebbero stati in piazza ad applaudire il grido di rivolta di Nanni Moretti - io tra questi.

La sensazione generale era che non si stesse celebrando una fine, e nemmeno un inizio, ma una continuità.
Anzi, una certificazione: il partito era ormai da molti anni, definitivamente, una forza democratica svincolata dal sovietismo e da una concezione massimalista.
La continuità avrebbe conservato tutto ciò che di buono, legato alle radici intellettuali e a quelle popolari, c'era nel PCI e avrebbe dismesso quello che c'era di curiale nel centralismo democratico, per altro indebolito negli anni disorientati del dopo-Berlinguer.
Solo la dabennagine di Veltroni poteva, nelle occasioni immediatamente successive, mettere l'accento sulla "vergogna", invece che sull'orgoglio di questa continuità: una dabenaggine solo blandamente bilanciata dal D'Alema del tempo, anche lui impegnato in una rovinosa corsa alla personalizzazione e a una furbizia carpiata che era solo la parodia del tatticismo togliattiano - che già di suo, nonostante tutto, non era mai stato esente da critiche.

I gazebo.
Tanto era esclusiva la localizzazione di allora, tanto è formalmente popolare la disseminazione dei gazebo: adeste fideles, come a recuperare l'età dell'oro della chiesa dei vescovi, servitori del popolo in cerca di pastori. La famosa "festa della democrazia".
Stavolta, però, si è celebrata la discontinuità, la rottura, la condanna: di cosa, di chi?
Non c'era niente da conservare, se non l'ostinazione di un "popolo" disilluso e dimenticato per quasi vent'anni, che non sapeva più come fare per dimostrare la propria disapprovazione.
Da questi gazebo non si è salvata alcuna idea, non è transitata alcuna eredità culturale o sentimentale, perché semplicemente non c'erano, né le idee, né i sentimenti: vent'anni di omissioni, di inciuci, di violanterie e di veltronismi, di dalemate e di ichinemi, hanno fatto il deserto. Se un retaggio è rimasto, è sempre lo stesso di allora: l'amore per le belle bandiere e per Berlinguer, ma ormai fuori corso, come la lira sostituita dall'euro.
Dai gazebo è venuta solo una richiesta: vogliamo l'opposto. L'opposto di un certo linguaggio, di certe procedure, di certa retorica.
Non importa se le idee sono buone o cattive, o se hanno il sapore del blairismo scaduto, se Renzie è un cicciobello: ci basta farla finita con questa nomenklatura e con questo andazzo, quel che sarà sarà.

A questo punto, l'uso imporrebbe una morale. Ma io volevo fare solo cronaca e di morali ce ne sono troppe, per ridurle a una.
Mi viene in mente solo il bel titolo di un libro mai letto: il futuro ha un cuore antico.
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Messaggio Da einrix Sab 14 Dic 2013, 22:24

"Il futuro non esiste. Esiste solo il presente, ed ogni cuore antico può essere trafitto dal caso".

Frase da prendere con le molle, naturalmente.
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Messaggio Da einrix Dom 15 Dic 2013, 09:25

Perché il futuro esista occorre farsene una immagine, in un qualche modo, e così si potrebbe dire che
il futuro è il presente in cui siamo diretti.
 
Oppure, secondo il principio della relatività
il nostro futuro è il presente in un altro luogo,
ma lo è anche il passato.
 
Per uscire dalla indeterminazione occorre fare progetti che siano la via sicura verso il nostro futuro. Molti preferiscono non fare progetti, trovano comodo accodarsi ai progetti degli altri, salvo poi lamentarsene per tutto il viaggio.
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Messaggio Da Rom Dom 15 Dic 2013, 09:57

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/12/14/38601-renzi-e-i-comunisti/

Renzi e i comunisti

di Paolo Ciofi

Occorrerà tornare con attenzione sul significato e sulle conseguenze della clamorosa scalata di Matteo Renzi al vertice del Pd attraverso il plebiscito delle primarie. Intanto però una cosa è certa. Renzi è senza dubbio il prodotto del fallimento di una classe dirigente proveniente dal Pci e in parte dalla Dc, che non è stata in grado di costruire e di praticare un progetto per l’Italia e per l’Europa nella fase della globalizzazione capitalistica, e nel pieno di una crisi che scuote dai fondamenti la civiltà occidentale, modellata sul paradigma del liberismo finanziario americano.
Ma il nuovo segretario fiorentino è anche un frutto maturo della Bolognina, quando Occhetto sciolse il Pci tagliando le radici del movimento operaio e cancellando un’intera esperienza storico-politica su cui si è costruita la Repubblica democratica. Cosicché, invece di rinnovare la sinistra e di promuovere innovazione, ha prodotto subalternità alla cultura liberista e ai poteri dominanti nell’economia e nella società, separando le nuove forme della politica dalla base operaia e popolare, abbandonata alla deriva senza rappresentanza e rappresentazione.
Non è difficile vedere che tra i due fenomeni vi è un intreccio. Come un lampo che illumina la scena, Reichlin ha dato un giudizio da tenere sempre a mente, e che non mi stanco di ripetere: “abbiamo confuso il liberismo con il riformismo”. È la dichiarazione esplicita della subalternità del Pd, che nella mutazione genetica che lo ha allontanato anche dalla socialdemocrazia e persino dalla sinistra - come testimonia il nome stesso - ha generato una crisi di rappresentanza oggi diventata esplosiva e un modo di fare politica, capovolto nelle sue finalità, che con il Pci nulla ha a che fare. Non per caso Occhetto ha dichiarato al Mattino che Renzi è un suo legittimo erede.
Almeno fino a Berlinguer, il Pci si proponeva di trasformare la società sulla via costituzionale della democrazia, dell’uguaglianza e della libertà, e dell’accesso della classe lavoratrice alla direzione dello Stato. Quelli che a torto si sono dichiarati suoi eredi, da Occhetto a D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, avevano l’obiettivo massimo di amministrare quel che passa il convento, senza alcun disegno strategico alternativo. Ma neanche questo sono stati capaci di fare, e alla fine sono apparsi come gli immobili conservatori dello statu quo. Ora, di fronte a un dato di fatto inoppugnabile, e alla cancellazione del Pci dal sistema politico da più di vent’anni, che senso ha presentare da più parti, con grande frastuono di tromboni e di trombette, la vittoria di Renzi come una resa dei conti definitiva con i comunisti?
Evidentemente, non si tratta di un semplice fraintendimento, e neppure della constatazione ovvia che il vincitore proviene dalla componente ex Dc, o che l’appeal di D’Alema è sceso sotto i tacchi. C’è qualcosa di più profondo che muove la classe dirigente del capitalismo italiano e i media ad essa connessi , di cui occorre indagare le motivazioni e le finalità. Non mi riferisco solo al fatto che le Tv e la stampa dominante - a cominciare da la Repubblica nonostante l’avverso parere di Scalfari - hanno spinto in tutti i modi il compulsivo pifferaio di Firenze. In tanti acclamano Renzi come il nuovo eroe che schiaccia l’idra del comunismo. È una novità che dà da pensare, soprattutto se viene interpretata come un’indicazione programmatica per il presente e per il futuro.
Qualche esempio ci aiuta a capire. “Il Pci non esiste più”. Con le primarie del Pd “si è consumato un evento epocale per la politica italiana: finalmente è stato chiuso il Pci”, annuncia trionfante in prima pagina il Giornale diretto dal condannato e graziato Sallusti. Quindi, viva Berlusconi (anche lui condannato ma non graziato), che finalmente con il sindaco fiorentino ha debellato il suo nemico storico. Davvero un risultato epocale.
Anche il Corriere della sera applaude per il felice decesso, ma con i necessari distinguo, come si addice a un celebrato serbatoio del pensiero della borghesia una volta illuminata. Il Pci morto e sepolto? Non proprio, sottilizza il prof. Panebianco, a quanto pare esperto anche in necrologia: meglio dire “forse agonizzante”. Sebbene lui, in tutta sincerità, preferirebbe scolpire un bell’epitaffio sulla tomba del morente. Ma per giungere a questo esito, precisa il politologo-necrologo, Renzi deve agguantare “l’ oro del Pci”. Che non è il famoso oro di Mosca, bensì il patrimonio immobiliare del vecchio partito, ossia le sedi dei circoli e le case del popolo costruite con le mani e con il cuore da milioni di donne e di uomini. In tal modo il becchino del Pci dovrebbe prosperare con il patrimonio di chi il Pci l’ha costruito. Se le parole hanno un senso, questa sarebbe a dir poco appropriazione indebita. Comunque, una bella lezione di moralità politica, messa a punto da un addottorato ed esperto professore.
Le variazioni sul tema sono infinite, essendo il Corriere ricco di benpensanti teste anticomuniste, a cominciare dal capostipite Mieli. Così, se Battista è contento perché il noto pensatore e scienziato della politica Oscar Farinetti prende il posto di Enrico Berlinguer, e Di Vico ci spiega che la strumentalizzazione del movimento dei forconi altro non è se non “la vecchia tattica del Pci di contrapporre simbolicamente Paese legale e Paese reale”, un Cazzullo di giornata tira le somme: “sembra dissolversi una volta per tutte il mito del comunismo italiano, per cui un’ideologia criminale diventava per l’élite della penisola giusta o comunque nobile”.
Quando la storia ha tanti buchi come un colabrodo, fa brutti scherzi. E allora ci si dimentica che il Pci in Italia, per quanti errori possa aver commesso, ha sempre combattuto per la democrazia e la libertà, per i diritti dei lavoratori e per l’uguaglianza sostanziale; che in Italia i comunisti non hanno incarcerato nessuno, al contrario il loro capo Antonio Gramsci è stato fatto morire in carcere dal fascismo; che non hanno attentato alla vita dei loro avversari politici, al contrario Palmiro Togliatti ha subito un attentato che lo ha ridotto in fin di vita. Non sono stati i comunisti italiani a incendiare le Camere del lavoro, e dopo la Liberazione a sparare contro i contadini a Portella della Ginestra e gli operai a Reggio Emilia. O a organizzare trame eversive e il terrorismo, messo in atto fino alla esecuzione dell’operaio comunista Guido Rossa, proprio per impedire che i comunisti potessero governare e cambiare l’Italia secondo i principi della democrazia costituzionale.
Diciamolo con chiarezza, senza tema di smentite. Tutte le principali conquiste sociali, civili e politiche ottenute in Italia a cominciare dalla Costituzione - che oggi si vorrebbero rovesciare nel loro contrario - non sarebbero state possibili senza la presenza e lotta dei comunisti. Il Pci ha dato dignità, rappresentanza e forza politica agli operai, ai lavoratori “del braccio e della mente”, alle donne, ai giovani e anche agli anziani: a tutti coloro che deprivati del potere economico e politico hanno lottato per un avanzamento di civiltà costruendo un vasto sistema di alleanze.
Oggi, di fronte a una crisi e a politiche regressive che distruggono la vita di tante persone e l’intero ambiente in cui la vita si riproduce, le parole di Enrico Berlinguer ci appaiono di sconcertante attualità: “La difesa del potere d’acquisto dei salari per il sindacato costituisce un dovere istituzionale, mancando al quale esso sparirebbe, e per il nostro partito, per noi comunisti, costituisce un vincolo indispensabile per qualificare un nuovo tipo di sviluppo generale dell’economia italiana”. Per lui era chiaro che bisognasse aprire la strada a una civiltà più avanzata nel cuore dell’Europa, che superasse il modo di produzione capitalistico fondato sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’emarginazione di strati sempre più ampi di popolazione, liberando nel contempo lo Stato dall’occupazione dei partiti e combattendo i privilegi ovunque annidati. Tanto più che in mancanza di un’alternativa al potere della classe dominante la democrazia degrada e si corrompe, convertendosi in oligarchia. E la barbarie è alle porte.
Un tema che oggettivamente si ripropone oggi, sebbene sia stato cancellato dal sistema politico il soggetto della trasformazione, e il lavoro, frantumato e diviso, non abbia alcun peso nella configurazione della politica. Mentre nella società monta il malessere, il disincanto e la rabbia che non trovano sbocchi, e affiorano qua e là pessimi segnali di squadrismo fascista. Sotto la dittatura del capitalismo finanziarizzato globale, che intende sostituire alla centralità del lavoro la centralità dell’impresa in ogni ambito della vita, stiamo andando verso una regressione storica.
Una Restaurazione, che però non è un semplice ritorno al passato, giacché la dittatura del capitale ha bisogno in Italia di una cospicua modernizzazione che elimini vaste sacche di parassitismo e di inefficienze del sistema, e di una controriforma istituzionale verso il decisionismo presidenzialista. Ma che più in generale, per realizzarsi compiutamente, deve impiantare una sofisticata costruzione ideologica, che cancelli la discriminante di classe tra capitale e lavoro, e dunque anche nell’immaginario sopprima la sua antitesi. Vale a dire le lavoratrici e i lavoratori postfordisti del nostro tempo, figli della rivoluzione digitale e scientifica, politicamente organizzati come soggetto libero e autonomo.
Il lavoro che si organizza e si rappresenta in forma politica nella sua libertà e autonomia: è questa fondamentale conquista storica del Novecento che vogliono definitivamente eliminare in Italia e in Europa, senza il rischio di possibili ricadute e riviviscenze. Insomma, una sepoltura tombale per l’eternità. Precisamente a questo scopo serve l’abbattimento della Costituzione, pericoloso riferimento ideale e simbolico, oltre che progetto di un possibile cambiamento. E poiché i comunisti italiani sono quelli che più si sono avvicinati a una trasformazione in senso socialista di una società capitalisticamente avanzata per una via democratica e costituzionale diversa dal modello sovietico e dalla socialdemocrazia, questo spiega il rigurgito di anticomunismo postdatato ma anche preventivo e a futura memoria, specificatamente italiano e non solo berlusconiano, che è stato rilanciato in occasione del plebiscito per Renzi.
Dei comunisti italiani va cancellata dunque la storia e anche la memoria: perché a nessuno venga in mente che ci si possa organizzare e lottare in forme democratiche e di massa per un sistema economico diverso e per una società solidale di diversamente uguali, in cui il massimo profitto non sia la stella polare e l’economia venga posta al servizio dell’uomo e non viceversa, e in cui buongiorno voglia dire davvero buongiorno. Quello che ci fanno sapere, a scanso di equivoci risuscitando la gogna anticomunista, è che dal capitalismo non si può uscire, e che questa società ingiusta e insostenibile non si può rovesciare. Non solo: il governo - ci dicono - è cosa nostra, di noi che stiamo sopra. Voi che state sotto non avete voce in capitolo, e lì dovete restare. Questa è la sostanza. E queste sono le questioni di fondo che emergono dopo la mirabolante ascensione del segretario fiorentino.
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