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Messaggio Da Rom Mar 25 Mar 2014, 08:38

Sulla falsariga che gentilmente ci ha offerto Adam, mettiamo in fila un fritto misto di gossip, di accademia, di filosofia, con insalatina a contorno di chiacchiere in libertà.

Da un paio di mesetti in qua, nelle varie sedi comunicative il PD è rappresentato dagli apostoli di Renzi, prevalentemente donne.
Certamente meno forti le tinte teatrali, rispetto alle damazze e agli incravattati berlusconiani, ma molto simili per ciò che riguarda la missione: ripetere, perinde ac cadaver, le parole-chiave del Leader. Non importa quale sia la domanda o l'obiezione, l'argomento o l'interlocutore, gli apostoli riproducono con ordine e perseveranza lo spartito che il Leader mette in scena altrove con orgogliosa sicurezza.

Nei primi anni del ventennio appena passato ci siamo spesso lamentati di un candidato e di un leader di partito - Forza Italia - che faceva solo solo monologhi, ed evitava accuratamente e studiatamente di confrontarsi con gli altri suoi pari.
Vedevamo in questo atteggiamento non solo una pericolosa e fastidiosa tendenza al personalismo esasperato, ma anche una mutazione in senso fortemente demagogico del dibattito politico.
Adesso sono in tre a mostrare questa vocazione all'one man show. 

In una lontana e mitica età dell'oro - o almeno dell'ottone ben lucidato - si dibatteva se si dovesse o no finanziare la scuola confessionale e di quale liceo, quale didattica, si discuteva della sanità pubblica, di politica estera, di pace e di guerra, di cosa dovesse essere il lavoro (cioè del suo valore etico ed esistenziale), della definizione di bene ambientale ...: d'accordo, non se ne discuteva esattamente ogni sera intorno al tavolo della cena in ogni casa italiana, ma se ne discuteva sui giornali, nelle riunioni, perfino nelle sedi dei partiti e, perché no, anche in molte occasioni conviviali tra amici o colleghi di lavoro. Così, come se niente fosse, anzi come se fosse cosa ovvia, naturale.

In una lontana e deprecata età del doppiopetto grigio, la lingua della politica era, giustappunto, il politichese, cioè una variante arcaica ed enigmatica dell'italiano, che in forma scritta era rintracciabile solo nei rapporti dattilografati dei carabinieri, negli avvisi burocratici e nei documenti della P.A.
Il linguaggio di una casta, anche per questo lontana dalla vita comune dei comuni cittadini: per sottintesa mimesi, anche gli editoriali e i saggi accademici usavano un eloquio difficilmente assimilabile alla lingua parlata.
In questa attuale repubblica bi-tripolare, finalmente il vaffanculo ha sostituito il politichese, Peppa pig ha preso il posto delle citazioni leopardiane, principi e valvassori della politica si fanno vedere con sciarpa e piumino allo stadio, rassicuranti nel loro mediocre conformismo: ma il divario tra la loro condizione personale (alias, soldi e privilegi) e quella del comune cittadino è largamente aumentato.
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Messaggio Da einrix Mar 25 Mar 2014, 19:08

Non era giusto che si discutesse all'infinito su tutto e che alla fine tutto restasse come prima.
Adesso potrebbe accadere che non si discuta affatto, che si facciano poderose riforme, e che tutto resti come prima.

Se gli imprenditori non fanno gli imprenditori e gli operai non fanno gli operai, che in Parlamento discutano o non discutano, che si facciano o non si facciano le riforme, per il paese cambia poco. E il brutto è che Squinzi e la Camusso aspettano il governo, quando potrebbero fare quello che serve al paese, tutto da soli.
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Messaggio Da Rom Mer 26 Mar 2014, 08:35

einrix ha scritto:Non era giusto che si discutesse all'infinito su tutto e che alla fine tutto restasse come prima.

Ma no, ma no: non si discuteva su tutto all'infinito, e non è vero che tutto rimaneva come prima.
In questi vent'anni si sono diffuse molte banalità, molte semplificazioni e anche molte bugie sul "passato" recente e lontano: una tra queste riguarda l'eccesso di discussioni, di dialogo.
E poi, io non parlavo esclusivamente della sfera politica partitica e parlamentare, ma mi riferivo all'approfondimento, allo studio, l'attenzione che certi temi avevano tra persone, sulla stampa, negli ambienti specialistici e accademici, insomma in quella che possiamo definire "coscienza diffusa", anche se, ovviamnte, non esattamente di massa.
Un dibattito e una coscienza che, nel dopoguerra, hanno portato alla ri-costruzione dell'Italia, alla creazione del welfare, della scuola pubblica e della sanità per tutti, dello statuto dei lavoratori, etc, e anche, paradossalmente, alla consapevolezza proprio di quel limite che tu stesso hai indicato, cioè alla percezione di ciò che avrebbe dovuto essere fatto, e che certe resistenze e certi retaggi impedivano di fare: una consapevolezza della quale viviamo ancora oggi, che per me e per te e per molti delle nostre generazioni appare naturale nella sua complessità, e che invece per altri - più "attualisti" - sembra essere una scoperta da enunciare con un'indignazione tanto semplificatoria, quanto nihilista e populista.
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Messaggio Da einrix Mer 26 Mar 2014, 17:46

A quanti anni stai risalendo indietro, Rom? Io mi limito alla seconda repubblica, quella che parte dalla Bicamerale e che arriva inconcludente sino a Renzi PdC.
Non si può dire che non si sia discusso, a tutti i livelli, ma i risultati nulli, quando non siano negativi, sono sotto gli occhi di tutti.

La sola cosa che è successa davvero è che la base produttiva di questo paese s'è ristretta molto più della produttività, ed è questo oggi che ci fa penare, non le province, la legge elettorale, o il monocameralismo perfetto.

Questa mattina ascoltavo la radio. Un senatore, nel suo discorso si diceva contento che il Senato avesse profondamente modificato la legge già approvata dalla Camera. Allora mi sono domando se fosse la Camera a non essere capace di fare le leggi, oppure fosse il Senato a rovinarle. In un quadro simile per quale ragione dovrei gioire della chiusura del Senato? Per guadagnare tempo? Per spendere meno? Ed il tempo buttato o i costi di una legge sbagliata, sono forse inferiori? E di queste cose se ne parla come se fossero vitali, ma vitali non lo sono. Vitale è il lavoro quando non ci sono né imprenditori, né professioni capaci di mettersi in concorrenza in quel mondo da cui sappiamo più comperare che vendere.

A mio avviso su questi temi è assente anche il PD, non solo SEL, tanto per fare una battuta.
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Messaggio Da Rom Mer 26 Mar 2014, 23:00

einrix ha scritto:A quanti anni stai risalendo indietro, Rom? Io mi limito alla seconda repubblica, quella che parte dalla Bicamerale e che arriva inconcludente sino a Renzi PdC.

Seconda repubblica? Come hai potuto pensare che io parlassi di qualcosa che ha a che fare con la seconda repubblica, quando ho usato l'espressione "mitica età dell'oro", sia pure con una certa ironia?
Parlavo della prima, quella che ha visto, proprio in culla, la Costituente, e successivamnte i grandi partiti di massa, il centro-sinistra, il governo Tambroni, il SIFAR, il '68, lo statuto dei lavoratori, piazza Fontana, il referendum sul divorzio, Moro, i 40mila di Torino, Berlinguer ... e poi giù a precipizio, già prima di Mani Pulite e della seconda fase della storia repubblicana, nella rovinosa esperienza del CAF.
Quella prima repubblica che spesso, come dicevo, viene accusata dai nani e ballerine più recenti (gli eroi della seconda) di essere stata il tempo delle chiacchiere infinite e delle ideologie.
Quella che - per essere icastici, rispettando la verità - potremmo tratteggiare con le parole di Montanelli: "anche loro mangiavano, ma sapevano stare a tavola".
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Messaggio Da einrix Gio 27 Mar 2014, 09:05

La Prima Repubblica dalla sua aveva i "Fatti", non le chiacchiere, e le vere riforme sono state la "Ricostruzione", le lotte per l'emancipazione femminile e degli operai, e quelle per costruire quel Welfare che adesso pare ingombrante. Le leggi sono venute dopo quelle lotte, per regolarizzare quegli eventi che si erano già materializzati.

Adesso, dei nuovi eventi che si materializzano, la globalizzazione, l'Europa, i nuovi assetti mondiali, neanche li vediamo, parlando d'altro, e tutto si restringe sul Senato, sulle province e regioni, sulla legge elettorale: minchiate. Così assistiamo al lavoro di smontaggio del sistema sociale e al disordine prodotto da un populismo che smonta e omogeinizza le idee. Siamo nella fase entropica del potere, quella del disordine per mancanza di lavoro, di quel lavoro che è il solo processo capace di trasformare realmente la società.
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