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Messaggio Da Rom Lun 14 Ott 2013, 09:03

Quando abitavo al mare, l'arrivo dell'autunno era segnato dalla rinuncia a tuffarsi in acqua o semplicemente ad andare in spiaggia in pantaloncini e maglietta. In genere questo momento arrivava proprio nella prima metà di ottobre, dopo i tiepidi, lentissimi languori settembrini.
Qui in campagna il problema del costume da bagno non si pone, nemmeno in piena estate, anche per chi non arriva ad adottare le sagge abitudini dei contadini, di vestirsi con scarponi e camiciotti quando si gira per le vigne sotto il solleone.
La full immersion nella natura, di stampo dannunziano, è sconsigliata in territori popolati da formiche capaci di mangiarsi un albero, lucertole, vespe calabroni, zecche, vipere e zanzare, e occasionali scorpioncini: tutt'al più, nelle conversazioni amichevoli sotto il portico, si può azzardare la gamba nuda e il piede in libertà solo se da un angolo strategico sale un fil di fumo, meglio due, di zampironi, e se la presenza di un gatto ci garantisce un ragionevole filtro verso un traffico indiscriminato di piccoli concittadini striscianti.
Mi è capitato più volte di pensare ai limiti, e alle illusioni, di questa democrazia campagnola, nella quale i veri abitanti della casa e i suoi dintorni sono loro, gli indigeni che volano, strisciano e zampettano, e io sono l'estraneo, l'alieno, l'invasore, che crede di convivere, mentre in realtà non fa che difendersi, sospettare e spesso schiacciare e avvelenare. Ma questi sono pensieri da ecologista ozioso.
Stavamo parlando dell'arrivo dell'autunno. In campagna non sono le piogge o i nuvoloni che spuntano da nord, sulla cima del monte, a decidere quando è arrivata la fine definitiva dell'estate. Non è nemmeno la necessità di indossare un pullover, dato che anche d'estate, di notte, a una certa ora si chiudono le finestre o si esce portandosi dietro una giacchetta.
Sono le api e le vespe a dare l'annuncio, scomparendo.
A pochi passi dal tavolo sul quale sto scrivendo c'è un'ampia finestra ad arco, che dà su un tetto di tegole, con due vasi di fiori viola a campanula che, un po' spettinati dai temporali di queste settimane, resistono tuttavia ostinatamente vividi.
Per tutta l'estate mi diverto, fumando una sigaretta, ad affacciarmi e osservare le api e le vespe aggirarsi su questi fiori.
Le vespe provengono dai nidi fatti sotto le sconnessioni delle tegole, e sono, quelle estive, sottili e rachitiche e fanno incursioni veloci. Sono curiose, e questo le rende pericolose, perché si avvicinano e ronzano intorno.
Le api no, sono grassottelle, tonde, e hanno un volo morbido. E metodiche: entrano in un fiore, lavorano a lungo, poi escono lentamente e passano al fiore successivo, ignorando completamente chi le osserva.
Fino a quando ci sono loro non è il caso di parlare di autunno, o almeno di fine definitiva dell'estate. Stamattina ci sono ancora, anzi le vespe si sono presentate in una nuova versione, più grosse e lucenti che mai.
Prima di affermare che una stagione, o magari anche un ventennio, sono finiti, bisogna capire quali sono i segni che lo decidono, direbbe il vecchio saggio.
Rom
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