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Dichiarazioni sHack...

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Messaggio Da cireno Mer 12 Giu 2013, 07:46

Raskol ha scritto:A me non sembra per niente banale una discussione sul fascismo: non mi è mai sembrata banale, e non solo perché è storia e memoria.
Intanto, io sono un comunista/socialista - e lo ero anche quando militavo nel PCI - come la Hack: verso la repubblica dei soviet e il leninismo sono, a dirla con un eufemismo, estremamente freddo, e credo nella piccola proprietà privata e nella libertà individuale.

Una riflessione seria, e rinnovata, sul fascismo e sul sovietismo è però attuale in funzione di un'evidente crisi della democrazia occidentale, perché costringe a rivedere concetti quali il riformismo, lo stato sociale, lo sviluppo economico e la categoria dei diritti individuali, che per troppo tempo sono stati associati in modo scontato, spesso acritico, al liberal-capitalismo.
Entrambi, fascismo e sovietismo, appartengono alla storia delle rispettive nazioni, delle quali hanno rappresentato una forma di modernizzazione, rispetto allo stato precedente: in questo senso, li possiamo giudicare "illiberali" a confronto con il mondo che è seguito alla seconda guerra mondiale, ma sono stati quasi una forma di evoluzione eversivo-rivoluzionaria del sistema che avevano rovesciato, quello dello stato savoiardo in Italia e quello zarista in Russia.
Cercare ulteriori analogie sarebbe sbagliato, anche se le analogie ci sono, perché in effetti sono molte di più le divergenze tra le due storie.
Analogie invece che andrebbero studiate, quelle tra gli antefatti "liberali" russo e italiano: anche nello stato zarista, infatti, come in quello giolittiano, si stava facendo strada una forma di modernizzazione, sempre però molto lenta, contraddittoria, che non mutava significativamente la natura classista dei rapporti sociali.
Il fascismo non ha avuto un Trotskj, così come la sua rivoluzione non ha avuto una fazione mensevica, ma ha conservato dentro di sè - di fatto mettendola in quiescienza - la propria opzione "sociale" e sindacale (Corridoni), e questo gli ha consentito di giocarsi su più tavoli la carta non solo del consenso, ma anche quella del governo: una vocazione alla coincidentia oppositorum tipicamente italiana, che caratterizza tutta la nostra storia, anche repubblicana, e che è diametralmente opposta alla tendenza al frazionismo estremistico presente invece nella storia russa.
Il PNF, insomma, è già un esempio di "partito di lotta e di governo": una retorica che rimane ancora adesso nella nostra politica, resa ancora più surreale dall'aver cancellato, nella lotta, la figura del nemico. E' rimasto solo il governo.

Quello che, con spirito meno manicheo, fa tornare alla memoria il fascismo alle persone di sinistra è proprio questa sensazione di assenza attuale di un obiettivo (un nemico, un fenomeno da combattere, un'alternativa), sul quale misurare non solo la propria azione, ma il concetto stesso di progresso sociale.

Non sei un comunista, ma un socialista, nessun problema. La libertà individuale che citi è altra storia, e qui ti pongo una domanda: siamo liberi sotto il capitalismo? E se mi rispondi affermativamente, mi dirai anche “liberi di fare che”.

Non sono d’accordo quando scrivi che fascismo e sovietismo appartengono alla storia delle rispettive nazioni: il sovietismo, la versione stalinista del marxismo originale, è un movimento mondiale per la ricerca di una miglior giustizia sociale, il fascismo ha mille espressioni anche se ha una radice sempre uguale, e con la ricerca della felicità terrena, secondo canoni del liberalismo o attraverso la giustizxia sociale, non c'entra niente. Ma specialmente non sono d’accordo con l’idea che il fascismo possa essere paragonato al sovietismo come motore di modernizzazione: e quando mai il fascismo ha “modernizzato” il Paese? Come puoi paragonarlo al”sovietismo”? Lo stato savoiardo italiano non è mai stato rovesciato dal fascismo che lo ha invece tranquillamente accettato, mentre l’opposto si è verificato in Urss, dove gli zar sono spariti. Vero che il sovietismo è stato un movimento illiberale, e non sarebbe potuto essere altro per quello che doveva fare, ma quello fascista è stato niente altro che fascismo, cioè un’ espressione farneticante dell’irrazionalismo filosofico, per la quale gli uomini sono sulla terra solo per la gloria delle loro nazioni e per questa ragione, come dice il testo di Mussolini del 1932, devono dimenticarsi la ricerca della felicità terrena per anelare all’eroismo esistenziale: insomma una cagata pazzesca. Il comunismo è l’esatto opposto, come sappiamo.
La seconda parte del tuo post la commenterò in un secondo momento, che ora il lavoro mi chiama.
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Messaggio Da Montalbano Mer 12 Giu 2013, 08:14

Shaka_Zulu ha scritto:


... e poi vale sempre la famosa battuta di Manfredi in "Anni Ruggenti" quando ad un Gastone Moschin Gerarca che magnificava i treni in orario rispondeva: ...e c'era bisogno di farlo Presidente del Consiglio? Bastava farlo capostazione. Dichiarazioni sHack... - Pagina 2 292285641
Chissà cosa avrebbe saputo dire il grande Manfredi dei politici di oggi, che manco un tram saprebbero dirigere, altro che una stazione...

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Messaggio Da CiRom Mer 12 Giu 2013, 15:13

cireno ha scritto:Non sei un comunista, ma un socialista, nessun problema. La libertà individuale che citi è altra storia, e qui ti pongo una domanda: siamo liberi sotto il capitalismo? E se mi rispondi affermativamente, mi dirai anche “liberi  di fare che”.

Non sono d’accordo quando scrivi che fascismo e sovietismo appartengono alla storia delle rispettive nazioni: il sovietismo, la versione stalinista del marxismo originale, è un movimento mondiale per la ricerca di una miglior giustizia sociale...



Non siamo "sotto" il capitalismo, ma "dentro".
Quanto ala libertà, vale quello che dicono Fruttero e Lucentini nel loro libretto Mille lire al mese, sulla vita quotidiana durante il ventennio fascista: "gli italiani si sentivano liberi, perché facevano coincidere la libertà con quello che gli veniva concesso".
Vale per qualunque situazione: dipende da quello che riusciamo a immaginare come alternativa all'esistente.
E dipende da chi siamo, perché tutti siamo dentro a questo sistema, ma non tutti ci stiamo allo stesso modo e nella stessa posizione.

Tra marxismo, leninismo e stalinismo c'è una serie di transizioni che qualificano il regime sovietico come una specificità politica tutt'altro che mondiale o "internazionale", ma invece totalmente parte della storia nazionale russa - cosa del resto riconosciuta dallo stesso Lenin, nella sua polemica contro la tesi di chi, nel suo movimento, muoveva l'obiezione della "immaturità" sociale della Russia ai fini del processo marxista.
Non è un caso che, poi, la rivoluzione leninista si sia rapidamente mutata nello stalinismo, che lo assimila ad altre "rivoluzioni" avvenute nella storia del paese, ognuna col suo "piccolo padre" e con le sue epurazioni, le sue repressioni, i suoi orizzonti di gloria imperiale e il suo carisma messianico.
L'ombra dell'orso sovietico è servita alla sinistra occidentale e ai movimenti di liberazione nazionale del terzo mondo per contrattare in alcuni casi con maggiore efficacia, in altri casi con molti svantaggi, le proprie condizioni, nel contesto della guerra fredda, ma questa è un'altra storia.

Il discorso sul fascismo è, per noi, molto più importante, proprio perché è finemente intessuto con la nostra storia.
Ho sempre trovato insoddisfacente, fin dall'adolescenza, il modo in cui si rappresentava il fascismo, sul piano storico-politico: non mi ha mai convinto la cesura che si è voluta disegnare tra stato liberale e fascismo, e non mi ha mai convinto l'analoga cesura tra fascismo e repubblica.
Ovviamente, una scarsa convinzione che andava al di là dell'ovvia constatazione del permanere, in tutte queste diverse fasi della storia, del potere della borghesia capitalistica.
Mi sembrava che ci fosse sempre un eccesso di speculazione politica che insidiasse la realtà storica, che avrebbe richiesto una lettura più profonda del fascismo come fatto antropologico e culturale, anche da parte della sinistra. Probabilmente questo è un limite intrinseco della politica, ossia una libertà che la politica ritiene di non potersi permettere.
Ho trovato, poi, un sostegno alle mie idee giovanili, sulla materia, in Pasolini e successivamente in Umberto Eco, col  suo saggio sul Fascismo eterno. Una lettura interessante, della quale cito solo un passo, più direttamente legato a quello che ho scritto nel post precedente:

Al contrario, il fascismo non possedeva alcuna quintessenza, e neppure una singola essenza. Il fascismo era un totalitarismo fuzzy.
Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni. Si può forse concepire un movimento totalitario che riesca a mettere insieme monarchia e rivoluzione, esercito regio e milizia personale di Mussolini, i privilegi concessi alla Chiesa e una educazione statale che esaltava la violenza, il controllo assoluto e il libero mercato? Il partito fascista era nato proclamando il suo nuovo ordine rivoluzionario ma era finanziato dai proprietari terrieri più conservatori, che si aspettavano una controrivoluzione. Il fascismo degli inizi era repubblicano e sopravvisse per vent'anni proclamando la sua lealtà alla famiglia reale, permettendo a un "duce" di tirare avanti sottobraccio a un "re" cui offerse anche il titolo di "imperatore". Ma quando nel 1943 il re licenziò Mussolini, il partito riapparve due mesi dopo, con l'aiuto dei tedeschi, sotto la bandiera di una repubblica "sociale", riciclando la sua vecchia partitura rivoluzionaria, arricchita di accentuazioni quasi giacobine.
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Messaggio Da cireno Mer 12 Giu 2013, 15:55

Raskol ha scritto:

Non siamo "sotto" il capitalismo, ma "dentro".
Quanto ala libertà, vale quello che dicono Fruttero e Lucentini nel loro libretto Mille lire al mese, sulla vita quotidiana durante il ventennio fascista: "gli italiani si sentivano liberi, perché facevano coincidere la libertà con quello che gli veniva concesso".


Considero il capitalismo un giogo opprimente quindi scrivo che siamo sotto, non dentro.
Il marxismo è una cosa e l’applicazione del marxismo può anche essere altro, come lo stesso Marx prevedeva, purchè alla fine si arrivi a quella società senza classi che la teoria vede come obiettivo.
La tesi sulla immaturità della Russia a fare la rivoluzione viene dai testi di Marx che vedeva solo in una società industrializzata la possibilità della rivoluzione proletaria. Fu Marx ha escludere la rivoluzione nei paesi arretrati industrialmente ed economicamente.
La rivoluzione bolscevica fu sconquassata dalla morte di Lenin e dall’allontanamento di Trotzkij, e Livio Maitan nel libro “La Rivoluzione tradita” lo spiega molto bene.
 
Il fascismo è esattamente come tu lo descrivi: una summa di idee raffazzonate  tanto per avere una sorta di filosofia da esibire: gentile e Rocco fecero un duro lavoro su Hegel, rifiutato da Hitler fra l’altro, ma quella filosofia raccogliticcia fu aspramente criticata da Benedetto Croce.
Il fascismo deve essere criticato per la sua arrogante stupidità. Mentre Hitler rappresentava la Tragedia al potere, il fascismo recitava una comica tragica. Il brano di Umberto Eco che hai incollato lo dimostra con chiarezza.
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Messaggio Da Ospite Mer 12 Giu 2013, 16:08

A prescindere (e a conferma) dall'analisi di Eco riportata da Raskol (che, per inciso, pare - mutatis mutandis - adattarsi perfettamente al M5S) resta il fatto storico che nel regime scelsero di operare "dall'interno" una serie di personaggi non fascisti - da liberali a filocomunisti - cui si devono sostanzialmente le riforme sociali e la modernizzazione che il Paese e il suo capitalismo (più che Mussolini e i suoi trascorsi socialisti) richiedevano. Mi riferisco a gente come Beneduce, Menichella, Mattioli, Calamandrei, ecc.

Ciò detto, dissento con la tesi riportata della Hack, che chi ha aperto il 3d sembra sposare (se l'ho capito bene, tra i tanti puntini di sospensione), che il welfare del ventennio oggi ce lo possiamo sognare.

Il vero welfare - ancor più se in esso comprendiamo anche la espansione di diritti civili e con tutti i condizionamenti storici che conosciamo - in Italia si è sviluppato nei primi trenta anni postbellici e malgrado i colpi subiti nei successivi trenta è ancor oggi qualitativamente e quantitativamente di gran lunga superiore a quello prebellico. 

Insomma, per fare un esempio automobilistico, consentire con detta tesi è un po' come se, guidando una golf un po' anzianotta ed ammaccata e con le gomme lise ci sognassimo la Balilla a tre marce.

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Messaggio Da CiRom Mer 12 Giu 2013, 17:26

cireno ha scritto:Considero il capitalismo un giogo opprimente quindi scrivo che siamo sotto, non dentro.
Il marxismo è una cosa e l’applicazione del marxismo può anche essere altro, come lo stesso Marx prevedeva, purchè alla fine si arrivi a quella società senza classi che la teoria vede come obiettivo.
La tesi sulla immaturità della Russia a fare la rivoluzione viene dai testi di Marx che vedeva solo in una società industrializzata la possibilità della rivoluzione proletaria. Fu Marx ha escludere la rivoluzione nei paesi arretrati industrialmente ed economicamente.
La rivoluzione bolscevica fu sconquassata dalla morte di Lenin e dall’allontanamento di Trotzkij, e Livio Maitan nel libro “La Rivoluzione tradita” lo spiega molto bene.
 

La democrazia capitalistica consente di essere allo stesso tempo dentro e sotto. A me sembra assai più appropriato politicamente ragionare in funzione del dentro.

I contestatori della volontà di Lenin sulla rivoluzione "qui e subito" si riferivano proprio al marxismo, e Lenin ne era assolutamente consapevole. Il "tradimento" era già scritto in questa premessa. Fu una scelta e una scommessa.
La scomparsa di Lenin ha solo rappresentato il passaggio dalla fase rivoluzionaria allo stalinismo, cioè al ritorno nell'alveo della consuetudine storica della Russia, che ha congelato in un nuovo grande inverno il fervore politico e culturale che era comunque presente nelle prime fasi della rivoluzione e che avrebbero potuto risolversi in esiti capaci di sanare il tradimento della premessa.
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Messaggio Da Ospite Mer 12 Giu 2013, 18:08

Raskol ha scritto:

I contestatori della volontà di Lenin sulla rivoluzione "qui e subito" si riferivano proprio al marxismo, e Lenin ne era assolutamente consapevole. Il "tradimento" era già scritto in questa premessa. Fu una scelta e una scommessa.


solo per introdurre un dubbio, eventualmente da trattare in un suo 3d giacchè qui sarebbe ampiamente OT.

La consapevole scommessa di Lenin aveva come corollario che la spinta rivoluzionaria della rivoluzione d'ottobre  avrebbe consentito di innescare analogo processo nei paesi occidentali, come in effetti fu tentato, sanando così i rischi che partire dal "punto più basso" comportava.

Ridurre gli sviluppi successivi dell'URSS a questione di "tradimento" soggettivo di Stalin e quanti altri non costituisce una lettura autoassolutoria della storia e della incapacità del movimento complessivo che all'URSS faceva riferimento - e segnatamente di quanti operavano in occidente - di produrre detto processo?

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Messaggio Da einrix Mer 12 Giu 2013, 18:41

Una dittatura, non necessariamente deve fare una politica economica disastrosa, o deve essere inetta nei confronti delle riforme strutturali della società. Ci sono dittature che hanno saldi positivi e saldi negativi, come le democrazie che abbiamo sott'occhio. 

Quando si stigmatizza la dittatura è unicamente in rapporto alla politica, alla libertà degli individui e dei partiti, alla forma delle istituzioni dello stato. 

A detta di qualche storico, anche Roosevelt guardò alle nazionalizzazioni delle banche che fece il fascismo, quando introdusse nella sua politica economica l'intervento dello stato per vincere la crisi del 29 che si stava prolungando.


La differenza tra Roosevelt e Mussolini non stava tanto nella ricetta economica, quanto nelle libertà politiche che in Italia erano negate.

Anche per le leggi razziali, una democrazia può vararle a maggioranza, come può fare e ha fatto la dittatura fascista in un Parlamento blindato dalle camice nere. Seppure lievi, non vi sono forse leggi razziali in Israele contro i palestinesi di nazionalità israeliana? 

Il discorso della Hack se si limita a quanto riportato, può pure essere condiviso, poi si tratta di vedere il resto. Ma non dubito che la Hack su certi temi abbia delle idee giuste, come meglio riesce ad uno scienziato che sappia fare delle analisi obiettive e non solo dei discorsi di propaganda.
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Messaggio Da Guya Mer 12 Giu 2013, 19:26

..e comunque: BUON COMPLEANNO, MARGHERITA Dichiarazioni sHack... - Pagina 2 4149909871

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Messaggio Da rikkitikkitavi Mer 12 Giu 2013, 20:04

einrix ha scritto:Una dittatura, non necessariamente deve fare una politica economica disastrosa, o deve essere inetta nei confronti delle riforme strutturali della società. Ci sono dittature che hanno saldi positivi e saldi negativi, come le democrazie che abbiamo sott'occhio. 

Quando si stigmatizza la dittatura è unicamente in rapporto alla politica, alla libertà degli individui e dei partiti, alla forma delle istituzioni dello stato. 

A detta di qualche storico, anche Roosevelt guardò alle nazionalizzazioni delle banche che fece il fascismo, quando introdusse nella sua politica economica l'intervento dello stato per vincere la crisi del 29 che si stava prolungando.



mah! roosevelt ha seguito consapevolmente una politica economica keynesiana; mussolini ha chiamato una persona capace come beneduce e gli si è affidata corpo e anima per essere tirato fuori dai guai.
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Messaggio Da einrix Mer 12 Giu 2013, 20:30

rikkitikkitavi ha scritto:



mah! roosevelt ha seguito consapevolmente una politica economica keynesiana; mussolini ha chiamato una persona capace come beneduce e gli si è affidata corpo e anima per essere tirato fuori dai guai.


E cosa cambia dal punto di vista delle scelte economiche? Erano buone o cattive?

Solo che l'uno era il democratico Roosevelt e l'altro il fascista Mussolini. Se parliamo di economia è una cosa, se parliamo di democrazia e dittatura è un'altra. 

La stessa politica di Pinochet in Cile era copiata da quella di Regan negli Stati Uniti (1), non per questo il Cile di Pinochet era una nazione democratica.

nota:
1) da Wikipedia. 
I "Chicago Boys" furono un gruppo di giovani economisti cileni formatisi presso l'Università di Chicago, nel 1970 circa, sotto l'egida di Milton Friedman e Arnold Harberger. Successivamente furono assunti a metà degli anni '70 nell'amministrazione del ministero dell'economia del Cile, presieduto dal tecnico José Piñera, durante il regime di Augusto Pinochet. Le politiche del ministero di Piñera si caratterizzarono per il processo di privatizzazione e liberalizzazione dell'economia del paese, dopo le riforme collettiviste del governo socialista di Salvador Allende.
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Messaggio Da rikkitikkitavi Mer 12 Giu 2013, 20:37

no, scusa: io volevo sottolineare una differenza.
roosevelt aveva nel suo programma la ricetta keynesiana per uscire dalla depressione in cui gli stati uniti erano stati cacciati da un eccesso di liberismo, politica attuata dai suoi predecessori.
mussolini aveva invece attuato proprio la politica che aveva portato alla crisi del '29, e nel momento in cui si è trovato con il culo scoperto ha pensato di chiamare qualcuno che gli levasse le castagne dal fuoco.
anche perché l'accoppiata culo scoperto-castagne bollenti non è esattamente piacevole.
la differenza a me pare lampante.
il problema della dittatura non lo tratto nemmeno.
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Messaggio Da cireno Mer 12 Giu 2013, 20:51

Raskol ha scritto:



La democrazia capitalistica consente di essere allo stesso tempo dentro e sotto. A me sembra assai più appropriato politicamente ragionare in funzione del dentro.

I contestatori della volontà di Lenin sulla rivoluzione "qui e subito" si riferivano proprio al marxismo, e Lenin ne era assolutamente consapevole. Il "tradimento" era già scritto in questa premessa. Fu una scelta e una scommessa.
La scomparsa di Lenin ha solo rappresentato il passaggio dalla fase rivoluzionaria allo stalinismo, cioè al ritorno nell'alveo della consuetudine storica della Russia, che ha congelato in un nuovo grande inverno il fervore politico e culturale che era comunque presente nelle prime fasi della rivoluzione e che avrebbero potuto risolversi in esiti capaci di sanare il tradimento della premessa.








Non per contestare l’uso dei termini ma solo per sottolineare il mio pensiero che vuole che il capitalismo non abbia nessuna veste democratica reale. Ma questo potrebbe essere un altro argomento di discussione.

Sulla rivoluzione voluta da Lenin, bisogna dire che nessun principio della strategia marxiana era meglio definito dalla legge che stabilisce l’impossibilità di fare una rivoluzione con la forza prima che il tempo sia maturo, cioè prima che le contraddizioni in una società abbiano prodotto una situazione rivoluzionaria(come potremmo considerare per esempio l’Italia di oggi). Era questo che si pensava distinguesse il socialismo scientifico di Marx dall’utopismo o dal mero avventurismo. Engels aveva impiegato non meno di tre capitoli del suo Anti-Duhring per rafforzare e illustrare questo principio. Il suo locus classicus è tuttavia quel passaggio della prefazione al Capitale in cui Marx afferma che sebbene una nazione possa imparare dall’altra  “non si può saltare le fasi naturali dell’evoluzione né scuoterle via dal mondo con dei decreti”. Egli diceva anche che “un paese nel quale lo sviluppo industriale è più avanzato che in altri, non fa altro che presentare a questi altri un quadro del loro futuro”. Tutto ciò che può fare un rivoluzionario è “abbreviare le doglie e rendere più veloce la necessaria transizione verso il socialismo”. Il significato letterale di questi passaggi sembra fosse che tutte le società debbono, per una legge naturale, passare attraverso i tre stadi del feudalesimo, del capitalismo  e del socialismo e che la transizione doveva avvenire in tutti i casi attraverso una rivoluzione.
Sono state queste parole a far pensare a Lenin, e a Trotzskij, che la Russia era pronta per la rivoluzione. Chiaramente non lo era ma io sono ugualmente convinto che se Lenin non fosse morto, se Trotzskij non fosse stato scacciato, se il capitalismo non avesse prima chiuso l’Urss in un cordone sanitario e poi non l’avesse attaccato militarmente, oggi l’Urss sarebbe un esempio per le società di tutto il mondo. 
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Messaggio Da einrix Mer 12 Giu 2013, 21:13

rikkitikkitavi ha scritto:no, scusa: io volevo sottolineare una differenza.
roosevelt aveva nel suo programma la ricetta keynesiana per uscire dalla depressione in cui gli stati uniti erano stati cacciati da un eccesso di liberismo, politica attuata dai suoi predecessori.
mussolini aveva invece attuato proprio la politica che aveva portato alla crisi del '29, e nel momento in cui si è trovato con il culo scoperto ha pensato di chiamare qualcuno che gli levasse le castagne dal fuoco.
anche perché l'accoppiata culo scoperto-castagne bollenti non è esattamente piacevole.
la differenza a me pare lampante.
il problema della dittatura non lo tratto nemmeno.
nulla da eccepire rikki. Ho semplificato perché si tratta pur sempre di cosa delicata, e che mantiene una sua verità solo parlando per schemi. Se si scendesse poi nei particolari si potrebbero fare delle analisi per cui certe politiche talvolta portano alla dittatura, ma per il discorso semplificato della Hack è proprio quello che si deve evitare, altrimenti si rischia di fraintenderla, contro le sue intenzioni - forse un po incaute.
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Messaggio Da CiRom Gio 13 Giu 2013, 05:32

Bessarione13 ha scritto:Ridurre gli sviluppi successivi dell'URSS a questione di "tradimento" soggettivo di Stalin e quanti altri non costituisce una lettura autoassolutoria della storia e della incapacità del movimento complessivo che all'URSS faceva riferimento - e segnatamente di quanti operavano in occidente - di produrre detto processo?

Si tratta di una riduzione classica, che avviene a diversi liveli, micro e macro storico-politici.
Anche nell'ambito delle vicende di un partito, spesso si addebita il fallimento a un "mariuolo" o alle paturnie di un dirigente.
E' opinione diffusa presso i nostalgici del Ventennio - ricordo bene certi discorsi che sentivo fare nei paesi delle campagne "nere" della Sabina - che Mussolini fu tradito dai suoi generali, o dagli ammiragli della Regia Marina, o direttamente dal Re, e che "l'unico errore fu quello delle leggi razziali", o quello di entrare in guerra insieme con Hitler, etc.

Nello specifico del nostro discorso, per lungo tempo ci si è sentiti obbligati a "salvare il compagno Lenin", sia da parte di chi si professava filosovietico in blocco, senza fare distinzioni, sia da parte di quelli che ammettevano la deriva totalitaria e imperialistica dello stalinismo: per questi ultimi, l'unico modo per contemperare la salvezza dell'uno e la condanna dell'altro è stato il ricorso alla categoria del "tradimento", anche se coniugata in varie forme, spesso molto evolute dal punto di vista ideologico e intellettuale.
Chi di sinistra, invece, non era, e anzi ne era un accanito oppositore, non aveva alcun interesse a centrare la propria attenzione su Lenin, mettendolo in contraddizione con Marx, perché era infinitamente più interessato a demolire il marxismo, intepretandolo come premessa diretta del totalitarismo stalinista.
In tutto questo intreccio, alla fine il compagno Lenin ha salvato, bene o male, la propria reputazione: d'altra parte, quei venti, trent'anni che si sono conclusi con la Rivoluzione d'Ottobre sono talmente densi di avvenimenti, di tesi e antitesi, di fenomeni e di eventi, sia in terra russa, sia in Europa, che c'era allora e c'è ancora oggi spazio per qualunque ipotesi e interpretazione.
A parziale discolpa di Lenin - ma a conferma di quello che dicevo a proposito della continuità della storia russa - c'è infatti la complessità di quella nazione, la sua tradizionale, ancestrale divisione in "mondi" che la vastità del territorio, la composizione eterogenea delle sue etnie, la secolare persistenza di avversioni insanabili, aggiungeva alla fondamentale discrasia tra mondo urbano e capitalistico da una parte e uno sterminato mondo contadino dall'altra.
Il calcolo di Lenin era calibrato sul mondo capitalistico, urbano e industriale, e questo lo metteva in contraddizione con il marxismo per le ragioni ricordate, e configurando in questo senso il "tradimento".
Ma fu lo scontro con la realtà contadina russa - poco decifrabile già col marxismo classico, ma assolutamente estranea ai disegni leninisti - a mettere in crisi la rivoluzione, che aveva avuto in fondo buon gioco contro un sistema di potere centrale ormai al collasso. Quella realtà contadina che, da sempre, era "la Russia", molto più e molto più profondamente di quanto non lo fossero una borghesia urbana di formazione relativamente recente e un'aristocrazia superficialmente cosmopolita, che non erano mai state in grado di trasferire la propria già precaria "europeizzazione" al grande corpo della nazione russa.
Stalin ha poi risolto la crisi nell'unico modo conosciuto nella storia russa, anche in quelle fasi che erano state precedute da riformismi rimasti incompiuti di matrice liberale o da insurrezioni contadine o nazionalistiche.
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Messaggio Da cireno Gio 13 Giu 2013, 05:55


Ho scritto nel precedente post che quel 1917 non era, almeno secondo le strategie marxiane, assolutamente il momento per la rivoluzione comunista: il paese era in condizione semifeudale, la società centrata sulla terra in mano ai Kulaki, e ad essere generosi si poteva parlare di condizione pre-industriale del paese. Una rivoluzione in quelle condizioni non aveva alcun senso se non quello di abbattere una dittatura zarista ormai del tutto estranea al paese. Nei primi anni post rivoluzione Lenin se ne dovette rendere conto quando sabotaggi, opposizioni, attentati, embargo internazionale e anche contrasti interni al partito, frenavano, se non addirittura impedivano, il raggiungimento degli obiettivi minimi del primo piano quinquennale. La NEP successiva fu una necessità obbligata che Lenin dovette adottare per non mettere a rischio morte per fame milioni di cittadini.
Il vero edificatore dell’Urss, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, è stato Stalin. E’ stato lui a portare l’Urss da un paese quasi medioevale ala grande potenza industriale che Hitler ha poi distrutto per circa il 50% delle sue attrezzature. E’ stato lui a portare l’analfabetismo, che nel 1917 era del 71% al 2% in nemmeno 15 anni, è stato lui il vero creatore della seconda grande potenza mondiale, e tutto navigando in un mare procelloso, fra squali e scogli di vario genere. Sarebbe stato capace di fare tutto ciò se non si fosse dimostrato assolutamente indifferente al sudore e anche al sangue dei suoi concittadini? La risposta è no. I tradimenti erano all’ordine del giorno e Stalin, per non sbagliare, ha decapitato anche crudelmente la vecchia guardia sapendo, come la storia di tutte le rivoluzioni insegna, che sempre i traditori si annidano proprio tra i primi compagni rivoluzionari. Ha fatto male? E’ stato un sanguinario dittatore? Può essere, se lo giudichiamo da un punto di vista parziale, ma non possiamo non ricordare che per lui l’unico obiettivo era creare una forte e inattaccabile potenza socialista, cosa che ha fatto.

L’errore è stato anticipare la fine delle doglie e far partire la rivoluzione in un paese così arretrato. Lo sforzo per portarlo dal medioevo almeno nel XX° secolo è costato quei milioni di morti che oggi gli anticomunisti, dimenticando i milioni di morti che il capitalismo crea da sempre, imputano al “barbaro sanguinario” Stalin Giuseppe.
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Messaggio Da CiRom Gio 13 Giu 2013, 13:51

cireno ha scritto:
Il vero edificatore dell’Urss, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, è stato Stalin. E’ stato lui a portare l’Urss da un paese quasi medioevale ala grande potenza industriale che Hitler ha poi distrutto per circa il 50% delle sue attrezzature.



Su questo possiamo essere d'accordo: anche Ivan il Terribile è stato un edificatore, come pure lo zar Pietro e Caterina.
Come dicevo, la storia russa è fatta di strappi, nei quali la grande massa del popolo è stato trainata con la violenza dai Piccoli Padri impietosi e visionari.
L'idea della "grande potenza", in questo caso industriale, è stata una costante dell'epica russa, ma non ha molto a che fare col socialismo.
Nella storia russa, per altro, questa grandezza è sempre stata quella del gigante coi piedi d'argilla, che, nel momento in cui si è trovato a confrontarsi con i propri nemici, sistematicamente scopriva di essere assai meno forte di quanto la disparità delle dimensioni lasciava credere: la Polonia, le nazioni baltiche, i mongoli, l'impero ottomano, perfino la sgangherata nazione ucraina, hanno tenuto testa e spesso sconfitto la Grande Russia. La Germania e la Gran Bretagna nemmeno erano considerate abbordabili, da parte della Russia.
La potenza russa si è manifestata sotto forma di resistenza portata all'estremo, in forme sostanzialmente simili, sia da parte della Russia zarista contro l'invasione napoleonica, sia da parte di quella stalinista contro il nazismo, entrambe fondate su una capacità quasi disumana di sofferenza della "carne da cannone" mandata a contrapporsi agli invasori e sulla vastità del territorio, che costringeva ad estendere la guerra a stagioni impraticabili.
La Russia ha sempre perduto sul piano dell'organizzazione, dell'efficienza produttiva, del background sociale, che erano ogni volta una base troppo debole e in qualche modo artificiale di quella "grande potenza" esibita. L'URSS è stata la più recente espressione di questa costante storica.
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