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Comunismo, Movimenti, Partito, Forme di governo

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Messaggio Da einrix Gio 21 Mar 2019, 13:57

Ho letto per la prima volta questo articolo di Althusser che riflette sul marxismo nella sua prospettiva politica del comunismo, a partire dalla sua lunga crisi. Gli interrogativi che pone e che nella realtà hanno trovato tante risposte, non hanno determinato una linea ideale che segni i nuovi indirizzi, che non possono essere solo quelli della classe operaia, ma di tutto un popolo che studia e lavora per rendere solide le proprie basi della democrazia e della libertà.

https://www.marxists.org/italiano/althusser/parolesumarxlenin.html

Le rivoluzioni, sia quella francese che quella russa, erano inevitabili per come si erano messe le cose con le guerre e le crisi secolari in quei paesi. E sono state un progresso in special modo per la distruzione dei regimi delle monarchie assolute. Ma spesso hanno pasticciato, quando si è dovuto trovare forme e pratiche di governo che non provocassero dei ritorni in dietro di quelle storie.
La storia ovunque è andata avanti mostrando altre vie possibili, e valide, specie quelle in Europa, pur dopo aver superato almeno le reazioni del nazi-fascismo, se non quelle di un imperialismo post coloniale, tuttora in corso, con le guerre nell'Africa del Nord ed in Medio Oriente.
Mi piacerebbe che ci fosse una discussione intorno a questi temi. Non so se ce la farò da solo, punto per punto ad evidenziare da quali punti di crisi è possibile intravvedere quelle nuove prospettive che ne consentano il superamento.
Aspettando un vostro contributo, porgo i miei più cordiali saluti a tutti.
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Messaggio Da einrix Ven 22 Mar 2019, 15:22


  1. Tento una risposta ed un commento...
    Una rivoluzione la si fa quando lo stato delle cose lo si ritiene insostenibile. Le rivoluzioni possono essere fatte contro lo stato, ma anche contro usi e costumi superati o per cambiare i principi della scienza che ormai si ritengano superati. Se le rivoluzioni che riguardano la scienza o i costumi possono resistere ed essere durature nel tempo, quelle contro i governi raramente hanno effetti di lunga durata, anche se portano innovazioni nella forma del governo stesso. In occidente le monarchie assolute hanno incominciato il loro vero declino, in gran Bretagna con la rivoluzione inglese, in Francia ed in Russia, rispettivamente con la rivoluzione francese e con quella d'Ottobre. Le altre monarchie, volendo esistere come istituzioni, si sono trasformate in monarchie costituzionali, di fatto molto simili alle repubbliche parlamentari. In Russia le cose andarono diversamente dalla Francia e dall'Inghilterra, per varie ragioni, tra le quali assume un ruolo determinante l'idealismo marxista che si forma proprio a ridosso di quegli anni. Il Manifesto del Partito Comunista è del 1872, ma ci vuole la rivoluzione francese di un secolo prima, lo sviluppo della manifattura, i moti insurrezionali del 1848 e la Prima Grande Guerra, a preparare il terreno politico per lo sviluppo di quelle idee che portano alla rivoluzione d'Ottobre ed allo sbocco della forma di governo rivoluzionario in Russia che molto presto si chiude in una dittatura di partito che dura oltre mezzo secolo, sino al collasso ed alla fondazione della nuova repubblica russa. Incrociare marxismo, comunismo e dittatura del proletariato in Russia è necessario per comprendere il significato della forma di governo, alla luce delle esperienze del secolo ventesimo. La Cina, con la Lunga Marcia che porta al potere Mao ed il Partito Comunista Cinese, pur con la forma del Partito Unico, dopo una prima fase che dura un trentennio, si apre moltissimo alla società civile, e le trasformazioni sostanziali della forma del governo ci sono anche se la forma è apparentemente la stessa. In Cina, è sempre il Partito Comunista a formare le basi delle Istituzioni Politiche, ma la società non è più comunista perché la libertà di intraprendere ha assunto dimensioni tali che non vi è differenza tra il capitalismo degli stati occidentali e quello cinese, il cui governo ha solo un maggiore potere per determinare lo sviluppo dell'economia, secondo i propri piani strategici. In Occidente si fa la stessa cosa con la politica monetaria, la spesa corrente, quella nelle infrastrutture, il welfare e la difesa. In Cina, vi si aggiunge anche lo sviluppo della manifattura strategica in quei settori che possono assicurare il successo delle proprie produzioni per il consumo interno e l'esportazione. Alla fine, si è constatato che il principio del comunismo non ha retto alla prova della storia, e la dittatura del proletariato in Russia è stata la forma di governo che gli ha dato la possibilità di vivere più a lungo di ciò che fosse fisiologico e ammissibile. In Cina, esaurita la spinta del maoismo all'unità della nazione ed allo sviluppo dell'economia, è bastata la forzatura della Rivoluzione Culturale a compromettere il comunismo puro, che si è dovuto trasformare, abbandonando la forma totale della proprietà statale dei mezzi di produzione, che via via si è ridotta, pur rimanendo cospicua, a garanzia di quel controllo e di quella crescita, in un paese ancora socialmente ed economicamente eterogeneo in strati sociali e regioni.

  2. Nella Prefazione del 1883 all'edizione tedesca del Manifesto, Friedrich Engels scrive: [...] Il pensiero di fondo che ricorre nel Manifesto ‐ che la produzione economica e l'articolazione sociale che ne consegue necessariamente in ogni epoca costituisce il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che quindi (dopo l'abolizione dell'arcaica proprietà comune della terra) tutta la storia è stata una storia di lotte di classe, lotte fra sfruttati e sfruttatori, classi oppresse e oppressive nei diversi stadi dello sviluppo sociale; che però oggi questa lotta ha raggiunto uno stadio in cui la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più liberare dalla classe che la sfrutta e opprime (la borghesia) senza insieme liberare per sempre l'intera società da sfruttamento, oppressione e lotte di classe‐questo pensiero di fondo appartiene solo e unicamente a Marx5 . L'ho già affermato molte volte; tanto più oggi però conviene che questa affermazione stia qui come premessa al Manifesto stesso. Con la lotta e la rivoluzione si vuole liberare l'intera società, dallo sfruttamento e dalla oppressione, ciò che comporta di eliminare chi sfrutta ed opprime in difesa di chi è sfruttato ed oppresso. Ma in che modo ciò venga fatto, sono le esperienze che si sono avute in molti paesi, a dircelo. Seguendo le vicende della Russia si comprende come la guerra civile e la conflittualità con gli stati occidentali abbiano impedito di seguire la via delle leggi e delle riforme condivise, e si è instaurata una dittatura di cui Stalin, anche per via della Seconda Grande Guerra, si è assunto la piena paternità, ma che ha lasciato bloccato il paese sino al crollo del Muro di Berlino del 1989. Non era forse giusto lottare contro lo sfruttamento e l'oppressione? In Russia, quella lotta è andata in un modo ed in Europa, dove lo sfruttamento e l'oppressione è durata più a lungo, dopo la Seconda Guerra mondiale ed il crollo delle dittature nazifasciste, si è avuta quell'emancipazione dei rapporti tra le classi che hanno trovato un modus vivendi accettabile attraverso un'equa redistribuzione del reddito prodotto, nel rispetto delle libertà personali e sindacali. Quel manifesto di K. Marx, così come ha generato il comunismo sovietico, ha prodotto pure quelle trasformazioni sociali anche in Europa hanno abolito per un lungo periodo, oppressione e sfruttamento. In quanto alla tesi che «la produzione economica e l'articolazione sociale» generino quei processi che portano a nuove forme di oppressione e sfruttamento, lo si vede anche ora che con le crisi cicliche, che vi è sempre la tendenza a ridurre le tutele dei più deboli, tanto che le conquiste non si possono considerare ottenute per sempre, poiché vengono rimesse sempre in discussione. Ragion per cui occorre mantenere attivi tutti quei sistemi di riequilibrio che sono le trattative sindacali e la rappresentanza democratica delle classi che devono ricercare quelle forme di compromesso che portino alla condivisione delle scelte con la finalità del bene comune.

  3. Se le cose sono come le ho descritte, il marxismo passa dalla categoria della politica, alla storia del pensiero politico riguardo al sociale e di come lo si tiene nei momenti di crisi, con la rivoluzione oppure con quel lavoro di lotta democratica per la ricerca del punto di compromesso più rispondente allo sviluppo del sistema. Che è poi ciò che la storia, prima e dopo C. Marx ci ha mostrato.

  4. Il comunismo, inteso come soppressione violenta della classe sfruttatrice, non è una questione che riguardi il marxismo in se. Il marxismo propugna l'idea che la società debba essere liberata da sfruttamento ed oppressione, poi sta a chi mette in atto quella regola fare in modo che tutto avvenga in modo positivo e ragionevole, come pure dipende dalla forza con cui le classi che detengono il monopolio dello sfruttamento e dell'oppressione, resistono e reagiscono alle rivendicazioni delle classi meno abbienti. Le guerre civili ed i cambiamenti di regime, nascono sempre da uno scontro di interessi insanabili con la trattativa, e la guerra è la sola risposta ammessa per determinare le ragioni e i torti. Ciò esula dall'analisi marxista, e lo fa al punto che in occidente è il fascismo ed il nazismo a fare verso le classi lavoratrici, quello che in Russia è il Partito Comunista a fare contro la nobiltà e la proprietà terriera. Passiamo quindi da una teoria del conflitto di classe a come le classi reagiscono per trovare il punto di equilibrio oppure per sconfiggere la classe avversaria. Confondere il marxismo con la lotta di classe, che non è solo della classe subalterna, ma anche di quella dominante, è aberrante. Naturalmente, questo ideologismo è stato usato e sfruttato ai fini della propaganda da chi voleva combattere le rivoluzioni quando a compierle erano socialisti o comunisti. Sul comunismo come sistema di governo, ne tratta Aristotele nel primo libro di Politica (paragrafo 5). Lui usa il termine comunanza, ma da ciò che dice si comprende come argomenti proprio sull'uso dei beni e dei mezzi di produzione, e ne articola in modo accurato le sue argomentazioni:«In connessione con tali indagini bisogna esaminare il problema della proprietà, in che modo cioè deve essere disposta per chi vuole avere la migliore costituzione politica: sarà comune o non comune? […] è meglio che le proprietà siano in comune ovvero l'uso, e cioè che i fondi siano separati e i frutti si mettano in comune e si consumino (come fanno taluni popoli) o, al contrario, che la terra sia in comune e in comune il lavoro dei campi, i frutti, invece, siano divisi secondo le esigenze private (si dice, in realtà, che taluni barbari usino siffatto modo di collettivizzazione) o, infine, che fondi e frutti siano in comune? Ora, se i lavoratori dei campi fossero diversi (alludeva agli schiavi?), il caso sarebbe certo differente e più facile, ma se sono proprio loro a lavorarli per sé, la questione della proprietà presenta allora maggiori inconvenienti, perché se tra guadagno e lavoro non c'è proporzione, bensì sproporzione, necessariamente ci saranno rimostranze contro chi guadagna e ricava molto con poco lavoro da parte di chi ricava meno con più lavoro. In generale la vita associata e la comunanza di interessi sono difficili in ogni campo dell'attività umana, ma soprattutto in tale materia». Aristotele da per problematica una soluzione che per il Partito Comunista russo o cinese la collettivizzazione della terra è una cosa conveniente e fattibile. La storia dei fallimenti dimostra quanto Aristotele avesse ragione di dubitare. Forse quello avrebbe potuto essere un punto di partenza, per realizzare economie di scala, ma subito dopo aver superato la crisi, si doveva pensare a privatizzare la terra, proprio perché le comunanze di interessi in ogni campo delle attività umane, sono difficili da gestire. Forse si credeva nella possibilità di cambiare quel carattere dell'uomo che guida i rapporti sociali, ma che invece è difficilissimo da mutare, essendo innato. Se si fosse dato retta ad Aristotele, dopo aver dato retta a Marx, la rivoluzione russa avrebbe dato frutti diversi, nel suo dispiegarsi secondo principi di responsabilità, di libertà e democrazia. I conflitti civili, non sono mai facili, ed obbligano interi paesi a quelle economie di guerra che poco hanno a che fare con la vita privata ordinaria che si può vivere quando si è in pace, e quello fu un periodo di intensi conflitti in cui erano i generali a determinare le scelte che non potevano che essere autoritarie. Così quando Aristotele propone il suo pensiero, scrive: «Dunque, la comunanza di proprietà comporta questi e altri siffatti inconvenienti: il sistema attuale, invece, sorretto da una buona educazione morale e dall'ordinamento di una corretta legislazione, si rivelerà non poco superiore, perché verrà a beneficiare dei vantaggi di entrambi i sistemi, voglio dire di quello collettivistico della proprietà e di quello privato. In realtà, la proprietà deve essere comune, in qualche modo, ma, come regola generale, privata: così la separazione degli interessi non darà luogo a rimostranze reciproche, sarà piuttosto uno stimolo, giacché ciascuno bada a quel che è suo, mentre la virtù farà sì che nell'uso le proprietà degli amici siano comuni, come vuole il proverbio. Anche adesso in taluni stati è in vigore un siffatto sistema, così delineato, il che prova che non è impossibile, e, in particolare negli stati bene amministrati in parte esiste, in parte potrebbe esistere: ivi ciascuno, pur avendo la sua proprietà privata, mette alcuni beni al servizio degli amici e a sua volta ne usa alcuni degli amici, in quanto comuni: per esempio, a Sparta usano gli schiavi gli uni degli altri, come se, per così dire, fossero propri, e lo stesso per i cavalli e per i cani e, in viaggio, se hanno bisogno di provviste, le prendono dai campi attraverso il paese. Ordunque, è meglio, come ben si vede, che la proprietà sia privata, ma si faccia comune nell'uso: abituare i cittadini a tale modo di pensare è compito particolare del legislatore. Inoltre è indicibile quanto concorra alla felicità ritenersi proprietario di qualcosa: non è senza scopo, infatti, l'amore che ciascuno ha per se stesso, che anzi è un sentimento naturale. A ragione si biasima l'egoismo, - ma non è egoismo amare se stessi, bensì amare se stessi più del conveniente – come pure l'avidità del denaro, giacché tutti, per così dire, amano ciascuno di questi oggetti. D'altra parte compiacere e soccorrere gli amici o gli stranieri o i compagni è la cosa più gradita e condizione di ciò è il possesso privato della proprietà. Tutti questi piaceri non toccano a quanti esasperano troppo l'unità dello stato, i quali sopprimono pure, com'è chiaro, la funzione di due virtù, la temperanza nei rapporti sessuali (in realtà è un agire nobile astenersi per temperanza dalla donna altrui) e la liberalità negli averi: infatti chi è liberale non si manifesterà né compierà mai opera liberale, giacché è nell'uso che si fa dei propri beni che consiste la liberalità».

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